Questa Rivista pubblica esclusivamente i contributi richiesti dalla Direzione


Presentazione del sito
Il gruppo di persone che ha promosso questo sito si propone di sollecitare il dibattito tra gli studiosi delle diverse discipline interessate alle ragioni del costituzionalismo, operando entro una prospettiva dichiarata. Il nostro "punto di vista", le specifiche ragioni di politica culturale e la professione di metodo alla base di quest'iniziativa sono rese esplicite in due editoriali Le ragioni di una rivista nuova, di Gianni Ferrara e Le ragioni di un impegno nuovo, di Gaetano Azzariti...(continua)

09/04/2010
Monopartitismo disgiunto (di Gianni Ferrara)




L’anomalia italiana perdurerà. In una nuova forma. Non sarà quella del “bipartitismo imperfetto”, analizzato e denominato da Giorgio Galli, ai tempi della Repubblica democratica ed antifascista. Ma quella del “monopartitismo disgiunto”. Se la prima anomalia, per quanto le fu possibile durante la guerra fredda, seppe anche essere virtuosa, costruendo lo stato sociale, pessima sarà invece la seconda che mira proprio ad abbatterlo. Ce ne sono i sintomi, sono molti ed inquietanti.
Il sistema politico italiano si avvia a realizzare un “monopartitismo disgiunto” perché la disgiunzione attiene solo al ceto politico. Disgiunta è la destra nelle sue due formazioni (Pdl e Lega), ma omogenea come sensibilità, visione del mondo, interessi affastellati di classe, programma politico. Difende le regioni agiate la Lega, le classi agiate il Pdl. Basti pensare all’indifferenza del governo all’incremento continuo della disoccupazione, al decremento incessante dei salari, alla liquidazione per via legislativa del diritto del lavoro. Basti pensare alla discriminazione che le amministrazioni leghiste hanno perpetrato nei confronti dei lavoratori immigrati, al razzismo dei Borghezio, al federalismo fiscale della legge delega che lo attua basandolo sulla progressiva coincidenza territoriale delle entrate fiscali e della spesa pubblica.
Disgiunta è anche la sinistra come schieramento complessivo e all’interno di ciascuno dei suoi pezzi. Come se non bastasse, la sua formazione più consistente (della quale qualche leader durante la campagna elettorale del 2008 rinnegò pure l’appartenenza alla sinistra) è divisa. Perché incerta è la sua identità. Non ha precedenti nella storia d’Italia dell’ultimo secolo. Ed in quello precedente, il partito democratico si dissolse dopo Teano nel trasformismo di Depretis, nell’avventurismo reazionario di Crispi.
Ma l’incertezza sulla sua identità rende il Pd sostanzialmente subalterno alla destra. Per aver sposato il “pensiero unico” del liberismo, aver accettato la precarietà come ineluttabilità da attenuare con la compassione, aver creduto nella falsa ed ipocrita parità dei punti di partenza, nelle miracolose virtù della competizione che avrebbe premiato il merito e ad altre ingannevoli idiozie.
Si dimostra subalterna alla destra perchè ne condivide il progetto politico complessivo, sulla forma di stato e sulla forma di governo. Lo dichiarano esponenti di secondo e di primo rango del Pd. Quando dicono che non possono rifiutare di discutere di riforme costituzionali, di come incrementare i poteri del Presidente del consiglio, che già ne dispone in misura inaudita, unica al mondo, di presidenzialismo, di semipresidenzialismo, di premierato. Riforme che sono travolgenti la Costituzione vigente e sarebbero approvate da un Parlamento composto da un personale privo di una credibile rappresentanza politica perché “nominato” dai cinque leaders dei partiti presenti alla Camera ed al Senato. In base a quale principio può modificare nientemeno che la forma di governo un Parlamento formato sulla base di una legge elettorale di incerta costituzionalità e di legittimità democratica indimostrabile?
Abbiamo già discusso di riforme costituzionali negli anni scorsi. Ne discutemmo nel 2006 durante la campagna referendaria sul “premierato assoluto” e sulla devolution, che Berlusconi voleva imporci e che le elettrici e gli elettori italiani respinsero col referendum del 25-26 giugno di quell’anno, riaffermando una adesione ampia, convinta e profonda alla Costituzione repubblicana. Non vale quel voto? Non vale la volontà popolare che si manifestò così chiaramente, così nettamente? Non vale per il capo del “Popolo della libertà” che, dopo quattro anni, vuole …. la rivincita su tutto il popolo? Non vale neppure per il Pd ? Se non vale per il Pd, non siamo allora di fronte ad un monopartitismo che è disgiunto solo per l’articolazione del ceto politico in lotta per la direzione del partito unico, espressione del “pensiero unico”? Non siamo allora di fronte al regime del partito unico? C’entra nulla con la democrazia l’alternanza tra omologhi, omologhi nel comprimere la rappresentanza politica spostando il potere da una pluralità ad un uomo solo, omologhi come lo possono essere e lo sono dei professionisti politici che competono solo per la rispettiva perpetuazione?
Abbiamo ricevuto e volentieri pubblichiamo il test
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