FASCICOLO 1 | 2005

23 MAGGIO 2005

Crisi dei partiti o decadimento della democrazia?*

di Alfio Mastropaolo

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1. Sono o non sono in crisi i partiti politici? – Quantunque moltissimo se ne parli1, se guardiamo, in ossequio al linguaggio oggi di moda, al fattu-rato dei partiti, parlare di crisi è alquanto fuori luogo. Hanno dovuto cedere un po’ di spazio, nell’intermediazione tra società e stato, ai gruppi d’interesse (ovvero alle lobbies), ai movimenti e anche ai mass media. Ma il fatturato dei partiti è pur sempre assai cospicuo e tuttora essi dominano la scena. Sono i partiti che strutturano la competizione politica, che organizzano le campagne elettorali, che selezionano il personale politico elettivo. E che designano quello di governo, insieme a chi dovrà occupare ogni carica pubblica. Si dirà che i membri dell’esecutivo di norma li sceglie chi lo guida e che lo spoils-system è in massima parte esercitato dal governo e non dai partiti. Guarda caso, però, è ben raro che le spoglie siano distribuite sulla base di criteri non partisan. Chi è iscritto a un partito, o prossimo ad esso (giacché il meccanismo dell’iscrizione è stato spesso soppiantato da forme di affiliazione meno impegnative), ha ben più probabilità di esserne beneficato di chi non possa vantare alcuna prossimità politica.
E certo in compenso che i partiti sono cambiati. Lo sono, e piuttosto profondamente. Ma per quanto profondo sia il cambiamento, non solo non autorizza a parlare di fine dei partiti, ma rende eccessivo anche parlare di crisi. Più semplicemente, e più realisticamente: i partiti si sono concentrati sul versante elettorale ed hanno abbandonato quelle che per comodità – e in omaggio a due autori che costituiscono l’alfa e l’omega della democrazia contemporanea – chiameremo le loro funzioni «kelseniane», contrapponendole a quelle che potremmo invece chiamare, sempre per comodità, le funzioni «schumpeteriane».
«Un partito – sta scritto in alcune celebri pagine scritte quasi per caso da Schumpeter, avendo sotto gli occhi l’esperienza americana – non è, come vorrebbe la dottrina classica (o Edmund Burke), un gruppo di uomini ansio-si di promuovere il bene pubblico ‘in base a principi approvati da tutti’»2. Realisticamente, se i politici non sono che imprenditori, i quali si disputano il consenso degli elettori per accedere alle cariche pubbliche, il partito dal canto suo è niente più che un’impresa, ovvero «un gruppo i cui membri si propongono di agire di concerto nella lotta di concorrenza per il potere politico. Se così non fosse, non potrebbe avvenire il fatto di esperienza comune che partiti diversi adottino esattamente, o quasi, lo stesso programma. Partito e uomini politici di partito sono semplicemente la risposta all’incapacità della massa elettorale di agire di propria iniziativa, e rappresentano un tentativo di regolare la competizione politica esattamente simile alle pratiche di associazioni fra commercianti o industriali intese a regolare la competizione economica»3. A loro volta, valori e principi cui i partiti dichiarano di ispirarsi, così come i programmi che essi esibiscono, sono come i marchi di fabbrica degli articoli esibiti sui banchi di un negozio, importanti magari per la loro riuscita commerciale, ma che poco dicono sulla qualità del prodotto.
Se guardiamo le cose da questo punto di vista, è ovvio concludere che i partiti sono più vitali che mai. Se qualcuno – puta caso un imprenditore – decide di soddisfare insieme ai suoi amici le proprie ambizioni politiche, deve a tutt’oggi inventarsi un partito. Magari non lo chiamerà partito, perché il termine è diventato impopolare – vuoi per le malefatte dei partiti, vuoi perché i partiti stessi, per fare dimenticare tali malefatte e strumentalizzare lo scontento dei cittadini da essi stessi suscitato, prediligono le retoriche antipolitiche – ma di un partito comunque avrà bisogno. Non diversamente, da qualsiasi parte si pretenda di aver ripristinato, o instaurato per la prima volta, un regime democratico – magari solo la facciata di un regime di questo genere – e con esso una qualche parvenza di competizione politica, per prima cosa si sono fondati dei partiti politici.

2. Tra Schumpeter a Kelsen. – Le cose stanno in termini un po’ diversi se mettiamo Schumpeter da canto e veniamo all’altro grande teorico della democrazia novecentesca, ovvero Hans Kelsen. Il quale, com’è noto, ha della democrazia – al di là di alcune somiglianze apparenti – un’idea alquanto diversa. Per Schumpeter in democrazia non v’è spazio per i cittadini, o il loro spazio è strettissimo: debbono contentarsi di recarsi alle urne e selezionare, come possono, quella che meglio gli aggrada tra le offerte avanzate dalle forze politiche. Di contro, per Kelsen, da una parte concorda che in democrazia «l’individuo isolato non ha politicamente alcuna esistenza reale, non potendo esercitare un reale influsso sulla formazione della volontà dello Stato», dall’altra proprio nei partiti individua il rimedio a tale inesistenza: se gli individui si associano con altri hanno qualche chance d’influire sulla conduzione della cosa pubblica. E pertanto i partiti sono per Kelsen nientemeno che la conditio sine qua non della democrazia: «la democrazia può … esistere solo … se gli individui si raggruppano secondo le loro affinità politiche, allo scopo di indirizzare la volontà generale verso i loro fini politici, cosicché, fra l’individuo e lo Stato, si inseriscono quelle formazioni collettive che, come partiti politici, riassumono le uguali volontà dei singoli individui»4. Di conseguenza, «solo l’illusione o l’ipocrisia può credere che la democrazia sia possibile senza i partiti politici»5.
In quest’idea, Kelsen non resterà affatto isolato. Un studioso come come Leibholz, pur critico nei riguardi dei partiti quando Kelsen formulava la sua teoria, userà accenti non molto diversi dai suoi dopo che avrà avuto modo di conoscere l’esperienza dello Stato-partito (un’esperienza nient’affatto comparabile, come ha provato a fare dalle nostre parti qualcuno, anche illustre giurista, a quella del multipartitismo, seppur decaduto a partitocrazia). I partiti, annota Leibholz, «organizzano e rendono attivi i milioni di cittadini che si sono emancipati politicamente. Essi soli riuniscono gli elettori in gruppi capaci di agire politicamente ... Senza il loro tramite il popolo non sarebbe assolutamente in grado di esercitare un’influenza politica sulle vicende statali, e non riuscirebbe dunque a realizzarsi nella sfera politica»6.
Kelsen non lo dice apertamente, ma se i suoi partiti da una parte integravano i cittadini nella vita democratica, dall’altra servivano a ridurre il vantaggio di cui godeva rispetto alla gran massa dei cittadini una minoranza privilegiata: è più o meno lo stesso tema che, in maniera ben più esplicita, aveva pochi anni prima sollevato Robert Michels, allorché aveva osservato come «la democrazia non [sia] concepibile senza l’organizzazione», che è l’organizzazione che «dà consistenza alla massa» e che quest’ultima è «l’arma di data ai deboli nella lotta contro i forti, lotta che può svilupparsi solo sul terreno della solidarietà tra cointeressati»7.
Tutt’altro che inspiegabile è dunque il ruolo che ai partiti è attribuito da due carte costituzionali redatte all’indomani della caduta di due regimi intrisecamente avversi alla democrazia: quella italiana e quella tedesca. Le quali riconoscono che la democrazia vive grazie ai partiti, giacché i partiti assolvono la funzione essenziale d’integrare i cittadini nello Stato democratico.
Uno dei principali effetti pratici di tale funzione dei partiti risiede nella democratizzazione della leadership che essi hanno per lungo tempo promosso. I partiti selezionavano e allevavano i militanti, li dotavano delle necessarie competenze, li trasformavano in quadri – e spesso in politici di professione – che poi, una volta collaudati, sarebbero stati sottoposti al giudizio degli elettori, potendo disporre anche di un capitale politico collettivo competitivo rispetto a quello di cui disponevano i notabili. É in questo modo che la piccola borghesia e le classi lavoratrici hanno potuto accedere alla classe politica, anche ai suoi circoli più esclusivi, affiancando, e spesso sostituendo, le vecchie élites, selezionate in base a criteri quali l’estrazione sociale, la ricchezza o la cultura.
Ma dopo che ai partiti di notabili si sono sostituiti quelli di massa, i partiti sono serviti anche ad altro. Come ha dimostrato ampiamente la sociologia politica – dai grandi classici come Ostrogorski8, Weber9 e Michels10, a sociologi contemporanei quali Sigmund Neumann11, Günter Roth12 o Alessandro Pizzorno13 – i partiti non svolgevano unicamente una funzione d’integrazione politica, ma ne assolvevano anche una, non meno essenziale, di protezione e integrazione sociale. Non è per caso – osserva Pizzorno – che i partiti di massa siano sorti nelle congiunture critiche, quando cresceva il fabbisogno d’integrazione14. I partiti, gli apparati di partito, le reti d’organizzazioni collaterali che ai partiti fanno capo, si sono storicamente rivelati possenti strumenti d’integrazione nella società per quanti – quelli che si trasferivano dal settore primario a quello secondario, dalla campagna alla città – sarebbero stati altrimenti condannati allo sradicamento e al disorientamento.
Convogliandoli nei propri organismi di base, mettendo in forma e riordinandone i bisogni, educandoli ed incitandoli a cooperare in vista di qualche fine collettivo, i partiti, oltre a promuovere a cittadini quelli che erano in precedenza individui isolati, tessevano anche legami sociali di rilievo, con ciò conferendo alla democrazia un valore non riducibile a mera forma di governo. Grazie ai partiti, la democrazia teneva anche assieme la società.

3. Partiti e rappresentanza. – Naturalmente, c’è chi è pronto a mettere in dubbio codeste funzioni virtuose che attribuibili ai partiti. Tra i primi a farlo c’è lo stesso Michels, quando formula la «legge di ferro» delle oligarchie (a Kelsen ben nota). Nutrito di suggestioni rousseauviane, inconsapevole di un destino che l’avrebbe sospinto ad approdare al fascismo, Michels denunciava a gran voce le degenerazioni oligarchiche dei partiti, che gli apparivano inevitabili. Basta tuttavia gettare un’occhiata superficiale allo stato delle democrazie contemporanee, dacché i partiti hanno cessato di essere kelseniani, per divenire schumpeteriani, per concludere che se Michels, e gli altri critici dei partiti, hanno qualche ragione, hanno anche tantissimi torti. Ai partiti di massa, come a tutte le invenzioni umane, non mancavano i difetti. Erano inclini a burocratizzarsi e i loro gruppi dirigenti erano inclini ad isolarsi dalla base, nonché a privilegiare la sopravvivenza dell’organizzazione rispetto ai suoi fini. Com’è vero che le carriere al loro interno erano regolate da criteri quali affidabilità, disciplina, lealtà, atti a premiare non i più meritevoli e capaci, bensì i più deferenti. E piuttosto basso era anche il tasso di democraticità all’interno dei partiti. In realtà, se tali patologie sussistevano, ed erano gravi, niente impediva di curarle. Mentre si è preferita la strada della mutazione radicale, che quelle patologie ha aggravato, aggiungendovene per soprammercato qualcun’altra.
Almeno tre fenomeni risaltano dacché i partiti hanno cessato di essere kelseniani per divenire schumpeteriani. Il primo è l’evoluzione in senso non democratico dei ceti dirigenti, dove la quota proveniente dai ceti popolari si va drasticamente riducendo15; la propensione della politica a privilegiare gli interessi delle classi abbienti rispetto a quelli dei ceti deboli; il distacco diffuso dei cittadini dalla politica, ovvero il diffondersi del «malessere» democratico16. E già: benché insidiate dalla legge di ferro delle oligarchie, le mac-chine di partito erano comunque costrette a tener conto delle necessità di tali ceti, se volevano mantenerne l’attenzione e giovarsi del loro sostegno, e se soprattutto volevano contare su quella cruciale risorsa politica che tali ceti fornivano, ovvero la mobilitazione collettiva (oggi caduta alquanto in desuetudine e anzi stigmatizzata)17.
Da ultimo i partiti kelseniani presidiavano anche un altro fondamentale crocevia della politica moderna, problematico da sempre, ma ulteriormente scombussolato, e non poco, dal suffragio universale: quello della rappresentanza. Meglio: la riflessione kelseniana sui partiti suggerire persino una via d’uscita dalla cosiddetta crisi della rappresentanza. Com’è noto, la teoria è da sempre alquanto ambigua, o esitante, su questo tema. Da un canto vuole che i governanti rappresentino il popolo: logoratasi la vecchia veste del diritto divino, la rappresentanza (insieme alla sovranità popolare) è la veste – o la formula legittimante – che la modernità fa indossare al governo dei pochi sui molti. Dal canto opposto, la medesima teoria pretende che i rappresentanti non rappresentino troppo, ovvero che gli elettori non condizionino affatto gli eletti. E ciò per l’eccellente ragione i condizionamenti degli elettori, singoli o di concerto tra loro, necessariamente tarpano la fun-zione di governo che agli eletti compete. La soluzione che la teoria escogita è quella di dichiarare la rappresentanza politica irriducibile a quella di diritto privato, del pari decretando (Burke e Sieyès in testa) che il rappresentante non rappresenta la singola constituency che lo ha eletto, bensì la nazione o il popolo nel suo insieme, e poi dettando una fondamentale prescrizione pratica qual è il divieto d’imperatività del mandato.
In realtà, prescrizioni come queste hanno scarsa efficacia pratica. Dopo tutto hanno più successo l’ingegneria elettorale e quella istituzionale. Che gli elettori, almeno alcuni, condizionino gli eletti, è inevitabile. E dopo tutto è anche utile, almeno in qualche misura. Patologici per quanto siano i condizionamenti degli elettori, servono a rendere più credibile la finzione della rappresentanza. La quale sarà magari una finzione, ma non può concedersi il lusso di apparire una presa in giro18. Ciò che dunque qualifica il governo rappresentativo (democratico e predemocratico) è il legame reale che esso riesce in qualche modo a istituire tra chi rappresenta e chi è rappresentato.
Ma se nei regimi liberali ad alleviare il problema concorreva la comune appartenenza sociale di eletti e elettori, le cose si complicheranno parecchio con l’ingresso in scena dei partiti. Preoccupato di escludere le masse dalla vita politica, il pensiero liberale, che si era scandalizzato moderatamente per l’influenza dei poteri privati sugli eletti in regime di suffragio ristretto, stavolta si scandalizza moltissimo e dichiara la crisi della rappresentanza, insieme a quella dello Stato. Kelsen invece non si scandalizza per nulla: assodato che la rappresentanza è una finzione, così come lo sono concetti quali popolo e interesse generale, additando nei partiti lo strumento che riduce le asimmetrie (democraticamente odiose, anche se lui non lo dice) d’influenza tra i cittadini, di fatto riconosce ai partiti il merito di aver restituito una qualche credibilità all’istituto della rappresentanza.
Non solo. Ma smentendo il pessimismo conservatore per il quale i partiti, negando l’unità dello Stato, ne avrebbero provocato l’irreversibile crisi, il pluralismo dei partiti serviva per Kelsen anche a confermare, e rafforzare, la funzione di sintesi politica che lo Stato moderno ha sempre rivendicato per sé. Naturalmente ciò era possibile solo a ben precise condizioni, le quali, non soddisfatte nel primo dopoguerra, lo sarebbero state invece nel secondo. Condizione, fondamentale tra tutte, della vitalità della democrazia era per Kelsen il riconoscimento della irriducibile diversità degli interessi in gioco – non esiste l’interesse generale – ma la disponibilità a conciliarli mediante un uso prudente del principio di maggioranza e la disponibilità al compromesso: «il compromesso fa parte della natura stessa della democrazia… In quanto in una democrazia il contenuto dell’ordinamento giuridico non è determinato esclusivamente dagli interessi della maggioranza, ma è il risultato di un compromesso fra i due gruppi, la soggezione volontaria di tutti gli individui all’ordinamento giuridico è più facilmente ottenibile che in qualsiasi altra organizzazione politica»19.

5. Da un modello all’altro. – Il passaggio dai partiti kelseniani a quelli schumpeteriani consiste in due processi di trasformazione, che sono strettamente intrecciati tra loro. Da un lato si sono trasformati i partiti come organizzazioni e come imprese politiche. Dall’altro sono cambiate le relazioni tra loro, insieme alla loro collocazione nel sistema politico. La trasformazione dei partiti è frutto di una profonda trasformazione organizzativa e produttiva. La società industriale aveva sospinto i partiti di massa ad integrare l’elettorato organizzando almeno una parte di esso secondo il modello centralistico e gerarchico adottato, oltre che dello Stato, anche della fabbrica fordista. Per questa ragione, i partiti erano dotati di apparati imponenti, con-dotti da quadri professionali allevati prevalentemente al loro interno. Di contro, i partiti schumpeteriani, si è detto, sono agenzie elettorali, le quali, dimenticati gli iscritti, solo episodicamente convocati a celebrare l’acclamazione del leader di turno, come molte imprese di servizi, fanno ampiamente ricorso all’outsourcing, delegando a terzi specifiche funzioni e servizi. Dal «politico di professione» siamo passati pertanto al «politico di carriera»20, il quale proviene da una professione privata e soprattutto dispone di un capitale politico personale, che investe nel suo futuro politico. Del pari, mentre i partiti hanno preso a concentrarsi nella loro funzione elettorale, le organizzazioni di interesse si sono emancipate da essi.
In verità, tale evoluzione si era già avviata nell’ultima stagione del partito di massa, quella dei partiti «piglia-tutto» secondo la nota definizione di Kirchheimer21. Più tardi la tendenza si è inesorabilmente accentuata, fra l’altro con l’emancipazione da ogni patronato partitico dei gruppi d’interesse. Ed è questo forse l’anello di congiunzione tra trasformazioni organizzative e trasformazioni sistemiche. Le quali fra l’altro consistono nelle complicità che i partiti hanno stabilito tra loro, sancite dal finanziamento pubblico, nonché nell’accesso preferenziale, e pubblicamente finanziato, ai mass media. La formula adottata per definire questa nuova condizione di oligopolio è quella del «partito di cartello»22.
Capire dove stiano le ragioni di trasformazioni cosiffatte non è agevole. Le trasformazioni sistemiche, e l’avvento dei partiti pigliatutto, sono verosimilmente legati al decadimento del conflitto sociale e del fabbisogno d’integrazione e protezione (sociale, ma anche politica23. Istituzionalizzato il conflitto, i partiti si sono sgravati del bagaglio ideologico, divenuto ormai un limite nella loro ricerca di consenso elettorale (divenuta la loro funzione preminente) e si sono ravvicinati tra loro in fatto di orientamenti di policy. In pari tempo sarebbero i cambiamenti occorsi alla struttura sociale ad aver reso obsoleta la tecnologia politica del partito kelseniano. In una società vieppiù differenziata, soprattutto com’è quella postfordista – e postmaterialista24– gli interessi degli individui si sarebbero articolati a dismisura, rendendo gli individui medesimi meno disponibili ad associarsi e a partecipare alla vita politica per risolvere problemi che non appaiono loro più tanto condivisi. Da ultimo, ritmi e forme della competizione politica sarebbero stati sconvolti dai media. Le immagini veicolate dai teleschermi conterebbero assai più sia dei discorsi programmatici sia dell’azione collettiva.
Prendiamo queste ragioni per buone. Per la verità, ci sarebbe qualche motivo per dubitarne. Le disuguaglianze sociali, in particolare, sono sempre al loro posto. Anzi, si sono fatte più profonde. Le classi, si può dunque supporre, sono scomparse anzitutto perché si è smesso di parlarne, e perché i partiti hanno smesso di dar loro forma politica (e dunque di costruirle). Del pari, il peso dei media è stato forse enfatizzato oltre misura, più o meno consapevolmente nell’intento di liberare le dirigenze politiche di quel faticoso ingombro che è la partecipazione dei cittadini. Ciò detto, c’è tuttavia un altro punto che merita di essere sottolineato. Che è la trasformazione in-tervenuta nel modo stesso di pensare la democrazia. Nel passaggio da Kelsen a Schumpeter non è cambiata esclusivamente l’idea di partito, ma è cambiata l’idea stessa di democrazia. É anzi cambiato il significato della parola democrazia.

5. Cambiamento di paradigmi. – Il riferimento su questo tema è d’obbligo. É il Rapporto della Trilaterale25. Non solo esso però, questo è ovvio: basterebbe evocare il contributo di un pensatore sofisticato e influente come Luhmann26. La sostanza, comunque, è che lo stato della democrazia (e la sua stessa idea) da metà anni ’70 sono stati oggetto di una vigorosa revisione critica, che ha messo in discussione anzitutto il successo della democrazia stessa. La democrazia, sostiene la Trilaterale, ha coinvolto troppo i cittadini, li ha resi troppo attivi, e troppo li ha protetti, sospingendoli a un eccesso di rivendicazioni, particolaristiche in larghissima parte, che ne ostacolano il funzionamento, così come pregiudicano la funzionalità dell’economia capitalistica.
In una diagnosi cosiffatta vi è, senza dubbio, qualche motivo di verità. Ma la Trilaterale filtra tali motivi, con toni che richiamano alla mente l’antiparlamentarismo, il pensiero antidemocratico, le polemiche contro il suffragio universale. Le istituzioni tradizionali si sarebbero consumate insieme ai vecchi meccanismi di controllo sociale. Le burocrazie, cresciute a dismisura nella stagione del welfare, sarebbero rigide, lente, invasive, inefficienti. Irresponsabili e inaffidabili sarebbero gli intellettuali. Mentre i media distorcerebbero le informazioni, amplificando i problemi sociali e creando una condizione di urgenza permanente che ostacola l’azione di governo. Ma soprattutto i cittadini non sarebbero all’altezza delle responsabilità loro attribuite dalla democrazia.
Dall’idea che la democrazia fa bene, la Trilaterale ha traghettato il senso comune – in primo luogo quello delle classi dirigenti – verso un’idea che, quanto meno dalla caduta del fascismo, solo i conservatori più ottusi (e più isolati) avevano osato confessare: quella che la democrazia fa male. Non che i critici della democrazia avessero disarmato. Ma mascheravano i loro argomenti. Dalla Trilaterale in avanti diviene ovvio viceversa sostenere che la democrazia va fruita in piccole dosi e che fanno male la troppa democrazia, e la troppa politica. Se in precedenza l’obiettivo condiviso, almeno a parole, dalle forze politiche che si definivano democratiche, quale che fosse la loro affiliazione ideologica, era quello di allargare e approfondire la democrazia – più partecipazione dei cittadini, più democrazia sostanziale a corroborare quella formale, ma anche allargamento delle procedure democratiche verso ambiti esterni alla politica, come l’impresa – salvo discutere in che modo, e con che ritmi, oggi l’obiettivo è tutt’altro.
Il nuovo modello di democrazia – post-democratico, potremmo definirlo27 – si fonda su tre argomenti principali. Il primo, di derivazione schumpeteriana, è che la democrazia è anzitutto e inevitabilmente selezione delle élites. Il cittadino comune, si racconta, non è né davvero capace di concorrere al governo della cosa pubblica, né dopo tutto interessato ad esso: incompetente per un verso, per un altro preferisce coltivare il suo privato e delegare ai politici ogni responsabilità. Il secondo argomento sottolinea l’incompetenza relativa dei politici e l’artificiosità delle loro contrapposizioni, suggerendo di delegare per quanto è possibile le scelte pubbliche agli esperti e ad autorità indipendenti. Il terzo argomento, derivato dal neopluralismo statunitense, legittima alfine i comportamenti strategici degli attori, individuali e collettivi, pubblici e privati. La politica è fatta da attori auto-interessati, strategici, proiettati a soddisfare solo i loro interessi. La conciliazione degli interessi particolari in una qualche volontà generale è un’inutile perdita di tempo. Mentre l’interazione tra attori strategici è ciò che genera il massimo di libertà e promette una virtuosa condizione d’equilibrio28.
A farla breve: il modello postdemocratico non solamente costituisce un cambiamento radicale rispetto al passato, ma legittima altresì il superamento delle istituzioni ereditate dal passato. La democrazia consensuale, compromissoria, consociativa si è evoluta in democrazia maggioritaria, d’investitura, di mandato, coinvolgendo in quest’evoluzione anche i partiti.
Non è chi non veda la convenienza per i governanti di un riorientamento cosiffatto. Le loro propensioni oligarchiche ne risultano non poco legittimate. Appare del tutto legittimo che prendano le distanze dal demos e che soddisfino anch’essi – a mo’ imprenditori politici – le loro ambizioni privati, scoraggiando altresì inutili e anzi dannose liturgie come la partecipazione politica. E non è neppure difficile scorgere la congruenza tra tale modello democratico con le teorie – e le politiche – neoliberali, anzi la complementarietà tra l’uno e le altre. Tutti concordano nel sostenere che la democrazia non funziona, che le istituzioni di governo sono sovraccariche e che anziché sollecitare gli individui (e le parti sociali) a cooperare tra loro, conviene scoraggiare ogni forma di associazione tra loro e incitarli a darsi da fare ciascuno per proprio conto, premiando com’è giusto i più meritevoli.
Che i disincentivi all’associazione scoraggino l’adesione ai partiti di massa e ai sindacati e non quella alle lobbies è un particolare négligeable. Mentre nel nuovo modello postdemocratico – e anche intrinsecamente anti-politico – il nuovo modello democratico ha un ulteriore importante corollario. Che è la definitiva evaporazione del concetto – e della pratica – della rappresentanza. Alla realistica rilettura kelseniana, che riusciva comunque a disegnare un percorso favorevole alla democrazia, si sostituisce il cinico realismo schumperiano. Ovvero, la rappresentanza diventa un legame che i governanti tessono dall’alto verso il basso (così come è dall’alto verso il basso che si costruisce il consenso di cui necessita l’autorità politica), salvo poi interloquire intensamente con le lobbies attraverso cui ottiene rappre-sentanza, nell’accezione sociologica del termine, e si fa ascoltare, chi dispone di mezzi sufficienti per condizionare gli stessi governanti. Per fugare ogni dubbio residuo, il concetto di rappresentanza politica è addirittura archiviato, sovrapponendogli quello, d’estrazione economico-manageriale – di accountability29. I dirigenti democratici non rappresentano più la volontà degli elettori, o la interpretarla e la soddisfano. Governano invece, come me-glio ritengono, e la democrazia si accontenta che qualcuno verifichi legalità, moralità e efficacia del loro operato, vero o presunto, e ne informi i cittadini. Naturalmente, non v’è troppo da stupirsi se la rappresentanza politica quale formula legittimante ha perso ogni efficacia – e credibilità – agli occhi dei cittadini.

6. Esortazioni conclusive. – La politica, in conclusione, si è arresa al mercato e la democrazia si è divenuta anoressica. Va da sé che dietro l’elaborazione concettuale di cui si è appena detto si stagliano interessi cospicui. Ma forse meno cospicui di quanto non si pensi. Ben più degli imprenditori, o della finanza, che avranno bisogno per risvegliarsi del vigoroso scrollone impresso alle loro routines da un politico di mestiere assai determinato – e ideologicamente orientato – come Margaret Thatcher, molto dobbiamo alle corporazioni degli economisti, e un po’ anche a quella dei political scientists, i quali, in una grave situazione di difficoltà, per fronteggiare la quale apparivano spuntati gli attrezzi e le teorie convenzionali, hanno saputo avanzare una spiegazione persuasiva di tali difficoltà e suggerire anche un rimedio.
In ogni caso, tra i tanti effetti del nuovo modello rientra la demolizione deliberata della passerella tra politica e società che offrivano i partiti. C’era del vero nell’affermazione secondo cui i partiti erano ingombranti e invadenti. Ma è vero anche che i partiti erano divenuti ancor più ingombranti per i loro stessi dirigenti. Che c’era di meglio per questi ultimi che convertirsi al modello schumpeteriano, che li sollecitava a ristrutturare e ridimensionare drasticamente tale ingombro?
Smantellata la passerella partitica, ridotta a un esile filo telegrafico, o, meglio ancora, a un’onda effimera, anch’essa invadente, ma che si trasmette via etere ed è esclusiva d’ogni concreto legame sociale, la democrazia si è inesorabilmente deteriorata. Il passato non era rose e fiori. Ma ciò cui al momento possiamo ritenerlo un progresso? Ad esso ad ogni modo i cittadini reagiscono col malessere antipolitico. A sua volta la politica controreplica con modesti espedienti quali le identità nazionali, il patriottismo e il repubblicanesimo, oppure chiamando la religione in soccorso. Né mancano dosi da cavallo di populismo, e di predicazione antipolitica30. Che non sono affatto prerogative italiane, bensì tecniche ovunque diffuse per creare un surrogato dei vincoli in altri tempi istituiti dai partiti.
É possibile tornare indietro, resta da domandarsi? In realtà, sono i limiti del presente a suscitare il rimpianto del passato e dal passato conviene semmai solo provarsi ad imparare ciò che offre di buono. Ad esempio che si è troppo confidato nell’azione protettiva del welfare e che oggi servono nuovi corpi intermedi tra società e Stato, i quali si addossino i compiti un tempo attribuiti ai partiti. Qualcuno pensa alla società civile. Ma, purtroppo, la società civile è monopolio dei ceti istruiti ed esclude i ceti deboli. Dunque, è un rimedio parziale e fors’anche controproducente.
Occorre rifletterci sopra. C’è una citazione molto sfruttata di Keynes, che può a questo punto rincuorarci: «Le idee degli economisti e dei filosofi politici, sia quando essi hanno ragione, sia quando hanno torto, sono più potenti di quanto comunemente si creda. A pensarci bene sono queste le idee che guidano il mondo. Uomini pratici, che rifiutano ogni influenza intellettuale, sono di solito gli schiavi di qualche economista defunto… le idee che guidano i politici e i funzionari pubblici raramente sono le piu´ nuove. Ma prima o poi sono le idee, non gli interessi costituiti ad essere pericolose, siano esse buone o cattive»31. Per parte nostra, quali studiosi di scienze sociali, facciamo gli scongiuri e diamoci da fare per farci venire qualche buona idea. Ad esempio, per cominciare, mettiamo in dubbio il luogo comune secondo cui il tempo dei partiti kelseniani sarebbe irrimediabilmente finito. Dove sta scritto che non li si possa resuscitare, seppure in forme nuove, e più adeguate ai tempi che viviamo?



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Fascicolo 1|2005

Democrazia e rappresentanza politica/Riforma costituzionale

 


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