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FASCICOLO 2 | 2012

25 LUGLIO 2012

Lezione del 16 maggio 2012

di Federico Sorrentino

19791 battute PDF

 

Non senza un po’ di commozione, dopo più di quarant’anni di insegnamento e qualcuno in più di studio e di ricerca, sono qui a compiere il rito della mia ultima lezione, nella quale consegno ai miei studenti, ai miei allievi ed ai miei amici, che affettuosamente sono qui ad ascoltarle, le riflessioni frutto della mia ormai lunga esperienza accademica.

Riflessioni, queste, talvolta deluse e sconsolate, sulle sorti delle istituzioni universitarie ed in genere culturali, ma dalle quali, come dirò, non è mai assente il “cammino della speranza”, la via per risalire una china troppo disinvoltamente percorsa, con l’impegno, il sacrificio e l’ottimismo di tutti i partecipanti alla comunità universitaria.

* * *

1.- La mia esperienza di docente inizia, come molti sanno, nel lontano 1971, allorché, conseguita da poco la libera docenza in diritto costituzionale, fui incaricato dalla Facoltà di Scienze politiche dell’Ateneo genovese dell’insegnamento di una disciplina all’epoca semisconosciuta, denominata Diritto e politica delle Comunità europee. Alcuni anni dopo, nel 1975, superato il concorso di diritto costituzionale, fui chiamato ad insegnare questa disciplina nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova.

E’ stata per me un’esperienza bella ed esaltante, non solo e non tanto perché iniziavo, ancor giovane, un percorso didattico nella materia che avevo già da alcuni anni scelto come oggetto dei miei studi [o, forse, sarebbe meglio dire che essa mi aveva scelto come uno dei suoi interpreti], ma soprattutto perché mi ha offerto l’occasione di calarmi in una comunità universitaria molto viva e giovane (qual era allora la Facoltà giuridica di Genova), nella quale le diverse componenti (docenti, studenti e personale amministrativo) collaboravano tra loro (ciascuno  mantenendo la propria identità e funzione) in vista del perseguimento di un fine comune e di un obiettivo di crescita culturale e scientifica, e nella quale fu possibile avviare molteplici iniziative, individuali e collettive, tanto nel settore della ricerca, quanto in quello della didattica.

Fu in quegli anni, belli non solo perché giovanili, che iniziai a concepire e a sviluppare l’idea  –  a ben  vedere  non  troppo   originale,  ma sicuramente poco praticata – che l’insegnamento universitario non dovesse risolversi in un richiamo o, peggio, in una ripetizione di nozioni e concetti esposti e codificati nei libri di testo, ma richiedesse un dialogo aperto e paritario con gli studenti, per condurli, attraverso percorsi più o meno accidentati, ad un sapere critico.

     Fu sempre in quegli anni che avvertii in modo del tutto trasparente che il collegamento che sempre predichiamo tra insegnamento e ricerca dovesse necessariamente condurre a prediligere nella scelta dei temi da proporre agli studenti quelli che di volta in volta erano oggetto dei miei studi, sì da non presentare loro costruzioni già definite, ma lavori, per dir così provvisori ed in itinere in relazione ai quali confrontarmi con essi.

     Insomma il rapporto tra insegnamento e ricerca non poteva che svolgersi nel confronto tra queste due attività, svolgendo il primo sul materiale offerto dalla seconda, e verificando le conclusioni raggiunte a lezione attraverso lo studio individuale e nel confronto dialogico con gli studenti.

     Confronto, questo, tutt’altro che semplice, perché occorre sempre porsi dall’angolo visuale dello studente – che esprime una cultura che col passare degli anni sempre più si distacca da quella del docente – onde sollecitare il suo interesse per i temi trattati, condurlo all’interno dei problemi che essi pongono, prospettargli le possibili soluzioni con i pro e i contra di ciascuna.

     In altre parole, questo confronto deve essere teso, non a fornire nozioni che lo studente ritrova nei propri libri di testo, nelle leggi e nella giurisprudenza, ma a stimolarne lo spirito critico e a fargli intendere che nelle nostre discipline niente deve essere dato per scontato, nulla fideisticamente  accettato, ma tutto deve essere messo in discussione, nella convinzione che la bontà  di una conclusione sta tutta nella saldezza delle argomentazioni che la sorreggono e che essa è sempre suscettibile di essere ridiscussa, messa in dubbio e superata.

 

2.- Sulla base di queste premesse il metodo al quale mi sono ispirato per insegnare il diritto costituzionale è basato sul tentativo di  congiungere  due  diversi atteggiamenti, entrambi validi: quello dogmatico tradizionale che muove dai principi che ispirano l’ordinamento, ne svolge le implicazioni e ne trae le conclusioni, e quello c.d. casistico, praticato nelle università anglosassoni, che tende a risolvere l’esperienza giuridica nelle controversie giudiziarie, ne sviluppa le massime giurisprudenziali per illustrare le diverse questioni che l’esperienza pone, ma che poco o nulla concede alla costruzione e allo sviluppo dei principi. Ho cercato, cioè, di partire dal dato giurisprudenziale concreto, mettendo a disposizione dei miei allievi tutti i documenti che servissero per comprenderlo, confrontando i passaggi argomentativi delle diverse sentenze con le norme scritte di cui essi sono applicazione e svolgimento e con i principi ricavati dai manuali, per mostrare come, nel ragionamento dei giudici, il diritto scritto e i precedenti giurisprudenziali si concretizzino e si realizzino, non senza rilevare aporie, contraddizioni e condizionamenti ideologici e talvolta anche politici. Sono, infatti, convinto che il diritto è principalmente uno strumento per la risoluzione di controversie di quanti lottano per l’affermazione della giustizia e che quindi i casi senza i principi esibiscono una scienza giuridica cieca, i principi senza i casi una scienza giuridica vuota.

     Sempre sulla base di queste premesse ho dato al mio insegnamento un’impronta per cui l’esame della giurisprudenza costituisce il punto di partenza ma anche quello di arrivo di ogni ragionamento, senza naturalmente trascurare il dato testuale e storico delle norme costituzionali di riferimento né il richiamo ai modi in cui la dottrina affronta e risolve le questioni sottostanti.

     Lo studio della giurisprudenza in generale e di quella costituzionale in particolare è stato, in altri termini, sia l’occasio per trattare determinati argomenti, sia il traguardo di un processo, più o meno accidentato, che mostrava lo stato del diritto vivente, in accordo o in contrasto con le aspettative degli studiosi e dello stesso docente.

     Questa forma di insegnamento realizza, a mio avviso, un modello di insegnamento “democratico”, grazie al quale chi più sa, cioè il docente, non esercita una forma di prepotenza culturale per imporre agli studenti le proprie pur meditate conclusioni, ma conduce i propri allievi  attraverso la “selva oscura” del diritto, mettendo a loro disposizione il materiale (principalmente le decisioni giurisprudenziali) attraverso il quale essi possano orientarsi, apprezzare i problemi che esso suscita e che esso risolve (o, magari, non risolve), apprezzare le diverse argomentazioni a favore o contro determinate soluzioni, in una parola trovare insieme la “diritta via”. Questo metodo è quindi profondamente democratico, perché, pur nella differenza culturale, pone il docente e il discente sullo stesso piano, entrambi impegnati a trarre dal documento studiato le conclusioni più giuste,  più ragionevoli e meglio argomentate.

 

3.– L’interrogativo che oggi devo pormi, a consuntivo della mia attività didattica, è se io sia riuscito ad evocare interesse e spirito critico nei miei studenti e, più ancora, se sia riuscito a formare nuove e valide leve di studiosi.

     Penso, non senza immodestia, di poter guardare con un certo ottimismo ai risultati del mio insegnamento, non solo per quel che ho dato ai miei allievi,  ma anche per quel che essi hanno dato a me. Molti sono qui presenti, alcuni hanno conseguito altissimi riconoscimenti accademici, tra i quali voglio ricordare il primo, in ordine temporale, ma non solo.., Giuseppe Floridia, al quale mi legava un affetto profondo,  prematuramente mancato alcuni anni fa senza che la ferita per il suo distacco si sia minimamente rimarginata.

   Leggo spesso negli occhi di molti dei miei studenti di un tempo, che talvolta mi capita d’incontrare, anche nella mia vita professionale (molti divenuti avvocati, altri magistrati, altri ancora funzionari pubblici), la gratitudine, che mi dà una grande serenità, per averli svezzati, formati e per averli avviati alla comprensione, non astratta, ma concreta e reale del fenomeno e dell’esperienza giuridica.

 

5. – La materia che per oltre quarant’anni ho avuto il piacere d’insegnare, il diritto costituzionale, si colloca nel panorama delle discipline giuridiche in una posizione un po’ speciale, poiché l’oggetto del nostro studio, la Costituzione, non è semplicemente un inanimato corpo di norme, ma è l’espressione viva della storia e della cultura del nostro Paese. Essa si rivolge prevalentemente ai soggetti politici, ne disciplina l’azione e ne pretende osservanza.

     Chi sceglie di studiare il diritto costituzionale anziché un altro ramo del diritto ovvero un altro settore della storia o della filosofia, fa quindi un’opzione che non è solo di tipo intellettuale, ma soprattutto di carattere etico-politico, perché vede nella Costituzione un progetto politico-sociale degno di essere perseguito, dal quale finisce per essere intensamente coinvolto.

    Ne segue che in tempi difficili come quelli attuali, in cui la Costituzione viene fatta oggetto di attacchi che non è errato definire “sguaiati” (così Lorenza Carlassare), i costituzionalisti si schierano in sua difesa e sentono che tale difesa  non è un atteggiamento meschino di tutela di se stessi e della propria corporazione, ma il risultato di un impegno che è  civile  e  scientifico  al  tempo  stesso,  perché  la  Costituzione, la nostra Costituzione, esprime un forte anelito etico, che impone non solo d’illustrarla, ma soprattutto di attuarla nelle sue norme e nei suoi valori.

     Per questo il nostro atteggiamento nei confronti dell’oggetto del nostro studio è privo di quella freddezza ed oggettività che caratterizza altri tipi di studio, ed é per questo che tra i costituzionalisti è sempre vivace la discussione sulla natura della nostra scienza e sulla nostra funzione di studiosi (che per alcuni acquista i caratteri di una vera e propria missione).

   Il costituzionalista, insomma, è un ‘partigiano’ della Costituzione: la diffonde, se ne fa interprete, la difende e lotta per la sua affermazione. Basti pensare al referendum del 2006 che ci vide quasi tutti schierati contro un progetto, approvato dal Parlamento nella XIV legislatura, che ne intaccava in profondità i valori etici e culturali.

6 – Nel lasciare l’insegnamento lascio anche quella collettività di studiosi e di studenti che siamo soliti chiamare Università.

     Vi sono entrato nel 1965, subito dopo la laurea, ne esco oggi circa mezzo secolo dopo e mi interrogo sul suo stato di salute.

     Per come l’ho vista e vissuta nelle sedi nelle quali mi sono trovato ad operare, l’Università è per me un luogo nel quale si incontrano studiosi e studenti, un luogo dove si svolge ricerca, si organizzano progetti, si confrontano studi e metodi di studio, dove, in altri termini, progredisce la scienza e la cultura.         

     Oggi questa immagine di Università si va sempre di più offuscando. Se guardiamo alla situazione del nostro Ateneo e della nostra Facoltà il quadro è del tutto deprimente. Nell’indifferenza generale (o quasi) si chiudono le biblioteche per mancanza di personale (ovvero si stabiliscono orari talmente risibili da renderle non fruibili da parte degli studiosi e da parte degli studenti), si rendono contemporaneamente inagibili le principali aule della Facoltà (quelle destinate agli studenti dei primi anni, che sono quelli maggiormente desiderosi e bisognosi di confrontarsi con i professori e tra di loro), non vengono sostituiti i professori che cessano dall’insegnamento e si ricorre a contratti esterni (a titolo semigratuito) per mandare avanti insegnamenti fondamentali. All’opposto si aumentano gli adempimenti burocratici ed i controlli sui professori, per assicurarsi che essi facciano sino in fondo il loro dovere.

     Il quadro che tende a delinearsi è quello di un’Università senza biblioteche, senza fondi e senza professori e che vede, se i dati a mia disposizione sono corretti, un calo percentualmente significativo delle iscrizioni.

     Questa situazione determina una dislocazione delle nostre fondamentali attività, ricerca ed insegnamento, in altre sedi ed istituzioni, prevalentemente nelle Università private che alle alte rette richieste agli studenti riescono ad affiancare i contributi statali che esse, in violazione dell’art. 33 cost., che vieta il finanziamento della scuola non statale, comunque ricevono. A ciò va aggiunto che tali università utilizzano spesso per l’insegnamento docenti di università statali (che hanno in queste acquisito esperienza e prestigio) elargendo loro mediocri compensi, senza che tale indiretto finanziamento dell’università privata abbia sin qui destato alcuna significativa reazione.

     Ma l’università privata, che pure ha uno statuto parificabile a quella pubblica, ha due fondamentali caratteristiche che la rendono con questa non fungibile. La prima è che essa è o può essere ideologicamente orientata e non costituisce quindi quella palestra dove le idee – tutte ugualmente degne – si confrontano in un dialogo tra uguali. La seconda è che essa, grazie a rette elevate ed a diversi sbarramenti all’accesso, non persegue le finalità di eguaglianza sostanziale e di riscatto sociale che la costituzione indica negli artt. 3, 2° c. e 34.

     La “circolazione delle aristocrazie” di cui parlava Costantino Mortati, per la quale i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di accedere ai più alti livelli degli studi, mentre i non capaci e gli ignavi, ancorché abbienti, dovrebbero retrocedere nella scala sociale, vede nelle scuole e nelle università private, alle quali si accede e nelle quali si viene promossi grazie a larghe contribuzioni private, la sua più rilevante eccezione.

     La funzione di promozione sociale delle università pubbliche è ormai dimenticata; in esse imperversa uno spirito burocratico che è la negazione della vera ricerca, la quale, sia detto per inciso e con un po’ di spirito provocatorio, deve essere basata su una totale libertà d’impegno  individuale e collettivo, anche correndo il rischio che taluno possa abusarne: infatti è solo nella libertà che crescono la ricerca e la scienza, mentre la burocrazia, con il pretesto di reprimere gli abusi, uccide la vera ricerca.

 

7 – Un Paese che voglia crescere non può permettersi il lusso di abbandonare a se stesse le università pubbliche. Il proposito d’investire nei giovani passa proprio attraverso l’investimento nelle scuole pubbliche, che sono quelle nelle quali si acquisisce, non solo il sapere, ma soprattutto la cultura democratica, dove il povero e il ricco dialogano insieme e costruiscono insieme il destino comune del Paese.

     Oggi questo, all’evidenza, manca, ma ciò non deve impedire il “cammino della speranza”, che è ormai nelle mani delle generazioni successive alla mia: degli studenti, che devono esercitare energicamente e coraggiosamente  i loro diritti, protestando per le attuali inefficienze; dei miei colleghi più giovani, che devono impegnarsi nel valorizzare le poche risorse di cui si dispone, evitando di ripartire la loro attività ed il loro impegno didattico tra l’università pubblica e quella privata, ed esercitando sino in fondo il loro diritto, che è anche un dovere nei confronti della collettività, della libertà d’insegnamento.

     Occorre un’opera di rivitalizzazione dell’università pubblica in tutte le direzioni. La didattica potrà anche essere affidata a nuove forme, diverse da quelle tradizionali da me impiegate, ma essa è un momento essenziale degli studi universitari. Il personale amministrativo, soprattutto quello di più recente assunzione, andrebbe meglio motivato, affinché acquisti la consapevolezza che esso non opera in un semplice ufficio con compiti e mansioni predefiniti, ma è parte di una comunità scientifica, complessa e viva, e che aprire e chiudere un istituto, un’aula o una biblioteca non è la stessa cosa che aprire e chiudere un ufficio amministrativo.

     Io penso che tutto ciò sia possibile con l’impegno, la fantasia e la disponibilità di tutte le componenti universitarie. Per parte mia, visto che mio malgrado vengo collocato a riposo, non potrò partecipare a quest’opera di ricostruzione che resta affidata ai miei colleghi più giovani, ai ricercatori e soprattutto agli studenti, che  mi hanno sin qui accompagnato in questa lunga ed esaltante avventura.

 

                                                                               

 

 

Fascicolo 2|2012

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