|
|
|
23/10/2007
Il movimento No Tav e le forme della democrazia
di Alessandra Algostino
1. Il numero 0 del gennaio 2006 del mensile Sarà düra. Voci del popolo NoTav riporta in prima pagina un intervento militante (V. Bertolo) dal titolo “Democrazia è passione”, dove la «Democrazia che vogliamo» è identificata con il «desiderio forte e pressante di esserci, di essere presenti sempre, ad ogni costo, di vedere con i propri occhi, di ascoltare e di portare la propria idea». Qual è il rapporto fra il movimento No Tav e la democrazia?
Prima facie emergono alcune ipotesi di ricerca, che si possono per ora articolare come segue:
a) la legittimità democratica della protesta e, strettamente connesso, il tema della riappropriazione di processi decisionali, ovvero di rivendicazione di democrazia e di “utilizzo” diretto di sovranità popolare;
b) la relazione fra il movimento e la democrazia istituzionale, con la distinzione fra i vari livelli (locale, valsusino, regionale, nazionale), che spazia dalle categorie di interazione, partecipazione (o richiesta di), controllo, a quelle di conflitto, scontro;
c) la riconducibilità della protesta valsusina alle esperienze di democrazia partecipativa e/o di democrazia dal basso;
d) la democrazia quale modalità di azione del movimento;
e) l’assunzione del movimento No Tav come modello di proteste per le quali si può adottare il termine di “territoriali”.
Si tratta di argomenti che si intersecano l’uno con l’altro in un intreccio difficile fra principi e regole formali e sostanziali, fra utilizzo e valorizzazione degli strumenti del circuito democratico tradizionale e creazione di nuovi strumenti di partecipazione e decisione al di fuori, se non qualche volta “contro”, i primi.
2. Prima di cercare di mettere in luce le varie sfaccettature che assume il concetto di democrazia nel suo rapporto con la realtà del Movimento No Tav, pare però utile, senza pretesa di ricostruire la storia della lotta No Tav[1], delinearne le fasi essenziali: il periodo dall’inizio degli anni ’90 sino al 2000; la fase dal 2000 al 2005; gli anni 2005-2006[2].
Nel primo periodo si assiste prevalentemente ad una campagna di informazione gestita in particolare da Habitat, in cui confluiscono associazioni ambientaliste (quali Legambiente, Wwf, Pronatura), esperti (docenti universitari), cittadini; si forma inoltre un primo coordinamento fra le istituzioni locali interessate ai lavori.
Il quinquennio dal 2000 al 2005 vede una crescita e una diversificazione della mobilitazione, sia come «base sociale», che come «tipo di associazioni coinvolte»: «le proteste si estendono a rete, coinvolgendo al di là degli attori “localisti” e ambientalisti”»[3]. Si registra la presenza dei partiti (Rc, Pdci e Verdi), dei sindacati (Cobas), dei centri sociali; nascono in Val di Susa i comitati dei cittadini e inizia l’apertura verso l’esterno, con la partecipazione ad esempio alle manifestazioni contro il G8 a Genova nel 2001 o al Social Forum di Firenze l’anno successivo, e l’instaurazione di rapporti con il versante francese della protesta[4].
L’ultima fase, legata all’annuncio dell’avvio dei primi sondaggi diagnostici sul territorio, vede un notevole aumento nella partecipazione, sia qualitativamente che quantitativamente, nonché la creazione di una rete di rapporti con i vari movimenti che, a livello nazionale, si battono contro le grandi opere[5] e la stessa assunzione di rilevanza nazionale del Movimento. Ai cortei partecipano migliaia di persone[6], nascono presidi permanenti nelle zone interessate dai primi cantieri, cresce l’intensità della partecipazione, specie dopo l’intervento violento delle forze dell’ordine nella notte del 6 dicembre 2005[7], cui segue l’8 dicembre un corteo di oltre quarantamila persone e la c.d. “liberazione” di Venaus, ovvero la riappropriazione da parte del Movimento dei terreni sgomberati dalla polizia due giorni prima.
3. Muovendo ora dal primo profilo inerente al rapporto fra Movimento No Tav e democrazia, la “legittimità” democratica della protesta[8] e, in particolare, la sua percezione, pare opportuno operare una prima distinzione in relazione a differenti soggetti (partecipanti al Movimento, istituzioni, “opinione pubblica”), tenendo inoltre presenti, quale altra variabile significativa nell’analisi, i distinguo legati alle varie forme che la protesta ha assunto.
È diffusa, da parte dei partecipanti al movimento, ma anche da parte di coloro che non partecipano, la convinzione che la lotta No Tav possieda in sé una legittimità democratica, anzi, che esprima quasi una opzione politica dotata di una legittimità democratica che si potrebbe definire “maggiore”, “più vera”, delle scelte politiche adottate dal circuito democratico istituzionale (nazionale)[9].
Una recente ricerca dell’Osservatorio del Nord Ovest rileva come sia fra i cittadini della Val di Susa, che fra quelli di Torino, nonché del territorio piemontese nel suo complesso, prevalga nettamente la considerazione della legittimità del movimento No Tav e della democraticità della protesta (in questo senso i dati oscillano dal 78% dei torinesi, i più critici, al 90% dei valsusini, i più inclini, come prevedibile, ad una valutazione positiva)[10]. L’inchiesta condotta specifica come la maggioranza degli intervistati (con una variabilità che muove dal 75% dei torinesi all’84% dei valsusini) ritenga che coloro che partecipano al movimento No Tav siano «persone che vogliono legittimamente influire sulle decisioni che le riguardano», mentre solo una minoranza reputa trattarsi di «persone che vogliono indebitamente prendere decisioni che spetterebbero ad altri (esperti, politici, amministratori)»[11].
In questo senso il movimento No Tav può essere considerato espressione di democrazia, sia in ragione della riconducibilità delle sue azioni all’alveo di esercizio di diritti democratici, anzi diritti che «sono da considerarsi condizioni preliminari del buon funzionamento di un sistema democratico»[12], quali in primis le libertà di manifestazione del pensiero e di riunione, sia in quanto riappropriazione popolare dell’esercizio diretto di sovranità.
In entrambe le ipotesi, fra l’altro, si avrebbe una rilevanza costituzionale della protesta: nella prima attraverso la riconduzione all’esercizio di diritti costituzionalmente riconosciuti e garantiti, nella seconda tramite il rinvio all’articolo 1, comma 2[13].
Come è stato osservato, in generale, in relazione ai movimenti (avendo presente in specie i cosiddetti movimenti altermondialisti), essi, da un lato, sono «esercizio delle libertà costituzionali: soprattutto delle tre libertà connesse di manifestazione del pensiero, di riunione e di associazione», dall’altro «non sono, forse, riducibili alla pura messa in pratica delle libertà costituzionali», in quanto «soprattutto se… assumono dimensioni di massa costituendo un grosso attore di opinione e di azione pubblica, essi finiscono col caratterizzare con la loro presenza il sistema nel suo complesso», rappresentando «un elemento di vitalità della democrazia, che si alimenta dell’iniziativa autonoma dei cittadini»[14].
Si vedrà comunque nel prosieguo se e come è possibile riferirsi a nuove forme di democrazia; per ora, tornando alla questione della legittimità del movimento No Tav, in specie sotto il profilo della sua percezione, si può approfondire il discorso distinguendo tra i differenti momenti della protesta, quali le manifestazioni organizzate e le mobilitazioni spontanee. Le prime si muovono all’interno della legalità, sia come modalità sia come procedimento, e generalmente sono connotate da una attiva partecipazione delle autorità locali, attraverso un processo – si vedrà - bi-direzionale di legittimazione reciproca[15]; le seconde spesso assumono forme più radicali, come le occupazioni delle vie di comunicazione. Pur mancando dati specifici, è facile immaginare che in relazione a queste ultime la forbice nella considerazione della legittimità e della democraticità fra partecipanti e non partecipanti, o anche fra valsusini e torinesi, si approfondisca. La valutazione degli atti più radicali, in specie, pare essere strettamente connessa alla percezione della risposta delle istituzioni statali: fra i partecipanti e i residenti nelle zone della protesta l’impatto diretto o, comunque, “ravvicinato” con la militarizzazione del territorio[16] o con la violenza delle forze di polizia[17] ha favorito una “delegittimazione” della democrazia istituzionale nazionale a favore di una “democrazia autogestita locale”. Due esempi: la nascita dell’espressione “libera repubblica di Venaus”, in relazione ai giorni di intensa mobilitazione seguiti alla notte del 6 dicembre 2005; la riconduzione della legittimità di un corteo, più che al rispetto delle regole formali, alla deliberazione assunta in assemblea (oltre che, ovviamente, al rispetto della democraticità nelle forme del corteo stesso, ovvero la volontà di manifestare in forma pacifica)[18].
Si può ipotizzare, accanto ad un generico riconoscimento del diritto di espressione e di partecipazione della comunità (e delle istituzioni) locali nei confronti delle istituzioni nazionali, un surplus di legittimazione (o auto-legittimazione) della prima proporzionale alla “cattiva” risposta delle seconde[19].
Emerge – come accennato - la consapevolezza, oltre che dell’esercizio delle libertà democratiche, dell’atto di praticare la democrazia, ovvero della sua riappropriazione, tout court. Si sviluppa e si concretizza l’idea di un diritto di partecipazione che va oltre il circuito elettorale, quasi fosse una riconquista della democrazia, delle sue radici, attraverso la pratica di una partecipazione politica effettiva.
È una rivendicazione dell’esercizio diretto delle virtù del buon cittadino contro una democrazia rappresentativa giudicata appannaggio di una classe politica professionista e corrotta? Quale rapporto c’è fra la volontà di esercizio diretto della sovranità, del potere di decisione, e l’esercizio della sovranità «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1, 2^ comma, Cost.)? E, ancora, è corretto o plausibile ragionare di difesa egoistica di interessi locali contro gli interessi collettivi rappresentati dalle decisioni politiche nazionali?
4. Molto diffusa fra i commentatori (e i denigratori)[20] del Movimento No Tav, come di molti analoghi, è la loro riconduzione nell’alveo delle mobilitazioni Nimby (Not In My Back Yard) attraverso la quale si intende malevolmente che i partecipanti a tali movimenti siano «mossi dal cieco egoismo di chi non vuole un certo impianto a casa propria, ma non muoverebbe un dito se esso fosse proposto a casa d’altri»[21]. Le opposizioni Nimby[22], cioè, si opporrebbero al bene collettivo in nome di un localismo egoista.
Ma che cosa muove i partecipanti al movimento No Tav? e dove sta l’interesse collettivo?
Quanto alla prima domanda si possono innanzitutto prendere a prestito dati ed elaborazioni da studi sociologici e da interviste condotte in loco: fra le motivazioni statisticamente più diffuse appaiono la difesa della salute e dell’ambiente, la considerazione dell’inutilità dell’opera, i costi eccessivi[23].
Ora, da un lato, le motivazioni citate presentano un risvolto “localistico-egoista” (si pensi alla difesa del proprio territorio, della propria salute), dall’altro, richiamano interessi alla tutela dell’ambiente più lati, quali quelli legati al discorso su uno sviluppo sostenibile, o, con un approccio più radicale, alla teorizzazione della decrescita[24], come dimostrato dal materiale disponibile sui siti del Movimento No Tav o da alcune iniziative che esso ha promosso[25].
Anche il riferimento all’inutilità dell’opera, ai suoi costi eccessivi, coinvolge, accanto a ragionamenti legati all’utilizzo (o inutilizzo) locale dell’opera, motivazioni che muovono dall’utilità in sé della Tav[26] o da un’analisi del rapporto costi-benefici che spazia sino a comprendere tematiche generali relative alla distribuzione delle risorse (ad esempio, perché finanziare le grandi opere mentre si disinveste nelle spese sociali?)[27].
In tal senso non paiono applicabili teorie come quella della public choice, moventi dalla considerazione di individui razionali che scelgono in base al proprio esclusivo interesse o, quantomeno, occorre ragionare in termini di rapporti costi-benefici, al di là, se non a prescindere, da motivazioni economiche o riconducibili ad un egoismo per così dire primario, “base”, annoverando invece tra i benefici “egoistici”, ad esempio, la costruzione di un legame sociale, l’agire per promuovere il “benessere collettivo”, etc.
Le osservazioni svolte si possono relazionare anche al dato relativo alla disponibilità a contribuire economicamente alla realizzazione di una grande opera. Tenendo presente che la domanda posta riguardava un ipotetico versamento specifico, quindi con un collegamento percettivamente più diretto rispetto a quello che passa attraverso la contribuzione generale al bilancio dello Stato attraverso l’imposizione fiscale, è risultato che la maggioranza dei soggetti-campione si è dichiarato non disponibile a finanziare con il proprio denaro una grande opera[28]. Questo elemento pare presentare prima facie una lettura non univoca: da un lato, può essere visto come indice di una contrarietà specifica alla politica delle grandi opere (rispetto, implicitamente, ad altre opzioni politiche), dall’altro, “semplicemente” come segnale di un distacco rispetto alla sfera pubblica, ovvero di una non volontà di contribuire al bilancio pubblico (da leggersi – come si vedrà - in connessione con la percezione negativa circa la gestione delle finanze).
La prima interpretazione può essere utilmente correlata a dati relativi al “gradimento” delle grandi opere: citando sempre la stessa fonte si registra «una situazione di favore generalizzato» verso la costruzione di opere come nuove metropolitane (85% di favorevoli a livello nazionale), investimenti nelle ferrovie ordinarie (i “preferiti” dagli italiani con l’87,9%) ma anche nelle linee Alta Velocità/Alta Capacità (80,7% dei consensi), mentre solo una minoranza giudica favorevolmente il Mose (36,9% del Paese) e il Ponte sullo stretto di Messina (41,5% dei cittadini)[29].
Infine, un ulteriore elemento di analisi si può ricavare dai dati che rilevano la scarsa fiducia nella gestione economica della costruzione dell’opera (la questione della trasparenza e della corruzione): la maggioranza sia dei valsusini (84,4%) che dei piemontesi (61,4%) «prevede che tale gestione sarà poco chiara e trasparente»[30]. Si tratta di una generica sfiducia nella conduzione delle finanze o di una specifica (e, almeno in parte, documentata) critica alle modalità di utilizzo del denaro pubblico nella costruzione delle grandi opere? Forse si può ipotizzare, almeno per una parte della differenza fra il dato dell’intero Piemonte e quello della Valle di Susa, la presenza di una obiezione mirata alla gestione finanziaria delle grandi opere legata agli approfondimenti che, anche su questo tema, il Movimento ha compiuto con l’appoggio degli “esperti”[31].
Non si tratta peraltro solo di perplessità legate alle gestione, ma – come accennato - «l’investimento in grandi infrastrutture è contestato come spreco di risorse che potrebbero essere utilizzate altrimenti»[32].
In conclusione, le motivazioni dei No Tav, le iniziative organizzate, il raccordo del Movimento con altre realtà[33], inducono a ritenere senza dubbio oltremodo riduttivo etichettare come Nimby ed espressione di interessi solo locali le rivendicazioni espresse.
Come è stato osservato, «la letteratura scientifica più avanzata evidenzia come sia abbastanza raro trovare ragioni Nimby alla base dell’opposizione alla costruzione di grandi opere, a causa di un fenomeno talvolta etichettato salita in generalità, consistente nell’allargare lo spettro delle proprie rivendicazioni, ampliandolo fino a rivolgersi a questioni connesse alla qualità della vita o addirittura all’intera organizzazione sociale, politica ed economica nazionale o internazionale»[34]. In questo senso sia consentito riportare due semplici episodi rilevati al presidio di Venaus in Val di Susa: l’invito a portare le proprie stoviglie per evitare di utilizzare quelle in materiale non biodegradabile e la chiacchierata fra due anziani valligiani sul ruolo delle multinazionali in Africa. Sembrano due episodi naïf, ma in realtà si legano strettamente a quanto osservato precedentemente sull’apertura del movimento (in primo luogo, ad altre opposizioni contro le grandi opere e in difesa dell’ambiente; quindi, in un secondo momento, anche al movimento contro la guerra)[35].
Lo scarso interesse dimostrato per eventuali “compensazioni” rappresenta un’ulteriore conferma dell’errore – o, meglio, realisticamente, spesso dell’intenzione denigratoria – di chi continua ad inscrivere il Movimento No Tav fra le proteste Nimby: da interviste in un campione piemontese, emerge che la maggioranza richiede allo Stato di procedere attraverso un negoziato con la comunità locale (circa il 50%), mentre poco più del 20% prende in considerazione come contropartita alle proteste l’adozione, progetti stantibus, di misure compensative[36].
Se si riprendesse la distinzione elaborata negli anni scorsi dalla scienza politica fra «cultura da sudditi, cioè orientata verso gli output del sistema, cioè verso i benefici che l’elettore spera di trarre dal sistema politico», e «cultura partecipante, cioè orientata verso gli input, che è propria degli elettori che si considerano potenzialmente impegnati nell’articolazione delle domande e nella formazione delle decisioni»[37], si potrebbero considerare prevalenti fra i partecipanti al Movimento No Tav gli elementi connotanti una «cultura partecipante».
5. Dove sta l’interesse generale e dove quello particolare? Le comunità locali che si interrogano sullo sviluppo sostenibile, studiano progetti e alternative, creano collegamenti e sinergie con altre realtà, discutono di distribuzione delle risorse e di democrazia, non difendono forse un interesse generale? Non può, invece, essere considerato portatore di un interesse particolare chi sostiene un progetto che, studi tecnici alla mano, presenta se non altro molti punti critici? Un progetto che, comunque sia, richiede risorse tali che, al di là di legittimi sospetti su una gestione nella quale si intrecciano politici appaltatori e impresari appaltanti, rischia di collegare all’Europa «uno Stato in bancarotta»[38], oltre ovviamente sottrarre fondi ad altri settori?
E ancora: è pertinente richiamare il «calcolo economico come strumento razionale – assolutamente razionale e, come tale, legittimato per definizione - per fondare ogni scelta pubblica»[39]? Incidentalmente, si può ricordare quanto notava Mortati: «se non è da disconoscere il prezioso contributo della scienza per l’esatta conoscenza dei dati e delle situazioni da prendere alla base di ogni decisione, nonché per l’approfondita previsione delle conseguenze derivabili dall’adozione dell’una o dell’altra misura, deve viceversa escludersi la possibilità di prescindere dalle valutazioni politiche, necessarie alla formulazione dei giudizi di valore, dai quali è da trarre il criterio di determinazione dell’ordine delle priorità…»[40]. Occorre guardarsi dalla tendenza, oggi diffusa[41], di assumere un modello economico quale il modello economico, quale unico possibile, praticabile e, sempre più – quantomeno nella volontà dei suoi sostenitori - anche immaginabile, quasi (?) fosse un dato naturale e oggettivo, sottratto, per l’appunto alla discussione e alla scelta politica[42]. Dimenticando, inoltre, che la Costituzione ragiona in termini di «utilità sociale», non di affermazione “acritica” del “Progresso” (del mercato).
Tornando in specifico al rapporto fra interesse locale e interesse nazionale, fattispecie della più ampia querelle concernente l’applicazione del principio di maggioranza e della tutela delle minoranze, si può rilevare, innanzitutto, come esso interroghi le modalità classiche di funzionamento di una democrazia imperniata sul principio di maggioranza. Come è stato osservato, «i tradizionali meccanismi della democrazia fanno fatica a trattare questi tipi di conflitti», ma occorre «trovare un equilibrio tra il generale e il particolare»[43].
Per alcuni, tale equilibrio può essere raggiunto attraverso un approccio «transcalare», ovvero tenendo presente che il problema investe più livelli territoriali e deve venir affrontato combinando i differenti punti di vista, «senza nessuno che possa arrogarsi il titolo di «decisore di ultima istanza»»[44]. Si tratta di un processo decisionale che viene definito «governance multilivello»: il processo decisionale è «costituito da un continuo andirivieni tra i livelli territoriali che permetta, gradatamente, di tentare una conciliazione tra gli interessi generali (ma spesso troppo astratti) dei governi di rango superiore e gli interessi concreti (ma spesso particolaristici) dei governi di rango inferiore»[45].
Altri ipotizzano la valutazione come «prioritario» dell’interesse nazionale, ammettendo però che «gli interessi locali vanno compresi e bisogna far tutto il possibile per salvaguardarli e ove opportuno compensarne i danni mediante adeguati investimenti sussidiari»[46].
In secondo luogo, peraltro, come si è rilevato, non necessariamente le comunità locali sono portatrici (solo o prevalentemente) di interessi particolari, ma possono essere portavoce di un interesse generale: come si è evidenziato e come si chiede Gallino, è «se per caso non [sono] proprio gli abitanti della Valle di Susa quelli che, con la loro opposizione a questo progetto di Tav, stanno facendo l’interesse nazionale»[47]?
La Costituzione italiana, con la sua attenzione particolare alle differenze di fatto e all’importanza di una «effettiva partecipazione» (art. 3, 2^ comma), anche in relazione all’espressione della volontà popolare, dimostra di non voler misconoscere il «rischio che, in realtà, dietro lo schermo della volontà popolare, si affermino invece volontà particolaristiche di gruppi privilegiati, capaci di imporre, in fatto, orientamenti e indirizzi unicamente conformi ai loro interessi egoistici»[48], magari presentandoli come “imprescindibili” opportunità per il bene comune[49].
6. In ogni caso resta la vexata quaestio di come conciliare decisioni assunte attraverso le istituzioni politiche nazionali (e, nel caso della Tav, anche regionali) e la volontà espressa da popolazioni locali. È un fenomeno che non riguarda solo l’Italia ed è un fenomeno che in Italia non riguarda solo la Tav[50]: si vanno sempre più moltiplicando i c.d. conflitti locali, legati alla gestione del territorio, ma non solo.
La maggior parte delle soluzioni prospettate si basano su procedure di consultazione, costruzione del consenso, negoziazione (consensus building, stakeholder involvement, forum, tavoli, etc.)[51], pratiche variamente ascrivibili a concetti quali democrazia partecipativa o democrazia deliberativa[52], anch’essi di definizione non univoca, e confinanti con l’ormai onnipervasiva categoria della governance.
Senza ricostruire in questa sede i concetti citati, si potrebbe considerare quale elemento connotante la democrazia partecipativa[53] (come distinta dalla democrazia rappresentativa, nonché dalla democrazia diretta classica) il coinvolgimento dei cittadini[54] attraverso forme ulteriori rispetto a quelle del circuito elettorale-rappresentativo e/o del referendum. Si potrebbe ipotizzare di utilizzare l’espressione “democrazia partecipativa” in relazione a tutte le nuove forme di partecipazione dei cittadini sorte molto spesso negli ultimi anni[55], frequentemente in forma sperimentale[56], e/o a livello locale, ma connotate, comunque, da una “partecipazione istituzionale”[57], ovvero che coinvolge le istituzioni e che, al di là della considerazione del ruolo più attivo o passivo da esse esercitato, vede una formalizzazione da parte del diritto (anche se magari solo a livello locale)[58]. L’“istituzionalizzazione”, in tal senso, sarebbe da leggersi come il quid che differenzia la democrazia partecipativa[59] dalla “democrazia dal basso”, intesa come forma caratterizzata da spontaneità e autorganizzazione, con la consapevolezza, al di là della validità della distinzione proposta, del legame di consequenzialità che può crearsi, con una probabile tendenza della seconda a confluire nella prima, attraverso un processo di istituzionalizzazione.
Si può notare cioè, in ragione vuoi dei rapporti di forza instauratisi vuoi della capacità di mediazione, aggregazione, attrazione o di assorbimento della “democrazia istituzionale”, una tendenza verso la formalizzazione delle nuove pratiche di democrazia partecipativa o verso la loro confluenza nelle forme classiche di rappresentanza[60]. Tale tendenza è poi suscettibile di differenti letture: in specie, come una “vittoria” delle forze animatrici della democrazia dal basso o come una loro “sconfitta”, se si legge l’istituzionalizzazione come mezzo che ne depotenzia la vis politica-polemica ed inclusiva.
La democrazia dal basso, al di là dei possibili sviluppi e della loro interpretazione, comunque, pare caratterizzarsi per un’espressione collettiva di dissenso e di una volontà di cambiamento[61] che nasce ed è praticata al di fuori delle istituzioni. Questo non significa peraltro che, se, da un lato, si «sviluppano legami reticolari che fanno semplicemente a meno delle istituzioni»[62], dall’altro, non vi sia la volontà di incidere sulle istituzioni, trasformando esse e/o la loro politica. “Semplicemente” si muove dalla considerazione che solo «in teoria, il sistema democratico dispone di strumenti istituzionali per consentire a tutti di partecipare in posizione paritaria alla formazione delle decisioni collettive. Ma in realtà la maggior parte delle persone ha pochissimo potere effettivo nel condizionare il funzionamento delle istituzioni dominanti»[63]: dunque, la ricerca di nuove modalità di trasformazione sociale[64], attraverso forme di una democrazia “reale”, così definita in opposizione ad una democrazia “istituzionale” percepita come espressione unicamente delle élites dominanti.
Tornando alla democrazia partecipativa, occorre poi sottolineare la valenza differente[65] di forme riconducibili alla “semplice” consultazione, con l’ulteriore tipizzazione in relazione al momento della consultazione (in specie, se preventiva o successiva rispetto al processo decisionale), e forme attinenti alla partecipazione alla decisione (si pensi all’eventuale valore vincolante attribuito, ad esempio, a scelte inerenti il bilancio partecipativo)[66]. Modalità di partecipazione quali tavoli di trattativa, mediazione, negoziazione, si situano lungo il continuum da una forma all’altra a seconda delle facoltà attribuite alle varie sedi, con la precisazione che spesso peraltro può trattarsi, forse più che di strumenti di democrazia partecipativa nel senso che si è tentato di delineare, di meccanismi politici di gestione di conflitti, magari anche “istituzionalizzati” quanto alla formazione, ma senza una configurazione formale precisa quanto ai loro poteri.
7. Le varie estrinsecazioni ascrivibili al concetto di democrazia partecipativa rappresentano un’opportunità di espressione e riconoscimento effettivo dei “conflitti locali”, e, più in generale, di un pluralismo che fatica a trovare espressione nelle sedi tradizionali? Ovvero, la democrazia partecipativa può essere concepita in chiave emancipante[67]?
Si può rilevare come, da un lato, la democrazia partecipativa possa essere letta come un “più” di democrazia che consente maggior partecipazione[68] e crea nuovi luoghi di espressione del pluralismo e di rivendicazioni sociali[69]; dall’altro, come essa possa venir sussunta dalle «èlites escludenti» «attraverso la cooptazione e l’integrazione»[70], ovvero attraverso pratiche di assorbimento del suo potenziale emancipante ed includente. «L’ideale della partecipazione della società civile [può] essere cooptato da settori egemonici per cavalcare lo smantellamento delle politiche pubbliche, senza criticarlo, ma piuttosto approfittandone per realizzare un’operazione di «marketing sociale»»[71].
Sempre più si contrappone al concetto di government quello di governance[72], evidenziando in specie le supposte bontà del secondo (good governance) rispetto al primo (bad government): quest’ultimo «viene considerato il lato oscuro, arretrato e poco amichevole della pratica democratica di governo», mentre la governance ne rappresenterebbe «il lato evoluto, trasparente, partecipato»[73].
In particolare, per quel che in questa sede maggiormente rileva, la governance includerebbe pratiche quali «arene deliberative e partecipative», attraverso le quali «si migliora la comunicazione tra rappresentanti e rappresentati e tra gruppi contrapposti», «si smussano gli aspetti egoistici e unilaterali delle diverse posizioni e si modificano le preferenze degli attori»[74]. Le risultanze virtuose di processi decisionali fondati sulla discussione e sulla negoziazione consentirebbero di «minimizzare i costi esterni e la necessità della coercizione, laddove le decisioni maggioritarie del GT [n.d.r.: government] sono spesso avversate dagli esclusi e dagli sconfitti, generano risentimenti e innescano conflitti»; conseguentemente, aumenterebbe la «capacità di risolvere i problemi» e si rafforzerebbero «l’identificazione comunitaria e il sostegno diffuso senza deprimere lo spirito critico, pur se predisponendo «a rinunce e a differimenti nella soddisfazione degli interessi»[75].
La governance conferirebbe, rispetto al government, una legittimazione ulteriore al processo decisionale e, in ultima istanza, rappresenterebbe “la buona democrazia” - quella più evoluta - e favorirebbe la realizzazione dell’inclusione. Si tratta di una inclusione reale ed effettiva, su un piano di eguaglianza, oppure di uno strumento di “assorbimento” delle rivendicazioni, basato più sulla propaganda e la semplice apertura di sedi di discussione e negoziazione, senza una effettiva partecipazione e recepimento delle istanze nei processi decisionali[76]? Questo, per tacere - come è stato osservato – il fatto che la locuzione governance sia «used to provide the acceptable face of spending cuts»[77].
Se si legge, ad esempio, il Libro bianco dell’Unione europea, La governance europea[78], pare evincersi che la «partecipazione», uno dei cinque elementi enumerati come «principi alla base della buona governance», tenda soprattutto a superare il «sentimento di estraneità rispetto all’azione dell’Unione» che hanno «numerosi Europei», aumentando «la fiducia nel risultato finale e nelle istituzioni da cui emanano» le politiche dell’Unione. Non vi è in nuce la riduzione della partecipazione - della democrazia – ad una «strategia di marketing»[79], di vendita più efficace di politiche e decisioni? Nulla togliendo alle esigenze di miglior comunicazione e informazione[80], il nodo centrale non dovrebbe essere la ricezione delle istanze provenienti dai cittadini? Convincere della democrazia o essere democrazia?
Si parla molto di consultazioni come strumento di partecipazione[81]: ma sono effettivamente un modo di praticare la democrazia o non sono (anche e/o soprattutto) un modo di illudere di praticare la democrazia? Ovvero più che altro uno strumento di “presentazione democratica” di decisioni, attraverso una procedura impositiva-concertativa, che mira ad evitare il conflitto e ad eludere la rappresentanza di interessi differenti, ma non a recepirli e ad individuarne una pari rappresentanza e quindi soddisfazione (attraverso, ovvio, anche una composizione se si tratta di interessi confliggenti)?
La cooptazione della «società civile» nei processi di governance non corrisponde più che all’idea di recepire le istanze sociali a quella di evitare che esistano organizzazioni che diano voce ad “altre politiche” che chiedono un proprio spazio di affermazione[82]? E, ancora: non si assume comunque in tal modo un concetto elitario di partecipazione?[83]
La prassi delle consultazioni va di pari passo con l’espandersi del soft law, degli accordi negoziali fra le parti sociali, ed è simmetrico rispetto al progressivo abbandono della legge come norma valida per tutti, a sua volta connesso ad un accantonamento della rappresentanza attraverso il voto (strumento di eguale partecipazione). Ora, senza voler nascondere la crisi e l’insufficienza dell’odierna democrazia rappresentativa, sempre meno democratica[84], non vi è il rischio che quella prospettata sia una soluzione che crea illusioni mentre si chiude sempre più l’accesso ai luoghi di decisione politica?
Detto altrimenti, la democrazia partecipativa o, meglio, alcune sue espressioni non sembrano procedere nel senso di una concezione sostanziale, effettiva, della democrazia, nell’ottica sottesa al principio di eguaglianza sostanziale e alla valenza inclusiva ed emancipante della partecipazione politica.
8. Nessun meccanismo di previa consultazione è stato comunque esperito in Valle di Susa e l’apertura di sedi di discussione (osservatori, tavoli, etc.) si affianca ad affermazioni da parte delle istituzioni nazionali (ma anche regionali) sulla imprescindibilità dell’opera. L’esperienza di partecipazione popolare del Movimento No Tav, con le sue forme spontanee di autorganizzazione e di pratica democratica al di fuori, se non contro, le istituzioni (o alcune di esse) o determinate scelte politiche, sembra dunque da ricondursi più alla democrazia dal basso che a quella partecipativa. In altri termini, fermo restando che nell’evoluzione si possa pervenire a modalità di democrazia partecipativa formalizzate e “istituzionalizzate”, questo non pare ancora darsi in Valle di Susa. In tal senso depongono sia le modalità di organizzazione interna del Movimento sia le rivendicazioni avanzate sia la struttura del coordinamento creato a livello nazionale.
Il Movimento No Tav sembra (ancora) caratterizzarsi come una pratica democratica e di democrazia, forse più correttamente, una rivendicazione di democrazia, essenzialmente autorganizzata, non priva peraltro di rilevanza costituzionale ai sensi dei principi fondamentali della Costituzione, in primis le libertà (in specie di riunione, di manifestazione del pensiero) e la sovranità popolare di cui all’art. 1, 2^ comma.
La struttura del Movimento non è formalizzata; comprende vari organismi, con base prevalentemente territoriale e differenziati soprattutto in relazione al rapporto in essi fra le varie realtà sociali, i singoli cittadini e i rappresentanti delle istituzioni. Tali sedi, articolate su differenti livelli, sono poi interconnesse attraverso reti di collegamento e organi di coordinamento.
Volendo sintetizzare, sono essenzialmente tre le modalità organizzative individuabili: l’assemblea, i comitati e i coordinamenti.
L’assemblea popolare è l’organo che assume le scelte politiche fondamentali, specie nei periodi di più intensa mobilitazione. È una struttura a partecipazione non precostituita bensì assolutamente aperta: chi è presente all’assemblea ha diritto di prendervi la parola e, nell’ipotesi di votazioni[85], di votare, che si tratti di partecipanti ai comitati, di rappresentanti istituzionali, di “semplici” cittadini. Le convocazioni delle assemblee seguono lo sviluppo della mobilitazione: hanno luogo quando si prospettano decisioni specifiche e particolarmente significative per la vita del movimento (quali quelle riguardanti la partecipazione a tavoli ed osservatori istituzionali), oppure, nei giorni di più intensa mobilitazione, sono convocate per decidere lo sviluppo della protesta (forme della mobilitazione, gestione dei presidi). Si potrebbero quasi definire assemblee popolari spontanee e “mobili”, per sottolineare la mancanza di formalizzazione, che le distinguono dalle forme classiche di democrazia diretta ma anche tendenzialmente da quella di democrazia partecipativa, laddove - come detto - fra gli elementi caratterizzanti si annoveri proprio una formalizzazione, quantomeno come processo in fieri[86], se pur spesso connotato da un buon margine di dinamicità.
L’assemblea è indipendente, “sovrana”, e, in tal senso, le sue decisioni si “impongono” agli altri organismi e un eventuale mandato a rappresentanti istituzionali si configura come una legittimazione indipendente, ulteriore, quasi “più forte” si potrebbe dire, rispetto a quella ricevuta attraverso il circuito elettorale.
I comitati rappresentano la prima forma di espressione organizzata – autorganizzata - degli interessi e delle persone che si oppongono al progetto dell’alta velocità in Valle di Susa. Come è stato osservato, generalmente, in relazione alle “opere sgradite”, l’opposizione è «patrocinata da comitati di cittadini ad hoc», che si presentano come «arene neutrali rispetto a qualsiasi tipo di appartenenza, legate a un obiettivo circoscritto e a termine….» e in tal modo favoriscono «il consenso dei “cittadini comuni”»[87]. Caratteristica cardine di tali comitati è la loro autonomia e «spontaneità», che, oltre a favorire una maggior trasversalità nella partecipazione, costituisce, in una situazione nella quale i partiti sono percepiti come scarsamente rappresentativi dei “reali” interessi della società, ovvero, non più in grado di rappresentarla e di costituire il tramite fra essa e le istituzioni, elemento e garanzia che assicura una espressione e rivendicazione politica “vera”. In questo senso pare condivisibile il richiamo, in relazione al ruolo dei comitati, alla democrazia di base – e si è già rilevato come sia presente nel Movimento No Tav la consapevolezza di “esercitare democrazia” -, mentre non convince, perlomeno nell’ipotesi in studio, il riferimento ai comitati quali espressioni di forme di “antipolitica”, specie se intese come rifiuto di assunzione di responsabilità in relazione al “bene comune”[88]. Secondo quanto si è argomentato ante, infatti, la protesta No Tav trascende le motivazioni strettamente localistiche e particolaristiche, con l’introduzione di temi di interesse generale - quali lo sviluppo sostenibile, la decrescita, la difesa dei beni comuni, come l’acqua (pubblica)[89] -, con l’adozione di una prospettiva, che, se può in parte definirsi anti-partitica o, forse meglio, trascendente i partiti, non può certo dirsi anti-politica tout court.
Quanto alle modalità di azione, il carattere informale dei comitati «consente flessibilità e libertà di manovra»: essi promuovono forme di mobilitazione, ma anche azioni legali «e sono spesso in grado di procurarsi expertises tecniche» e quindi di «contestare le pretese dei promotori con argomenti scientificamente fondati e linguaggi pertinenti»[90]. Tale sintesi, elaborata in relazione ad altre esperienze[91], pare applicabile anche nei confronti dei comitati No Tav[92], con la precisazione, coerentemente con quanto osservato ante, che l’ampliarsi delle discussioni, degli interessi considerati, dei collegamenti, si riflette in un parallelo sviluppo delle forme e dei contenuti delle attività concretamente esperite.
Fra i comitati occorre poi effettuare alcuni distinguo: Habitat, il Comitato di lotta popolare, i Comitati locali, il Comitato istituzionale.
Il primo a formarsi, all’inizio degli anni Novanta, come ricordato, è il comitato Habitat, patrocinato da associazioni ambientaliste (Legambiente, Wwf e Pronatura), il quale svolge, insieme ad esperti e con il primo coinvolgimento anche di abitanti della Valle di Susa, un lavoro prevalentemente di informazione.
Nel 2000 nasce il Comitato di lotta popolare, con una connotazione politica più marcata («alcuni compagni fuoriusciti dai partiti riunitisi nel collettivo Linea Rossa, Rifondazione comunista, il centro sociale Askatasuna [n.d.r.: di Torino] e compagni della Valle») e con l’obiettivo di «organizzare l’opposizione all’alta velocità partendo dal basso, guardando alla mobilitazione popolare, iniziando a parlare di movimento, di partecipazione, di protagonismo popolare, di non delegare a nessuno la lotta…»[93].
Nel contempo, nei vari comuni, si formano comitati locali, che costituiscono l’ossatura del Movimento, con una base prevalentemente territoriale, formati da cittadini, ma, molto spesso, con un rapporto di collaborazione[94] con gli amministratori locali, che ricevono un’investitura ex novo e continua nell’interazione, e nella sottoposizione al “controllo”, con i loro elettori[95]. «Dal basso, flessibili e pragmatici, i comitati» sono stati definiti come «strutture importanti nella mobilitazione», in cui «convergono esperienze e sensibilità eterogenee»[96].
Gli amministratori - sindaci e comunità montana della bassa valle -, dal canto loro, creano un Comitato istituzionale, che agisce nelle sedi proprie, attraverso, ad esempio, esposti, ma anche con iniziative di mobilitazione, sia più formalizzate (il ritiro della delegazione della valle dalla commissione tecnica), che «innovative», come la convocazione, da parte dei sindaci di 37 comuni, dei consigli comunali all’aperto a Torino[97].
I vari comitati hanno quindi dato vita ad un Coordinamento, che costituisce una sede di discussione e raccordo fra le varie realtà e, in particolare, fra le sedi istituzionali e quelle di autorganizzazione dei cittadini (ed eventualmente di realtà politiche organizzate).
Istituzioni, cittadini, organizzazioni politiche si confrontano, inoltre, nell’assemblea popolare, che si è già detto essere l’organo “sovrano”, e che può essere indetta dallo stesso Coordinamento, come generalmente avviene per le scelte fondanti la linea politica del Movimento, o svolgersi localmente presso i vari presidi, per la gestione giorno per giorno della mobilitazione.
I presidi sono una delle strutture che via via ha acquisito sempre maggior importanza nella crescita del Movimento: sono sorti territorialmente nelle zone interessate dai primi lavori (Borgone, Bruzolo, Venaus) e hanno rappresentato l’estrinsecazione concreta della mobilitazione, costituendone il centro di aggregazione e di discussione. Il presidio diviene il luogo catalizzatore della protesta, per alcuni versi trascendendola, in quanto diviene un luogo di ritrovo, dove si realizza la ricostruzione di un legame sociale[98], per altri versi, esprimendone in pieno il carattere popolare[99].
Il presidio è forma di mobilitazione, luogo di aggregazione, di discussione, di decisione, laboratorio politico. È nei presidi che si sperimentano forme spontanee di democrazia (decisioni attraverso assemblee aperte) e un’autogestione, dove ciascuno apporta il suo contributo[100]: un quadro idilliaco, tra retorica e utopia? Certo, vi sono scontri fra le varie realtà, il peso nelle assemblee delle singole persone è influenzato dal ruolo che esse ricoprono (ad esempio, la rappresentanza delle istituzioni) o dall’esperienza politica (l’essere esponente di gruppi politici organizzati), vi sono dei portavoce, ma vi è una reale discussione e una forte e condivisa consapevolezza della necessità di mantenere l’unità e, quindi, una disponibilità a trovare soluzioni che non la revochino in dubbio. In questo contesto è da leggersi anche la propensione ad adottare le decisioni attraverso il dialogo, senza ricorrere ad una votazione[101].
Si assiste ad una contaminazione fra le varie pratiche di mobilitazione, da quelle tendenzialmente più formalizzate e all’interno della legalità delle istituzioni a quelle più radicali e, a volte, al di fuori della legalità[102] appartenenti alle prassi dei centri sociali[103] o dei settori più radicali del movimento[104]. Si mette in evidenza l’obiettivo comune (la lotta al Tav), si ricercano radici identitarie in grado di costituire un sostrato comune e fondante la “comunità”: in questo senso viene in rilievo il richiamo alle tradizioni della Resistenza[105], fortemente radicate in Valle di Susa, e, attraverso un unico filo conduttore, alle «lotte di fabbrica»[106]. Ciò peraltro non deve indurre a considerare il Movimento No Tav come indissolubilmente legato alle condizioni particolari della Valle di Susa, come dimostrano sia la presenza di un concetto identitario che, pur nella ricerca di un sostrato comune, si configura come inclusivo[107], sia la nascita di movimenti analoghi in altri territori[108].
9. Dunque, assemblea popolare, comitati, coordinamenti, presidi, come pratica autorganizzata di democrazia: quest’esperienza concreta può costituire un modello, è esportabile? come si rapporta con la democrazia, con le sue varie forme? Qual è il rapporto con la democrazia istituzionale?
In primo luogo si può utilizzare un dato di partenza, empiricamente riscontrabile: la diffusione di proteste aventi base territoriale (locale). È sufficiente per avvalorare tale elemento sfogliare i quotidiani dell’ultimo anno o, per una mappa più precisa, consultare, ad esempio, il sito del Patto Nazionale di Solidarietà e Mutuo Soccorso[109].
In secondo luogo, analizzando la ragione costitutiva dei movimenti, si può constatare come molti di essi nascano intorno ad un interesse legato alla “terra”, all’ambiente[110], che, nel prosieguo della protesta, viene ad assumere un significato sempre più ampio e lato (sviluppo sostenibile, esistenza di beni pubblici, decrescita, articolazione del sistema economico).
In terzo luogo, oltre all’obbiettivo della protesta, è rilevabile un elemento procedurale e sostanziale insieme, che ne diviene parte integrante e sostanza: la forma dei movimenti, il loro auto-crearsi e auto-organizzarsi, che testimonia la presenza di un’altra esigenza, un altro valore (oltre l’oggetto intorno al quale si coagula la protesta), la partecipazione politica[111], la riappropriazione della democrazia[112] e, forse, in un certo senso ancor prima, la tensione a costituire dei gruppi sociali.
Muovendo da questi elementi potremmo definire i movimenti in questione come “territoriali”, sottolineando così ad un tempo la condivisione da parte dei membri della stanzialità su uno stesso territorio come elemento rilevante per l’esistenza del movimento e il legame dell’obiettivo-oggetto della protesta con la “terra” (in senso lato)[113].
Si è già rilevato come i movimenti territoriali amplino progressivamente – e quasi “naturalmente” - il loro campo di interesse e di azione, divengano più consapevoli del proprio ruolo politico, superino il lato “egoistico” della loro “territorialità”; nondimeno pare interessante, se pur in prima approssimazione, rilevare la permanenza di alcuni caratteri distintivi rispetto ad altri movimenti contemporanei o di poco precedenti.
In relazione, ad esempio, ai social forum, pare di poter rilevare come il legame con il “territorio” connoti in senso meno ideologico, bensì più concreto, gli obiettivi e l’analisi o, quantomeno, che, anche allargandosi - come detto - lo spazio analitico e oggetto di intervento, si privilegi il metodo induttivo piuttosto che un approccio deduttivo e a priori. I “nuovi movimenti locali” nascono in relazione ad un problema e/o interesse particolare e concreto e nell’approccio ad esso, nel suo studio, nell’opportunità di creare sinergie con altri soggetti, quasi naturaliter avviene il passaggio ad un contesto via via più esteso, all’assunzione di teorie, analisi, prospettive di più ampio respiro. Il muovere dal particolare verso l’universale, dal concreto verso il teorico, sembra caratterizzare non solo l’avvicinamento e/o l’adesione ad un’analisi teorica attraverso un processo induttivo, ma anche le modalità di approccio che – pare di poter ulteriormente rilevare – mantengono sempre un elevato grado di “praticità”, ovvero vivono spesso tradotte in uno stile di vita (l’adesione alla teoria della decrescita vista, ad esempio, non solo come una lotta contro le politiche del Fondo Monetario Internazionale, ma come minor impiego del proprio tempo in attività lavorative-produttive, risparmio energetico nei propri consumi, etc.).
Una considerazione di carattere generale si impone a questo punto: si tratta forse di una tendenza generale delle chiavi di lettura contemporanee[114] che, in modo molto più evidente rispetto al passato, prospettano un’alternativa “personale”, nel senso sia che riguarda pratiche individuali, che divengono collettive attraverso un’interconnessione con altri soggetti (la tanto utilizzata immagine della rete più che quella della massa), sia che investe ogni aspetto: dall’economia alle istituzioni, dalla religione[115] alla percezione del proprio corpo? Non si assiste ad una modifica nella progettazione del futuro: l’attenzione dei programmi politici e/o utopie non è più incentrata in primis sulla costruzione di una società nuova, bensì sullo sviluppo in primo luogo dell’“uomo nuovo”?
Esemplificando, non si situa in questa prospettiva la figura della «moltitudine» teorizzata da Hardt e Negri? «La moltitudine è composta da un complesso di singolarità», è «molteplice e intrinsecamente differente», ma «agisce sulla base di ciò che le singolarità hanno in comune» e, in questo senso, viene concepita come antitetica rispetto alle collettività plurali, ma non «dispersa o frammentata», non anarchica «né incoerente»[116]. Nell’idea degli Autori, la «moltitudine» assume un carattere onnicomprensivo, in quanto «concetto aperto ed espansivo», atto ad andare oltre rispetto alla nozione tradizionale di classe, abbraccia ogni forma di lavoro, il quale si struttura sempre più come lavoro immateriale o anche «biopolitico», «cioè un lavoro che non produce soltanto beni materiali, ma anche relazioni e, in ultima analisi, la vita stessa»[117]. È chiaro il parallelismo fra l’osservazione dell’estendersi delle forme di lavoro e il mutamento nell’organizzazione del lavoro (flessibilità e precarietà, sfumare della distinzione fra tempo di lavoro e tempo libero)[118], da cui l’idea che «le distinzioni abituali tra l’economico, il politico, il sociale e il culturale stanno definitivamente sfumando»[119], e la considerazione della moltitudine come soggetto resistente ampio e trasversale.
Anche da parte di chi auspica lo sviluppo del libero mercato si sostiene, sotto l’accattivante locuzione di “società della conoscenza”, una ristrutturazione della produzione – ovvero, una rimodulazione di un modus producendi, di tipo capitalista, in relazione a nuovi settori di espansione[120] - che introduce cambiamenti che «interessano ogni aspetto della vita delle persone»[121] e comporta, dunque, dall’altro lato, la teorizzazione di una resistenza “totale”, attraverso le differenti estrinsecazioni della vita. “Produzione senza confini” e, simmetricamente, “resistenza senza confini”? Resistenza nella sfera personale significa una ritirata negli unici luoghi ove la resistenza è ancora possibile o, invece, una resistenza “totalizzante”, ovvero in tutti i contesti in cui è possibile? Quanto in questa concezione influisce il sostrato individualista proprio della cultura occidentale? E, ancora: la “rete” è il simbolo di una società sempre più disgregata, o rappresenta, allo stesso tempo, una lettura della realtà e la descrizione del soggetto in grado di mutarla?
L’individualizzazione della resistenza e la sua “onnicomprensività” rispetto alla vita di un soggetto - elementi che forse si possono racchiudere nell’espressione “personalizzazione” o anche “bio-resistenza” - si incontrano anche nelle teorie spesso assunte come riferimento diretto dai movimenti territoriali, come le tesi sulla decrescita. Nel Manifesto del doposviluppo di Latouche si legge, ad esempio, «resistenza e dissidenza con la testa ma anche con i piedi. Resistenza e dissidenza come atteggiamento mentale di rifiuto, come igiene di vita. Resistenza e dissidenza come atteggiamento concreto mediante tutte le forme di autorganizzazione collettiva». Posizioni individuali collegate in rete attraverso forme mobili di autorganizzazione, che conoscono una notevole molteplicità di esperienze, di declinazioni di alternative locali «al processo di aumento della mercificazione totale del mondo»[122]: anche qui non più soggetti e utopie collettive, ma un agire comune, un universale debole, fondato sul riconoscimento delle singolarità e del particolare locale.
Letture della realtà coerenti rispetto ai movimenti territoriali?
Chiudendo comunque questa lunga digressione, quanto a social forum e movimenti territoriali, differenze paiono potersi riscontrare anche rispetto ai soggetti partecipanti: nel caso dei social forum, si tratta prevalentemente di gruppi politici, sociali, culturali, già organizzati (in questo senso si potrebbe ragionare di una partecipazione più elitaria), mentre nei movimenti territoriali, accanto, ovviamente, alla presenza di realtà preesistenti (che, spesso, assumono anche un peso notevole nell’organizzazione delle proteste), è più consistente la presenza popolare tout court, ovvero di “semplici” cittadini.
I movimenti territoriali sono connotati – come già accennato – da una partecipazione che si può definire “trasversale”: non possono essere classificati, ad esempio, movimenti di classe, come i movimenti operai, pur contenendo spesso al loro interno forti elementi di critica, denuncia, contrapposizione, finanche sperimentazioni di rapporti alternativi, rispetto al modo di produzione (e di scambio) capitalista[123]. Si avvicinano per tali aspetti al movimento altermondialista o no (new) global[124], ovvero, pur con le specificità rilevate, alla prospettiva dei social forum.
Il fatto, peraltro, che non si tratti di movimenti etichettabili come di classe (in ragione di composizione ed interessi connotati da un forte grado di omogeneità, non solo in sé ma per sé[125]) non significa che essi non manifestino un “conflitto sociale”, ovvero di classe, che oggi le vulgata dominanti tendono a non nominare nemmeno più[126].
10. Tornando ora al rapporto fra i movimenti “territoriali” e la democrazia, sotto i vari profili indicati, pare analiticamente proficuo, trattandosi di movimenti in fieri, distinguere lo stadio appena trascorso, o in atto, dagli scenari prospettabili.
Nei tempi di alta mobilitazione, i movimenti territoriali paiono ascrivibili alla democrazia dal basso, ovvero ad una partecipazione non istituzionalizzata e formalizzata, che si muove all’interno di un quadro democratico - che, anzi, come detto, è rivendicato, fatto proprio - se pur con un rapporto controverso con il circuito istituzionale. La presenza di forme di democrazia dal basso rappresenta una prova dell’esistenza di una democrazia, suscettibile di rafforzarne la consistenza, oppure ne revoca in dubbio la forma storicamente assunta, sottolineandone la distanza dall’essenza del concetto? Esistono profili di incompatibilità fra democrazia dal basso e democrazia rappresentativa istituzionale?
Si è già detto della copertura costituzionale dei movimenti ex libertà di associazione, riunione, manifestazione del pensiero e, più ampiamente, ai sensi del principio di sovranità popolare e del principio democratico. Si può specificare come non solo di una “copertura” intesa come tolleranza si tratti, bensì come la Costituzione, nel porre le fondamenta di una democrazia sostanziale, nella quale lo Stato, ovvero la forma di governo, è strumentale, esprima altresì un atteggiamento di promozione nei confronti dell’esercizio dei diritti e, in particolare, della partecipazione. Basti ricordare l’obiettivo della «effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3, 2^ comma). In questo senso, senza dubbio, la democrazia dal basso si inscrive all’interno del quadro e del programma costituzionale, rappresentandone una espressione e muovendosi lungo il tracciato della creazione di una democrazia sostanziale.
La sovranità popolare di cui all’articolo 1, 2^ comma, della Costituzione italiana è una semplice constatazione, non il frutto di una decisione[127], è il fondamento dello Stato e, in quanto tale, logicamente, non si identifica con lo Stato[128], ma lo Stato e la sua sovranità non ne rappresentano che una estrinsecazione. Lo Stato e le sue istituzioni sono espressione, nell’ordinamento italiano e, più ampiamente, in un ordinamento democratico[129], di sovranità popolare, ma non sono o, meglio, non esauriscono la sovranità popolare. Lo «Stato-soggetto» assume, rispetto al principio della sovranità popolare, «carattere strumentale»[130] e quest’ultima pare potersi individuare in differenti manifestazioni, ovvero in tutte quelle forme che consentono di esprimerne l’essenza, strettamente connessa al principio democratico e all’identificazione governanti-governati. Gli strumenti di rappresentanza, ma anche i partiti, le associazioni, ovvero le varie modalità di partecipazione popolare, ricadono nell’alveo della sovranità popolare (anche nella loro diversità e, a volte, quasi contraddittorietà[131])[132].
È necessario però un passo ulteriore: partiti e associazioni sono esplicitamente contemplati e tutelati dalla Costituzione; possono considerarsi espressione di sovranità popolare anche estrinsecazioni non formalizzate? Seguendo la lettura proposta, la risposta è affermativa, riconducendosi la nozione di sovranità popolare ad un concetto ampio di partecipazione popolare[133], tutelato in quanto tale, attraverso tutte le forme, quelle previste dall’ordinamento e quelle che concretamente si danno. Se un limite si vuol individuare, esso appare intrinseco al concetto di partecipazione democratica.
L’articolo 1, comma 2, Cost., in specie laddove recita «nelle forme e nei limiti della Costituzione», ben può intendersi come non limitato né all’esercizio di sovranità attraverso i diritti politici (sia che siano intesi in senso stretto come diritti elettorali sia in senso ampio come comprendenti anche la partecipazione attraverso i partiti politici)[134], né alla partecipazione per così dire formalizzata (ad esempio attraverso l’istituzionalizzazione di modalità di democrazia partecipativa, il riconoscimento formale del ruolo delle associazioni), bensì aperto alle modalità esprimenti una partecipazione che, in quanto tale, è non solo tollerata, ma promossa dalla Costituzione[135]. In altri termini, non solo la democrazia partecipativa, ma anche la democrazia dal basso è conforme alla Costituzione, rappresentandone anzi potenzialmente un inveramento, un passo in avanti nell’attuazione[136]. Sia pure incidentalmente, peraltro, si può rilevare che, anche immaginando una crescita di tali forme di democrazia e postulando il loro costituire un valore aggiunto per la democrazia stessa, ciò non pare in grado di controbilanciare il vulnus arrecato alla sovranità popolare e alla democrazia dall’affermarsi di una lex mercatoria sempre più aggressiva[137] e, quanto alla forma di governo (ma con indubbie influenze sulla forma di stato), da una progressiva presidenzializzazione[138] ed evoluzione in senso maggioritario, nonché dall’espansione dei meccanismi di governance in sostituzione del government.
11. Si possono a questo punto utilmente distinguere differenti forme di democrazia dal basso, o, più ampiamente, di esercizio di sovranità popolare “diffusa”[139] e non istituzionalizzata, a seconda in particolare del loro rapporto con le estrinsecazioni “istituzionali” di democrazia e sovranità popolare, individuandosi specificamente i profili di affiancamento-integrazione, controllo, contrapposizione.
Già si è discorso di come i movimenti territoriali esprimano una esigenza, una voglia, di democrazia, di democrazia effettiva, attraverso una partecipazione attiva e di come ciò possa aumentare il grado di democrazia[140]. Tale osservazione è riferibile alle varie ipotesi individuate, ovvero sia che i movimenti intendano esprimere una volontà integrativa, di “affiancamento”, rispetto agli istituti rappresentativi esistenti sia che si pongano nell’ottica del controllo degli stessi sia, infine, che adottino una posizione di contrapposizione nei loro confronti.
Quanto alla prima ipotesi, alle considerazioni già espresse, si può solo aggiungere un quesito: il trascorrere del tempo, l’eventuale esaurirsi del momento “alto” della mobilitazione, la creazione di strutture più stabili, come possono incidere[141]?
Innanzitutto, una considerazione: è comune l’osservazione della tendenza dei movimenti, dei gruppi sociali, a “istituzionalizzarsi”. «Il gruppo, la cui origine e il cui fine consistono in uno sforzo degli individui radunati per dissolvere in sé la serialità, finisce, nel corso della sua lotta, per riprodurre in sé l’alterità…», ritorna al «pratico-inerte»[142]; «lo stato nascente non dura mai a lungo. Esso o si vanifica, o viene represso, o si estingue, o si istituzionalizza. Non vi sono altre possibilità»[143].
Ma, cosa significa “istituzionalizzazione”? Si può, prima facie, intendere con tale espressione una “burocratizzazione” del movimento, nel senso di una stabilizzazione formalizzata, se pur autonoma ed autorganizzata rispetto al circuito politico rappresentativo “tradizionale”. Questo passaggio può essere strumentale allo stesso mantenimento in vita del movimento nei periodi “morti” e può essere interpretato come un elemento che favorisce la continuità, la costanza, ma anche, peraltro, come un segnale di declino nella partecipazione e, dunque, nell’essenza del movimento[144].
In secondo luogo, “istituzionalizzazione” può essere intesa come sussunzione del movimento all’interno del “normale” circuito politico rappresentativo, anche attraverso la partecipazione ad istituti ibridi, magari variamente riconducibili alla democrazia partecipativa, come tavoli o osservatori[145]. In tal caso, sarà molto probabilmente la forza del movimento a determinare se ciò rappresenti una sconfitta, attraverso la messa in opera di pratiche che dilazionano e diluiscono le istanze del movimento, oppure una sede in cui rivendicare con successo le proprie istanze.
Senza dubbio le varie facce dell’“istituzionalizzazione” rappresentano una delle prove più difficili per un movimento: come ottenere una partecipazione costante e attiva, che sfugga al rischio di divenire solo una illusione di democrazia e di libertà, una – utilizzando l’espressione di Marcuse - «confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà»[146]?
12. La seconda ipotesi rappresenta una possibile linea evolutiva dei movimenti, che affinano la loro caratteristica di “democrazia del controllo”: si può immaginare che essi in un primo momento svolgano essenzialmente il compito di esprimere determinate istanze-rivendicazioni sociali e che, in un secondo momento, tendano a seguire il corso che tali richieste hanno nelle sedi istituzionali, ferma restando la possibilità di tornare ad una lotta politica, per così dire, “in proprio”. Forse alcuni episodi recenti della storia del movimento No Tav sono riconducibili a questa prospettiva; un esempio potrebbe essere l’assemblea tenutasi a Bussoleno il 19 giugno 2007. In quella sede il Presidente della Comunità montana Bassa Valle di Susa e Val Cenischia, Antonio Ferrentino, ha relazionato sugli accordi conclusi dalla conferenza dei sindaci con il governo e, pur senza che l’assemblea venisse in tale sede considerata titolare del potere di pronunciarsi sul contenuto degli accordi[147], si è affermata la volontà di recepire e riportare le indicazioni dell’assemblea in consigli comunali aperti, dove proseguire la discussione e il confronto. Vari interventi hanno sottolineato la necessità che i sindaci chiariscano la loro posizione, ripronunciandosi sul “no tav” e, specificamente, è stata avanzata l’esigenza che rispettino il loro programma elettorale. Viene espressa la necessità e si constata la presenza di un rapporto diretto e costante fra i sindaci e i cittadini-elettori, che non si accontentano di sanzionare eventualmente la responsabilità politica degli eletti nel successivo scrutinio elettorale.
Si potrebbe quasi, con le dovute cautele e consci comunque delle distanze, anche consistenti, riferire di un avvicinamento al modello di democrazia con revoca degli eletti[148]. Certo non è la Comune di Parigi descritta da Marx, «composta dei consiglieri municipali eletti a suffragio universale nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento»[149], né «los elegidos tienen el deber de rendir cuenta de su actuación y pueden ser revocados de sus cargos en cualquier momento»[150] come stabilisce la Costituzione di Cuba, ma si considera necessario un confronto eletti-elettori non limitato al momento elettorale e la sussistenza di un vincolo politico degli eletti[151], quasi, come osservato, in un processo di legittimazione permanente. In questo gioca senza dubbio anche un senso di sfiducia nei confronti dei partiti – con le opportune distinzioni fra sentimenti antipartitici, antipartitici rebus sic stantibus o tout court antipolitici -, ovvero una diffusa considerazione circa la loro distanza rispetto alle istanze sociali[152], e, più in generale, una sfiducia verso la democrazia rappresentativa in sé[153]. Nella Carta del Movimento di partecipazione popolare Valsusa (MPPV) si legge, ad esempio, che «i partiti politici non si fanno interpreti del mandato loro conferito dagli elettori, stravolgendo il concetto di rappresentanza» e che pertanto è necessario realizzare «un rapporto costante e diretto tra elettori ed amministratori», «una partecipazione attiva».
Oltre alle critiche alla democrazia rappresentativa legate alle sue contestualizzazioni storiche[154], i discorsi in oggetto richiamano le definizioni della democrazia quale «essenzialmente controllo del potere»[155] o l’individuazione dell’«unica garanzia del rispetto dei diritti di libertà» nel «diritto di controllare il potere cui spetta questa garanzia»[156]. Del resto, vi sono «sistemi in cui al popolo è affidata una funzione di pura e semplice preposizione alla carica dei titolari degli organi costituzionali elettivi (che danno vita alle forme meramente rappresentative, o rappresentative in senso stretto)» e «sistemi in cui il popolo designa anche, in modo più o meno esplicito e diretto, gli indirizzi politici»[157]: nella Costituzione italiana, «l’affermata esigenza di dare effettività al principio della sovranità popolare importa» che, fra il riconoscimento di poteri al popolo e quelli «assegnati agli organi supremi dello stato-apparato», si assegnino «al popolo gli impulsi primari» condizionanti l’attività affidata ai secondi[158]. Ora, ben si può supporre - dato quanto osservato ante, in specie circa l’effettività, la centralità, del principio di sovranità popolare - che ciò, oltre che con i mezzi istituzionalizzati, possa avvenire anche con mezzi “atipici”, variamente riconducibili – come detto – ad una copertura e/o promozione costituzionale. Come osserva Mortati, proseguendo il discorso sulle implicazioni dell’effettività del principio della sovranità popolare, questa esige anche che «debbano essere riconosciuti al medesimo [n.d.r.: al popolo] poteri anche se non previsti esattamente, ma che siano tuttavia argomentabili dalla posizione di preminenza ad esso conferita»[159].
13. Il discorso si complica se i poteri, i mezzi, da strumenti di controllo, configurabili come integrativi rispetto alla democrazia rappresentativa[160], assumono rispetto ad essa una valenza contrappositiva (la terza ipotesi prima individuata).
Si tratta di una questione che chiama in causa il complesso dibattito sulla protezione della democrazia. Ora, senza tentare in questa sede neppure una sintetica ricostruzione degli elementi in gioco, inevitabilmente riduttiva, ci si limita a ricordare una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che, ripercorrendo la propria giurisprudenza in materia, afferma: «il n’est pas de démocratie sans pluralisme», «l’une des principales caractéristiques de la démocratie réside dans la possibilité qu’elle offre de débattre par le dialogue et sans recours à la violence des questions soulevées par différents courants d’opinion politique, et cela même quand elles dérangent ou inquiètent…», «une formation politique qui respecte les principes fondamentaux de la démocratie … ne peut se voir inquiétée pour le seul fait d’avoir critiqué l’ordre constitutionnel et juridique du pays et d’en vouloir débattre publiquement sur la scène politique»[161].
Oltre che configurarsi come elemento coessenziale rispetto alla democrazia stessa, il dissenso politico[162], anche nei confronti delle istituzioni democratiche e delle decisioni da esse assunte, può assumere le vesti del diritto di resistenza, con la possibilità di chiamare in causa anche profili di legittimità costituzionale versus legalità istituzionale. In questa ottica il diritto di resistenza, in specie nel suo profilo collettivo, può essere concepito come strettamente consequenziale rispetto al principio democratico e di sovranità popolare, quasi un loro connotato intrinseco[163], a prescindere da un suo esplicito riconoscimento costituzionale[164]. Il diritto di resistenza, anzi, appare proprio quale diritto “di chiusura” (anche se dal contenuto aperto), quale “estrema” forma di esercizio e di difesa della democrazia, della sovranità popolare e, più in generale, dei fondamenti del patto sociale espressi nella Costituzione. In altri termini, «se l’art. 1, 2^ comma, della nostra Costituzione, dice che la sovranità popolare è anch’essa limitata dalla Costituzione, ciò vale, evidentemente, in quanto tutti i pubblici poteri si mantengano a loro volta nei limiti della Costituzione stessa»: qualora, invece, «i poteri costituiti e destinati a rappresentare il popolo, ad agire e governare per esso, infrangano i limiti costituzionalmente stabiliti alla loro attività, sorge nel popolo l’interesse e la possibilità di riprendere nella sua pienezza l’esercizio della sovranità, di cui è il vero titolare, opponendosi e contrapponendosi ad un apparato statale divenuto privo di ogni legittimazione»[165].
Nell’ipotesi del Movimento no Tav, estendibile ai movimenti territoriali, nonché alle varie rivendicazioni di democrazia partecipativa o dal basso, comunque, anche quando si manifestano valenze contrappositive rispetto alla democrazia rappresentativa istituzionale, oltre ad istanze integrative rispetto ad essa, sembra maggiormente pertinente chiamare in causa, più che il diritto di resistenza, la richiesta di democrazia sostanziale, di democrazia effettiva. Tale richiesta, peraltro, può condurre a ragionare nella prospettiva, propria del diritto di resistenza, di un richiamo alla legittimità (anche non lato sensu etica, bensì stricto sensu normativa, nel senso in specie di costituzionale) contra la legalità (nel senso di scelte politiche contingenti), con la precisazione che a volte questo conflitto assume le vesti della contrapposizione fra democrazia locale, “rilegittimata” attraverso l’interazione fra rappresentati locali e movimento[166], e democrazia rappresentativa nazionale (e/o regionale).
14. Mortati, già alcuni decenni fa, rilevava come «l’impiego delle forme democratiche che trovano il loro centro nel congegno parlamentare sia riuscito solo assai imperfettamente a realizzare una democrazia sostanziale, che esige l’ampliamento della sfera di potere da riconoscere ai lavoratori»[167]; oggi, si ragiona di «autocrazia elettiva»[168], per non citare la letteratura sulla postdemocrazia[169], o non accedere tout court all’affermazione che «è possibile che il fascismo non sia più una minaccia solo perché la democrazia – avendo sostituito l’indifferenza e l’esclusione alla coercizione – è divenuta così poco democratica che del fascismo non c’è più alcun bisogno»[170]. Certo, il Movimento No Tav non è la soluzione, ma è un’espressione di quella partecipazione che della democrazia costruisce indispensabile struttura, costituendone ed inverandone l’essenza; testimonia – prima facie attraverso un duplice profilo: esercizio di controllo nei confronti dei rappresentanti e volontà di riappropriazione diretta delle decisioni, delle procedure democratiche - che non si è in presenza di un processo degenerativo irreversibile[171] e senza resistenze.
Come è stato osservato, in relazione al Movimento internazionale, esso «rappresenta, come i partiti quando si realizza la loro natura migliore, un canale di comunicazione tra società e stato, ma con caratteristiche proprie, tali da arricchire, con la loro presenza, le forme della democrazia»[172]. Di fronte al Movimento no (new) global viene evocata la possibilità di «parlare di un agente democratico necessario», in ragione anche dell’articolo 11 della Costituzione[173]: si può ipotizzare un’estensione della stessa conclusione relativamente ai “nuovi movimenti territoriali”?
Non pare azzardato affermare che si tratta, pur con tutti, e anzi forse anche proprio con, gli interrogativi che pongono alla classica democrazia rappresentativa, di un elemento di vitalità per la democrazia, per una democrazia sostanziale, effettiva[174], sia in quanto la rivendicano sia in quanto la “praticano”. Il Movimento No Tav costituisce al tempo stesso una denuncia delle caratteristiche non democratiche della democrazia odierna, una richiesta di democrazia e una sperimentazione diretta, nella sua organizzazione, nei suoi processi decisionali, di democrazia, nella prospettiva di una sua effettività.
E, trattando di effettività, non può che allargarsi il discorso – come, del resto, si è notato, il Movimento No Tav ha fatto -, e dalla richiesta di partecipazione effettiva muovere alla rivendicazione delle condizioni che rendono effettiva (o, se si vuole evitare il gioco di parole, creano le condizioni necessarie per) la partecipazione effettiva, ovvero considerare la presenza di disuguaglianze di fatto e pretendere – come la Costituzione italiana prevede – la loro rimozione. Si chiama in causa, cioè, l’ormai innominabile “democrazia sociale”, il fatto che la nostra democrazia prevede un progetto di trasformazione della società, non limitandosi a garantire il profilo formale dei principi e dei diritti, nell’ottica dell’astrattismo liberale, e, dunque, pragmaticamente, la necessità di garantire i diritti sociali per un effettivo esercizio dei diritti politici (come di quelli di libertà c.d. negativa), senza gerarchizzazioni o strumentalizzazioni, ma assumendone l’indivisibilità.
Esistono all’interno del Movimento suggestioni di altre forme di democrazia, magari di quelle che sono state definite di «primitivismo di stampo giacobino-rousseauiano»[175], o “antiStato” toutcourt, o miranti solamente ad acuire – creare[176] - il conflitto sociale: ora, al di là della facile considerazione che ciò comunque è indice della vitalità della democrazia, può anche costituire uno stimolo ad andare oltre, riflettendo sulle forme della democrazia, nella loro tensione verso la sua massima realizzazione. Questo non significa reinterpretare, quasi con un ritorno ad un passato (peraltro più ideale che reale), il principio democratico in una prospettiva di «primitivismo di stampo giacobino-rousseauiano», ma nemmeno credere in un astrattismo procedurale, dai tratti (formalmente) egualitari, mistificante.
I movimenti come il No Tav, dunque, oltre a costituire con la loro stessa esistenza un indicatore della presenza di democrazia, evocano quantomeno due elementi essenziali per l’esistenza di democrazia: il suo carattere sociale e sostanziale[177] (in breve, il principio di eguaglianza sostanziale, i diritti sociali, il controllo pubblico sull’economia e la sua finalizzazione sociale)[178] e l’effettività della partecipazione[179].
Evocazione di un’utopia? Esiste differenza fra un’analisi senza veli e senza illusioni della realtà e il realismo: la prima conserva la fiducia nella possibilità di una sua trasformazione e, anzi, la può aiutare, il secondo si limita ad adattarsi e appiattirsi sulla realtà.
[1] Per una ricostruzione storica e cronologica, cfr., oltre le opere citate infra, C. SASSO, No Tav. Cronache dalla Val di Susa, Carta-Intra Moenia, Roma, 2006; O. MARGAIRA, Adesso o mai più. Diario della formazione di una coscienza ambientalista e di un impegno civile contro il progetto di alta velocità ferroviaria in Valle di Susa, Edizioni del Graffio, Borgone, 2005.
[2] In questo senso cfr. D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Conflitti locali, framing globale: le campagne di protesta contro la TAV in Val di Susa e il ponte sullo Stretto di Messina, paper per il Convegno Annuale SISP, Università di Bologna, 12-14 settembre 2006, pp. 6 ss.; L. CARUSO, Nuove dinamiche dell’azione collettiva: il caso della Val di Susa in una prospettiva comparata con la Francia, tesi di dottorato, XX ciclo, Dipartimento di Scienze sociali, Torino.
[3] D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Conflitti locali, cit., p. 7.
[4] Per la ricostruzione di iniziative nel periodo 2000-2005, cfr. spec. NOTAV. La valle che resiste, Centro sociale Askatasuna-Comitato di lotta popolare No Tav, Velleità alternative, Torino, 2006, pp. 22 ss.
[5] Si può citare, quale esempio concreto di tale raccordo, oltre la presenza delle varie realtà ai differenti cortei, la partecipazione all’incontro organizzato al presidio di Venaus il 9 dicembre 2006 (in occasione del ricordo della “liberazione di Venaus” dell’8 dicembre 2005) di numerosi movimenti contro “grandi opere”, quali il no Ponte (contro il Ponte sullo Stretto), i comitati contro l’alta velocità nel Mugello, il movimento contro il Mose a Venezia. Da ultimo, si può segnalare la forte saldatura fra il movimento No Tav e il movimento contro il raddoppio della base americana a Vicenza (No Dal Molin); in particolare, si può sottolineare sia come il movimento No Tav sia assunto quale modello (come è evidenziato, ad esempio, in vari interventi in occasione della manifestazione contro il raddoppio della base americana a Vicenza il 17 febbraio 2006) sia come la protesta No Tav mostri di compiere un salto di qualità, specie in relazione ai contenuti, rapportandosi non solo con i movimenti contro le grandi opere, ma anche con il movimento contro la guerra (in tal senso la partecipazione massiccia dei valsusini No Tav alla manifestazione di Vicenza è emblematica).
Da non dimenticare è, inoltre, - come si specificherà infra – la creazione del “Patto Nazionale di Solidarietà e Mutuo Soccorso”, come «strumento al servizio di chi nel nostro paese lotta per la difesa del proprio territorio, contro le grandi opere inutili e contro lo scempio delle risorse ambientali ed economiche» (dal sito www.pattomutuosoccorso.org).
[6] Per citare qualche dato (riprendendo stime degli organizzatori): 30.000 persone alla marcia Susa-Venaus il 4 giugno 2005; 80.000 persone al corteo Bussoleno-Seghino il 16 novembre 2005; 50.000 persone al corteo a Torino il 17 dicembre 2005.
[7] L’intervento delle forze di polizia dà luogo ad immediate e spontanee proteste: dall’occupazione delle varie vie di comunicazione in Val di Susa (strada statale, autostrada e ferrovia), alla creazione di quella che nel Movimento No Tav è definita la “Libera Repubblica” di Venaus (con chiare reminescenze alla Resistenza), agli scioperi spontanei in numerose fabbriche, ad un presidio, seguito da corteo e occupazione della stazione ferroviaria a Torino.
[8] In generale, sul punto, cfr. per ora R. DAHRENDORF, Dopo la democrazia. Intervista a cura di Antonio Polito, Laterza, Roma-Bari, 2001, p. 53: «dimostrazioni, manifestazioni, esercizi attivi di giudizio critico, … per quanto discutibili e quando violenti certamente inaccettabili, sono nondimeno un utile memento dell’enorme divario esistente nel nostro mondo democratico tra popolo e potere. E finché non troviamo un altro modo per riempire questo vuoto, finché coloro che sono eletti non scopriranno altre vie per mettere in condizione il popolo di avere voce in decisioni sempre più prese in sedi remote e irraggiungibili, quelle manifestazioni restano comunque un buon segno. Perché ci dicono qualcosa di importante: che la gente non accetta questo stato di cose».
[9] Sul riferimento alla legittimità della propria azione da parte dei partecipanti al Movimento, cfr. L. CARUSO, Nuove dinamiche, cit., laddove rileva come da documenti del Movimento emerge che «si può contare sul fatto che si è in uno stato di diritto, anzi vanno invertiti i termini del discorso affermando di essere i veri rappresentanti della costituzione, tradita dalle istituzioni; si deve comunicare il fatto di essere i veri depositari dell’identità nazionale, e con essa della sovranità».
[10] Vedi Osservatorio del Nord Ovest, Valsusa, Italia. La Tav e le grandi opere nella percezione dell’opinione pubblica, a cura di P. Campana, F. Dallago, M. Roccato, settembre-ottobre 2006 (consultabile in www.nordovest.org), p. 29.
[11] Osservatorio del Nord Ovest, Valsusa, cit., p. 30.
[12] Per tutti, N. BOBBIO, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino, 1991, p. 72, che, di seguito, rileva come la centralità delle libertà di associazione e di opinione metta «gli attori di un sistema fondato sulla domanda dal basso… nella condizione di esprimere le proprie domande e di prendere le decisioni a ragion veduta», il che, fra l’altro, «fa costitutivamente parte delle regole del gioco» e non trasforma il sistema (p. 73); R. A. DAHL, On Democracy, 1998, trad. it. Sulla democrazia, Laterza, Roma-Bari, 2000, pp. 91 ss.: fra i «requisiti minimi necessari affinché un paese possa essere considerato democratico», quantomeno vi sono «libertà di espressione» e «libertà d’associazione».
[13] Sulla rilevanza costituzionale ex art. 1, comma 2, Cost., delle manifestazioni di protesta, con specifica attenzione, ad esempio, a quelle relative alla politica militare (comprendente le scelte inerenti la base “Dal Molin” a Vicenza), cfr., da ultimo, M. CONZ, Note a margine della “vicenda Dal Molin”. La cooperazione internazionale in materia militare ed i suoi limiti, in www.costituzionalismo.it, 7 marzo 2007, spec. p. 1 e p. 4, nota 1.
[14] U. ALLEGRETTI, Il Movimento internazionale come attore costituzionale, in Dem. e dir., 1/2004, pp. 68, 69 e 70.
[15] Si intende che, da un lato, la presenza delle autorità istituzionali locali legittima la protesta saldandola e inserendola all’interno della “legalità istituzionale”; dall’altro, che si instaura un rapporto diretto fra rappresentati e rappresentanti, al di là del momento elettorale, quasi ad affiancare ad una investitura formale una sostanziale.
[16] Per lungo tempo, ad esempio, le vie di accesso al comune di Venaus sono state chiuse dalle forze di polizia e il passaggio concesso ai soli residenti.
[17] Ci si riferisce, in primis, allo sgombero dei territori “presidiati” di Venaus nella notte del 6 dicembre 2005.
[18] A ciò può anche aggiungersi la presenza “rassicurante” dei sindaci, spesso in prima fila con la fascia tricolore.
[19] Questo rapporto fra risposta “istituzionale” e legittimazione della mobilitazione e, in particolare, della sua radicalizzazione pare valere soprattutto per i partecipanti al movimento meno avvezzi alla pratica politica (forse in origine più fiduciosi nel buon funzionamento della democrazia istituzionale). Come è stato rilevato, «la militarizzazione del territorio e le cariche della polizia sono percepite dagli attivisti come elemento di legittimazione della protesta, grazie alla diffusione di un sentimento di indignazione» (D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Voci della valle, voci dello Stretto. “Grandi opere” e campagne di protesta, paper, 2007, p. 79); L. CARUSO, Nuove dinamiche, cit., sottolinea come la prevaricazione, evidente nella «presenza invasiva delle forse dell’ordine», costituisca «un fattore di mobilitazione decisivo».
[20] Fra essi, anche numerosi rappresentanti delle istituzioni. D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Conflitti locali, cit., p. 2, ricordano alcuni esempi: «la presidente del governo regionale di centro sinistra del Piemonte, Mercedes Bresso, ha sostenuto che “l’importante è che si superi la sindrome del ‘non la voglio a casa mia’: non porta a nulla” (R 20/11/05), e l’allora ministro dell’ambiente di centro-destra, Matteoli, ha stigmatizzato gli “egoismi di una protesta strumentale” (4/11/05)», nonché, di recente (D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Voci della valle, cit., p. 2), la dichiarazione del segretario dei Ds, Piero Fassino: «in Val di Susa, “Si deve affrontare un nodo che ormai si pone non solo in Italia ma in qualsiasi paese ogni volta che si deve fare una grande opera, sia una centrale elettrica che un impianto di smaltimento rifiuti o una ferrovia veloce. Si è diffuso nel mondo un atteggiamento di diffidenza o di rifiuto: fatela dove volete ma non nel mio giardino…».
[21] L. BOBBIO, Un processo equo per una localizzazione equa, in L. Bobbio, A. Zeppetella (a cura di), Perché proprio qui? Grandi opere e opposizioni locali, Franco Angeli, Milano, 1999, p. 186.
[22] Accanto a questo acronimo, se ne possono ricordare altri simili, quale LULU (Locally Unwanted Land Use).
[23] Secondo i dati dell’Osservatorio del Nord Ovest, Valsusa, cit., pp. 21-22: la Tav è dannosa per la salute e l’ambiente per il 52,1% dei valsusini e il 49,5% dei piemontesi; inutile per il 23,4% dei valsusini e il 17,9% dei piemontesi; presenta costi eccessivi per il 7,4% dei valsusini e il 4,9% dei piemontesi. L. CARUSO, Nuove dinamiche, cit., ricorda fra le motivazioni degli attori le «conseguenze materiali» dell’opera, ovvero «l’impatto della cantierizzazione ed i rischi per la salute», in primis l’eventuale presenza di amianto e uranio; «una generica volontà di difesa del territorio», «considerato già eccessivamente compromesso dalla presenza di infrastrutture»; la «prevaricazione, il sentire di non essere considerati dalle controparti, di non vedere ascoltate le argomentazioni fornite», ovvero il riconoscimento dell’«uso del territorio ed il monopolio della decisione politica su di esso, come oggetto di una rivendicazione legittima»; il richiamo a concetti come «modernità, progresso, democrazia, interesse generale» in senso diverso rispetto a quello dei sostenitori dell’opera.
Circa le argomentazioni a supporto del “no Tav”, oltre ai siti specifici (www.notav.it; www.notavtorino.org), vedi, fra gli altri, Laboratorio per la democrazia di Torino, Travolti dall’Alta Voracità, a cura di C. Cancelli, G. Sergi, M. Zucchetti, Odradek, Roma, 2006; A. BOITANI, M. PONTI, F. RAMELLA, TAV: le ragioni liberali del no, sul sito dell’Istituto Bruno Leoni (www.brunoleoni.it), 16 aprile 2007.
[24] La teoria della decrescita - anche se Latouche (op. ult. cit. infra) osserva come sia «improprio parlare di “teoria della decrescita”», essendo piuttosto uno «slogan politico con implicazioni teoriche» - critica in radice il modello di sviluppo, osservando come anche aggettivizzandolo non si rimette veramente in discussione l’accumulazione capitalista, ovvero lo sviluppo inteso «come una impresa che mira a trasformare in merci le relazioni degli uomini tra loro e con la natura», e propone una «società di decrescita», in una accezione plurale e contestualizzata, che assume la rinuncia «all’immaginario economico, vale a dire alla «credenza che di più è uguale a meglio» (così sinteticamente si legge in S. LATOUCHE, Manifesto del doposviluppo, 2002; più ampiamente, cfr. S. LATOUCHE, Decolonizzare l'immaginario, il pensiero creativo contro l'economia dell'assurdo, Editrice Missionaria Italiana, Bologna, 2004; S. LATOUCHE, Come sopravvivere allo sviluppo: dalla decolonizzazione dell'immaginario economico alla costruzione di una società alternativa, Bollati Boringhieri, Torino, 2005, e, da ultimo, S. LATOUCHE, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano, 2007; nonché, in Italia, M. Bonaiuti (a cura di), Obiettivo decrescita, Editrice Missionaria Italiana, Bologna, 2004; M. PALLANTE, La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal PIL, Editori Riuniti, Roma, 2005; P. CACCIARI, Pensare la decrescita. Sostenibilità ed equità, Carta, Edizioni Intra Moenia, Roma-Napoli, 2006; in senso critico, da ultimo, cfr. L. CAVALLARO, La nouvelle vague della decrescita, in il Manifesto, 16 settembre 2007).
[25] Scorrendo, ad esempio, sul sito www.notav.eu, l’elenco delle iniziative di febbraio 2007: incontro con i comitati No Tav baschi ad Avigliana, serata informativa a Bruino, serata No Dal Molin a Bussoleno, digiuno per la pace, serata da Kyoto ad Avigliana, iniziativa “M’illumino di meno”, manifestazione nazionale a Vicenza contro la base militare, manifestazione antimafia a Reggio Calabria, serata informativa “perché notav?” a Torino, etc. Si assiste ad una evoluzione che porta il Movimento ad allontanarsi sempre più dal rischio di esser qualificato come Nimby e cresce all’interno del Movimento la percezione che una tale accusa sia ingiustificata.
[26] In argomento si ricorda il dato (Osservatorio del Nord Ovest, Valsusa, cit., p. 15) che rileva come circa i tre quarti dei residenti in Val di Susa hanno letto direttamente studi sull’impatto ambientale della Tav o hanno parlato con persone che lo hanno fatto (rispetto al 30-40% dei piemontesi).
In generale colpisce la mole notevole di studi e argomentazioni tecniche sui vari profili create e diffuse dai sostenitori del No, anche rispetto all’assenza di una corrispondente elaborazione da parte dei favorevoli alla Tav, come è evidente se si consultano i siti “pro-Tav” (quali www.transpadana.org; www.ltf-sas.com; http://tav.ferroviedellostato.it) o come è ben documentato dal testo di A. G. CALAFATI, Dove sono le ragioni del sì? La “Tav in Val di Susa” nella società della conoscenza, Edizioni SEB 27, Torino, 2006 (che, alla fine, p. 71, osserva: «di un’opera irrinunciabile – che si farà, che si dovrà fare – non sanno spiegare l’utilità sociale. Chi ha il potere di decidere, chi ha deciso non sa dirci quali sono le ragioni del sì»).
[27] Esempio: Assemblea pubblica al Centro polivalente di Bussoleno, 19 giugno 2007, intervento di O. Margaira, un attivista del Movimento, che sostiene la necessità, nel valutare l’opera, di tenere presente come termine di paragone quanto costano 10 km di linea rispetto ad un ospedale.
[28] Cfr. Osservatorio del Nord Ovest, Valsusa, cit., pp. 10-11.
[29] Sempre Osservatorio del Nord Ovest, Valsusa, cit., p. 8.
[30] Osservatorio del Nord Ovest, Valsusa, cit., p. 19.
[31] Si pensi, ad esempio, all’intervento di I. CICCONI, Architettura Contrattuale e Finanziaria dell’Altà Velocità, in Laboratorio per la democrazia di Torino, Travolti, cit., pp. 151 ss.
[32] Cfr. D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Conflitti locali, cit., p. 21, nonché i documenti ivi citati.
[33] Sulla crescente partecipazione ed organizzazione di iniziative che coinvolgono altre realtà e/o di incontri con temi di interesse “mondiale”, cfr. quanto già rilevato e quanto si sottolineerà nel prosieguo.
[34] Osservatorio del Nord Ovest, Valsusa, cit., p. 22. L. BOBBIO, Discutibile e indiscussa, cit., p. 129, osserva come le comunità locali «tendono inevitabilmente ad allargare il loro orizzonte.. Si assiste insomma a quel salto di qualità che Jacques Lolive – studiando le proteste della valle del Rodano contro l’alta velocità – ha definito «montée en généralité»».
[35] Cfr. D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Conflitti locali, cit., pp. 15-16: «soprattutto nelle fasi più recenti, la campagna sulla Tav acquista così una dimensione globale. Secondo un intervistato, “qui c’è la prima, concreta lotta no global non soltanto in Italia, ma a livello europeo. Noi non ce lo diciamo, non ci piacciono le etichette, ma questa è una lotta no global, perché ci stiamo opponendo ad un progetto internazionale che passa sopra ai diritti delle comunità locali” (IVS11) [n.d.r.: intervista a G. Vighetti, Comitato di Lotta Popolare contro l’alta velocità di Bussoleno, Val di Susa]... Questa convinzione si riflette in una strategia di ampliamento del fronte della campagna…, in un concreto tessersi della rete. Nelle parole di un intervistato, la lotta contro le grandi opere “è uno dei tanti aspetti del movimento contro la globalizzazione: la globalità è del capitale che vuole dominare il mondo, che agisce a livello locale e globale, che fa della guerra stabile uno strumento di dominio e dello spostamento delle risorse un elemento della propria sopravvivenza contro l’esistenza delle popolazioni” (IVS10) [n.d.r.: intervista a N. Dosio, segretaria del circolo PRC di Bussoleno-Val di Susa, Val di Susa]. L’identificazione… si amplia ad includere i popoli ai quali l’autodeterminazione è negata». Come notano sempre gli Autori citati (ibidem) «sono gli stessi oppositori alla Tav a sottolineare un mutamento di schema di riferimento nel corso della evoluzione della protesta, con un progressivo allargamento dell’orizzonte al di là della valle ed una definizione sovraterritoriale di sé, come orientata a “l’intero modello di sviluppo”…». In tema, vedi anche L. CARUSO, Nuove dinamiche, cit., che riporta un’intervista ad una attivista (Titti, Bruzolo), che afferma: «[penso sia giusto impegnarsi] su tutto quello che sono le opere contro l’umanità, non solo nel senso di grandi opere, in senso più vasto, ciò che succede in Iraq, in Iran, tutte queste guerre in corso in Africa… E penso che la nostra questione se portata avanti in un certo modo si apre ad altre cose…»; O. MARGAIRA, Adesso o mai più, cit., p. 118: «è vero che l’opposizione iniziale al Tav è stata a volte semplicistica e talvolta addirittura egoistica: mi buttano giù la casa, mi fanno andar via dalla valle, quanto perderà di valore la mia casa?”, ma successivamente emerge invece la convinzione che “questa non è una questione partitica, né solamente ambientale, è diventata una questione etica e morale, ma noi all’inizio non lo sapevamo».
[36] Osservatorio del Nord Ovest, Valsusa, cit., p. 11.
[37] Così ricorda N. BOBBIO, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino, 1991, p. 21.
[38] Cfr. I. CICCONI, Architettura contrattuale, cit., pp. 151 ss.; in tema cfr. anche ID., Le grandi opere del Cavaliere, Koinè nuove edizioni, Roma, 2004; F. IMPOSIMATO, G. PISAURO, S. PROVVISIONATO, Corruzione ad Alta Velocità. Viaggio nel governo invisibile, Koinè nuove edizioni, Roma, 1999.
[39] A. G. CALAFATI, Dove sono, cit., p. 74, che conclude nel senso della ingiustificatezza di tale richiamo, dell’utilizzo della razionalità economica «per giustificare le proprie scelte ideologiche, le proprie visioni».
[40] C. MORTATI, Art. 1, in G. Branca, Commentario della Costituzione, Principi fondamentali, Bologna-Roma, 1975, p. 43.
[41] Nonché recepita normativamente: si pensi, ad esempio, al progetto del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa (29 ottobre 2004, Roma), che sancisce come principio, riconoscendone il carattere di valore fondante rispetto all’Unione europea, l’economia di mercato aperta e in libera concorrenza (in tema, sia consentito rinviare a A. ALGOSTINO, Democrazia sociale e libero mercato: Costituzione italiana versus “costituzione europea”?, in Riv. dir. cost., 2007; nonché per un rilievo dell’incompatibilità fra i principi del Trattato CE e le costituzioni interventiste francese, tedesca e italiana, recentemente, A. ZORZI GIUSTINIANI, Costituzionalismo e Costituzioni nell’età moderna e contemporanea, in Studi parl. e di pol. cost., 2005, p. 23). Dopo le clamorose bocciature francese ed olandese, peraltro, il progetto è ora sottoposto ad un procedimento di modifica (ad oggi una bozza di “progetto di Trattato modificativo” è stato presentata nella Conferenza intergovernativa del 23 luglio 2007, il testo dovrebbe essere approvato dal Consiglio europeo del 18-19 ottobre 2007 e quindi ratificato da parte degli Stati nel primo semestre 2008), ma non pare vi sia l’intenzione di modificare sostanzialmente i fondamenti del progetto (al di là, ad esempio, della scomparsa testuale, dall’art. 3, c. 2, del riferimento alla «concorrenza libera ma non falsata»); cfr. L. PATRUNO, Addio “costituzione” europea? I nomi: Trattato, Costituzione; la cosa: il diritto europeo, in www.costituzionalismo.it, 17 luglio 2007.
[42] … alle quali, invece, è/dovrebbe essere sottoposto, come ricordano proprio Movimenti come il NoTav, o, ad esempio, per le scelte di politica estera, il Movimento No Dal Molin.
[43] L. BOBBIO, Discutibile e indiscussa, cit. p. 125.
[44] L. BOBBIO, Discutibile e indiscussa, cit. p. 127.
[45] L. BOBBIO, Discutibile e indiscussa, cit. p. 127.
[46] L. GALLINO, Domande senza risposta e interesse nazionale, in Laboratorio per la democrazia di Torino, Travolti dall’Alta Voracità, cit., p. 42.
[47] L. GALLINO, Domande senza risposta, cit., p. 42.
[48] Così V. CRISAFULLI, La sovranità popolare nella Costituzione italiana, estratto da Rassegna Giuliana di Diritto e Giurisprudenza, 1954, p. 58, nel sottolineare il legame fra democrazia economica e politica e come la Costituzione italiana metta «a base della democrazia politica la democrazia economica», proponendosi «appunto lo scopo di impedire la sopraffazione anche larvata degli interessi della maggioranza dei cittadini, e specialmente degli strati sociali economicamente più deboli, ad opera di ristretti gruppi oligarchici», ovvero intendendo «sopprimere il privilegio economico, anche ed anzitutto perché ed in quanto si traduce o è suscettibile di tradursi in privilegio politico» (pp. 58-59; nello stesso senso, cfr. anche pp. 42 ss.).
[49] In argomento, in relazione alla Tav, in senso quantomeno dubbio circa l’imprescindibile “bontà” dell’opera, agli studi tecnici “di parte” già ricordati, si possono aggiungere anche le «risultanze emerse dal confronto» cui perviene il c.d. Osservatorio Virano (sul quale si registra una delle linee di tensione fra la parte istituzionale e quella più “movimentista” della protesta No Tav), organo suppostamente “neutro” o, forse meglio, con composizione bipartisan, agente in base a parametri e modelli scientifici, forniti in alcuni casi dai sostenitori del progetto (cfr., da ultimo, il secondo quaderno licenziato dall’Osservatorio, recante Sintesi degli elementi di valutazione relativi alla domanda di traffico merci sull’arco alpino e sul corridoio Torino – Lione, 11 giugno 2007).
[50] Oltre ai casi più noti come Scanzano Jonico, la base Nato di Vicenza, si possono ricordare, ad esempio, quelli “scoppiati” nel febbraio 2007: le proteste contro la discarica a Serre di Persano (Salerno) o contro la centrale turbogas ad Aprilia.
[51] Per un primo approccio, cfr. L. BOBBIO, Un processo equo, cit., spec. pp. 218 ss.
[52] Sulla democrazia deliberativa, recentemente, vedi G. Bosetti, S. Maffettone (a cura di), Democrazia deliberativa: cosa è, Luiss University Press, Roma, 2004.
[53] Senza misconoscere ovviamente che l’elemento della partecipazione è intrinseco ad ogni forma di democrazia, ciò che crea differenza sono le modalità della sua estrinsecazione concreta.
[54] Si intende il termine in senso ampio, come residenti/partecipanti ad una determinata collettività (quindi in una locuzione che potenzialmente include anche gli stranieri).
[55] D. HELD, Models of Democracy, Polity Press, Cambridge, 1996, trad. it. Modelli di democrazia, il Mulino, Bologna, 1997, pp. 369-382, utilizza il termine «democrazia partecipativa» per indicare il modello di democrazia proposto dalla «Nuova Sinistra», nata «soprattutto dalle agitazioni politiche degli anni Sessanta, dai dibattiti interni alla sinistra e dall’insoddisfazione per l’eredità della teoria politica, liberale e marxista», elencandone fra le caratteristiche fondamentali, oltre ad una riorganizzazione “in senso partecipativo” dei partiti, la «partecipazione diretta dei cittadini alla regolamentazione delle istituzioni chiave della società, inclusa la sfera del lavoro e la comunità locale», il «mantenimento di un sistema istituzionale aperto per assicurare la possibilità di sperimentare nuove forme politiche».
[56] In alcuni casi, istituti riconducibili alla democrazia partecipativa vengono sanciti anche a livello costituzionale; emblematicamente, vedi la Costituzione bolivariana del Venezuela del 1999 (per un primo commento cfr. D. PICCIONE, Presidenzialismo e democrazia partecipativa nella Costituzione bolivariana del Venezuela, in Dir. pubbl. comp. ed europeo, 2005-I, pp. 3 ss.; G. ALLEGRETTI, Politiche di partecipazione in Venezuela: tra discorso costituzionale e pratiche sperimentali, in Dem. e dir., 3/2006, pp. 42 ss., e ID., Politiche di partecipazione in Venezuela: l’inizio di un percorso di statuizione normativa, in Dem. e dir., 4/2006, pp. 27 ss.).
[57] Cfr. U. ALLEGRETTI, Basi giuridiche della democrazia partecipativa in Italia: alcuni orientamenti, in Dem. e dir., 3/2006, p. 159: «la caratteristica della Dp è proprio quella di mettere in rapporto, un rapporto dialettico ma anche mirato a trovare un’intesa, società e istituzioni».
[58] Con la creazione di “diseguaglianze di/nella democrazia” sul territorio nazionale?
[59] M. LUCIANI, Democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, in L. Carlassare (a cura di), La sovranità popolare nel pensiero di Esposito, Crisafulli, Paladin, Cedam, Padova, 2004, p. 184, si riferisce ad un «sottomodello rappresentativo-partecipativo», individuandone come «tratto essenziale», accanto alle elezioni, la «partecipazione istituzionale», «tramite istituti giuridicamente previsti e regolati» e «con effetti rivolti direttamente alle istituzioni» (a questo modello, e non, come secondo la corrente vulgata, alla democrazia diretta, fra l’altro, l’Autore riconduce i referendum italiani).
[60] N. BOBBIO, Il futuro della democrazia, cit., p. 48, in relazione ai comitati di quartiere osserva: «se è vero che nel momento della formazione iniziale della partecipazione di quartiere o di zona, nel momento della nascita più o meno spontanea dei comitati di quartiere, si può parlare appropriatamente di democrazia diretta … è altrettanto vero – per quella tendenza naturale che caratterizza il passaggio di un movimento dallo status nascenti, come dice Alberoni, alla sua istituzionalizzazione, dalla sua fase spontanea alla fase della necessaria organizzazione – che non appena si è provveduto alla legittimazione e alla regolamentazione della partecipazione di base, la forma che essa ha assunta è quella della democrazia rappresentativa».
[61] Cfr. J. BRECHER, T. COSTELLO, B. SMITH, Globalization from Below. The Power of Solidarity, 2000, trad. it Come farsi un movimento globale. La costruzione della democrazia dal basso, DeriveApprodi, Roma, 2001, p. 51: «il processo di critica può iniziare con la contestazione, o la messa in crisi di alcuni aspetti dello status quo», «diventa un processo sociale solo quando i singoli si accorgono che altri vivono le stesse esperienze…» e questo «apre quindi il campo a insospettate possibilità di cambiamento»; «il passaggio ulteriore è la maturazione dell’idea che collettivamente si potrebbero intraprendere nuove strade… e si scopre che collettivamente si ha la capacità di esercitare un’influenza e un potere di cambiamento della propria condizione…».
[62] J. BRECHER, T. COSTELLO, B. SMITH, Come farsi un movimento globale, cit., p. 58.
[63] J. BRECHER, T. COSTELLO, B. SMITH, Come farsi un movimento globale, cit., p. 53.
[64] Le prospettive di trasformazione sociale in concreto possono divergere anche molto fra loro, da realtà che privilegiano la prospettiva del conflitto, dello scontro con le istituzioni, auspicando il loro abbattimento, a gruppi il cui scopo dichiarato è trasformare, riformare le istituzioni, se pur attraverso forme di pressione che tendono comunque a riconoscere le istituzioni (perlomeno rebus sic stantibus) più come oggetto (delle mobilitazioni) che come legittimo interlocutore.
Quanto all’organizzazione, da più parti si osserva come alla forma partito, sindacato, etc., si sostituisca la “rete”, che collega, nel reciproco riconoscimento di indipendenza e specificità, i vari gruppi.
[65] Tanto che taluno (L. BOBBIO, Dilemmi della democrazia partecipativa, in Dem. e dir., 4/2006, p. 12) ritiene che «non ci troviamo di fronte a una forma di democrazia, ma piuttosto di fronte a un insieme eterogeneo, contradditorio e informe di aspirazioni, linee di tendenza e orientamenti politici…».
[66] U. ALLEGRETTI, Basi giuridiche, cit., p. 158, sostiene: nella democrazia partecipativa ha «grande risalto il lato propriamente processuale e quindi anche temporale. Il principio fondamentale sembra essere che l’accesso dei cittadini (e dei lavoratori) deve poter avvenire in ogni tappa dei processi di decisione pubblica… Ciò comporta che partecipazione deve esservi a partire dalle prime mosse…; deve culminare nella partecipazione alla fase decisionale condizionandola, se non in maniera strutturalmente vincolante sul piano giuridico… però in maniera politicamente socialmente effettiva; deve prolungarsi nel controllo e nella valutazione…»; l’Autore cita a sostegno della sua tesi l’art. 3 Cost., «dove la partecipazione viene qualificata come «effettiva», con ciò stesso ponendo un’esigenza stretta di efficacia sui processi» (ibidem). L. BOBBIO, Dilemmi, cit., pp. 22-23, rileva come la democrazia partecipativa si muova in un ambito «consultivo», senza dar luogo a scelte giuridicamente vincolanti, conformemente alle sue caratteristiche e all’obiettivo di «creare empowerment», nel senso di «capacitazione», a favore dei cittadini.
[67] B. de SOUSA SANTOS (a cura di), Democratizzare la democrazia. I percorsi della democrazia partecipativa, Città Aperta Edizioni, Troina (En), 2003, p. 32, considera la democrazia partecipativa uno dei «campi sociali e politici in cui, all’inizio del nuovo secolo, si sta reinventando l’emancipazione sociale», attraverso la proposizione di una concezione non egemonica della democrazia (ovvero non identificabile con il modello di «democrazia rappresentativa elitista», p. 22).
[68] G. COTTURRI, La democrazia partecipativa, in Dem. e dir., 2005, 1, pp. 27 ss., osserva, ad esempio, come la democrazia partecipativa, affiancandosi al sistema rappresentativo, comporti un «nuovo bilanciamento tra poteri delegati e poteri trattenuti nelle mani dei cittadini» (p. 28) e, integrando lo sviluppo democratico, migliori la qualità della democrazia, realizzando, fra l’altro, una «crescita culturale e politica dei partecipanti» (p. 32), nonché concorrendo «alla costruzione di società più coese e solidali» (p. 34).
[69] Cfr. U. ALLEGRETTI, Verso una nuova forma di democrazia: la democrazia partecipativa, in Dem. e dir., 3/2006, p. 13, che rileva il legame privilegiato fra i processi di democrazia partecipativa e «finalità redistributive e di giustizia sociale», senza mancare peraltro di osservare (ID., Basi giuridiche, cit., p. 159) come sia «facile che si voglia ridurre la partecipazione a mera consultazione…, con l’effetto di ottenere solo una copertura consensuale del pubblico a decisioni sostanzialmente riservate alle autorità e ai partiti».
[70] B. de SOUSA SANTOS (a cura di), Democratizzare, cit., p. 37.
[71] B. de SOUSA SANTOS (a cura di), Democratizzare, cit., p. 40. Come già accennato, sottolinea «i benefici», ma non dimentica anche i «rischi» della democrazia partecipativa, U. ALLEGRETTI, Verso una nuova forma, cit., p. 10, il quale ricorda fra i secondi, in specie: «la difficoltà di sfuggire alla retorica… senza pervenire a livelli realizzativi accettabili» e «il pericolo di strumentalizzazione da parte delle reti clientelari e di iniziative populiste».
G. COTTURRI, La democrazia partecipativa, cit., evidenzia fra gli esiti (positivi) della democrazia partecipativa l’assunzione di responsabilità e, parallelamente, l’accettazione anche di «sacrifici», sottolineando come essa «abitua alla necessaria commisurazione tra risorse e bisogni» (p. 32): è tanto “maligno” e fuorviante interpretare meno positivamente quanto osservato da Cotturri, ovvero, pensare che attraverso la parvenza di una decisione propria la democrazia partecipativa (alcune forme di) abitua a non contestare scelte politiche preconfezionate miranti a smantellare lo Stato sociale?
[72] Per una distinzione etimologica e storica dei due termini, oltre il testo citato infra, cfr., anche per ulteriori indicazioni bibliografiche, A. ARIENZO, Dalla corporate governance alla categoria politica di governance, in Governance. I, Dante&Descartes, Napoli, 2004, pp. 125 ss.
[73] S. BELLIGNI, Miss Governance, I presume, in Meridiana, nn. 50-51, 2004, p. 186.
[74] S. BELLIGNI, Miss Governance, cit., p. 189.
[75] Così, sinteticamente, ma efficacemente, la ricostruzione del concetto di governance di S. BELLIGNI, Miss Governance, cit., p. 190.
[76] S. BELLIGNI, Miss Governance, cit., pp. 206-207, mette in luce come persistono sempre esclusioni; le disuguaglianze non scompaiono, ma vengono incorporate nelle reti di governance; «spesso solo simbolicamente, la massa dei cittadini non organizzati viene immessa nei circuiti decisionali attraverso gli strumenti «deliberativi» … e le esperienze partecipative di vario ordine e grado». «Nel decision-making effettivo la prevalenza di associazioni e di organizzazioni che rappresentano unicamente gli stakeholder – ma più spesso pochi shareholder – e non la società nel suo complesso resta schiacciante, mentre gli apporti deliberativi assumono un ruolo marginale o riflettono intenzioni propagandistiche e di depoliticizzazione del conflitto» (ibidem). A. MASTROPAOLO, La mucca pazza della democrazia. Nuove destre, populismo, antipolitica, Bollati Boringhieri, Torino, 2005, p. 193, rileva come «la governance costituisce sì una forma di abdicazione da parte dello Stato, e di aggiramento e ridimensionamento dell’interesse generale, consegnando le scelte collettive alla parti interessate e più capaci di farsi valere, ma il ricorso ad essa testimonia il bisogno d’istituire nuove forme di coinvolgimento dei governati – o del demos - nell’assunzione di quelle medesime scelte»: ma è un recepimento di un “bisogno” dei governati o – più prosaicamente – della volontà di prevenire tale bisogno, indirizzandolo e “sfruttandolo”?
[77] G. STOKER, Governance as theory: five propositions, in International Social Science Journal, 1998, vol. 50, pp. 17-18.
[78] Commissione delle Comunità Europee, Bruxelles, 5.8.2001 (COM (2001) 428 definitivo/2).
[79] Così L. PATRUNO (a cura di), Il piano “D” come Democrazia, secondo la Commissione europea, in www.costituzionalismo.it, 15 dicembre 2006, p. 2, che rileva come la Commissione insista molto «sulla circostanza che la questione della “democrazia europea” dipenda in gran parte dalla cattiva percezione che i cittadini hanno dell’operato delle istituzioni comunitarie. Si tratterebbe cioè di un difetto di comunicazione. Il problema dell’ordinamento europeo sembra essere non tanto quello della legittimità democratica delle istituzioni, quanto, piuttosto, quello della errata impressione, da parte dei cittadini, di una scarsa legittimità del processo politico europeo» e si chiede se «la Commissione non sta, forse, confondendo, l’effetto con la causa».
[80] Citando sempre da Commissione CE, La governance europea, cit., pp. 11-12: «la democrazia dipende dalla possibilità di tutti di partecipare al dibattito pubblico [nd.r.: non sarebbe stato opportuno precisare anche “alle decisioni”?]; «informare e comunicare di più e meglio è la condizione per sviluppare il sentimento di appartenenza all’Europa. Lo scopo deve essere la creazione di uno “spazio” transnazionale, nel quale i cittadini di paesi diversi possano discutere quelle che a loro parere sono le grandi sfide dell’Unione. In questo modo si aiuterebbero i politici a rimanere in contatto con la pubblica opinione in Europa ed a meglio individuare i progetti atti a suscitare l’adesione della popolazione» [n.d.r.: «adesione» a politiche e decisioni già assunte?].
[81] Cfr. Commissione CE, La governance europea, cit., spec. p. 16, «Consultazioni più efficaci e trasparenti al centro dell’elaborazione delle politiche dell’Unione…».
[82] Del resto, come non dubitare della democrazia partecipativa se la sostiene, o, quantomeno, si appropria di alcune sue forme, anche la stessa linea di pensiero che pochi anni fa ragionava di «eccesso di democrazia», ovvero di eccessiva partecipazione politica e rivendicazione di domande sociali (cfr. il noto rapporto della Commissione Trilaterale, La crisi della democrazia, 1975)? Non sono espressioni diverse dello stesso “consenso di Washington” le indicazioni della Trilaterale, la teorizzazione da parte della Banca Mondiale del modello governance, recepito dopo un decennio dall’Unione europea (Libro bianco del 2001)?
Osserva A. MASTROPAOLO, La mucca pazza, cit., p. 170: «in molti casi il suffragio è stato allargato a titolo preventivo e, comunque, avendo la certezza di bilanciare il peso elettorale dei partiti socialisti. La democrazia potrebbe perciò venire interpretata anche come una forma più raffinata di dominio».
[83] Sul paradosso per cui la democrazia partecipativa «ambisce a includere tutti, ma – di fatto – riesce a coinvolgere concretamente solo qualcuno», vedi L. BOBBIO, Dilemmi, cit., pp. 14 ss., il quale analizza criticamente i metodi più utilizzati per democratizzarla (la porta aperta, il microcosmo come punti di vista e il microcosmo come campione casuale).
[84] Ciò, anche tacendo della critica propria della tradizione del pensiero democratico – come ricorda M. LUCIANI, Costituzionalismo irenico e costituzionalismo polemico, in Giur. cost., 2006, p. 1661, nota 74 – sul fatto che «lo stesso parlamentarismo è una forma di reggimento aristocratico dello Stato», come già osservava Rousseau.
[85] Le votazioni generalmente si hanno quando si registra un sostanziale accordo fra le varie componenti del Movimento, mentre quando si profilano possibili divisioni (per lo più fra i comitati popolati e il coordinamento istituzionale) prevale la volontà di preservare l’unità e si tende a non utilizzare il voto, bensì a cercare un accordo o, quantomeno, ad evitare un netto contrasto (magari organizzando separatamente alcune iniziative).
[86] Emblematica in questo senso è l’esperienza venezuelana, dove al periodo di sperimentazione di pratiche di “nuova democrazia” a livello locale sta seguendo una fase di ufficializzazione e recepimento in legge (ma anche - come accennato - nella stessa Costituzione del 1999); in tema si veda spec. G. ALLEGRETTI, Politiche di partecipazione, cit..
[87] L. BOBBIO, Un processo equo, cit., pp. 196, 198; nonché, per un approfondimento sulla forma-comitato, l’intervento ivi ricordato di G. BUSO, Resistenze e proteste contro le decisioni del governo locale: i comitati spontanei dei cittadini, in L. Bobbio, F. Ferraresi (a cura di), Decidere in Comune, Analisi e riflessioni su cento decisioni comunali, Fondazione Rosselli, Torino, 1996.
[88] Le due letture sono prospettate da L. BOBBIO, Un processo equo, cit., p. 198.
[89] In questo senso, adde, agli interventi e alle attività del movimento già ricordate, l’incontro, organizzato dallaComunità montana Bassa Valle di Susa e Val Cenischia, Movimento No Tav e gente dei presidi, con la collaborazione della redazione di “Sarà dǜra”, dal titolo Il grande cortile 2, dove la prima giornata (1 marzo 2007) è stata dedicata proprio all’acqua.
[90] L. BOBBIO, Un processo equo, cit., pp. 198-199.
[91] L’analisi citata si riferisce, in specie, alle vicende relative all’inceneritore Fenice a Verrone, al progetto del terminale per la rigassificazione del metano liquido a Monfalcone e all’elettrodotto della Valle di Susa.
[92] Si è già accennato alle forme di mobilitazione, all’elaborazione argomentativa, quanto alle azioni legali, si ricorda in questa sede solo una delle ultime adottate: l’esposto all’Autorità garante della concorrenza e del mercato circa l’eventuale sussistenza di un conflitto di interessi riguardante l’incompatibilità fra l’incarico di Commissario Straordinario del Governo (con il compito di promuovere la realizzazione della Tav) e la nomina a Presidente dell’Osservatorio sulla Tav (che ha il compito di valutare, attraverso un confronto con gli amministratori locali, la necessità dell’opera).
[93] NOTAV. La valle che resiste, cit., p. 145.
[94] Senza nascondere comunque che «i loro rapporti con altri attori non sono sempre senza tensione» (D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Voci della valle, cit., p. 33).
[95] Cfr. NOTAV. La valle che resiste, pp. 146-147.
[96] D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Voci della valle, cit., pp. 31, 33; pur con la consapevolezza che in altri casi è stato rilevato come «le proteste dei comitati tendono a procedere in modo intermittente, con capacità di intervento più reattiva che proattiva. Sebbene riescano a creare momenti di solidarietà e senso di comunità, la mancanza di collanti ideologici indebolisce la capacità di tenuta dei gruppi, soprattutto nelle fasi di riflusso della mobilitazione. Una diseguale disponibilità di risorse di mobilitazione, unita ad una ricerca di personalizzazione da parte dei media, favorisce la creazione di leadership informali, a scapito della estensione della partecipazione alle decisioni…» (D. DELLA PORTA, Comitati cittadini e democrazia urbana: una introduzione, in D. della Porta (a cura di), Comitati cittadini e democrazia urbana, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, p. 26).
[97] D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Conflitti locali, cit., p. 9.
[98] «I presidi vengono… presentati come luoghi di forte socialità e socializzazione: “delle vere e proprie case installate su questi terreni, che presto sono diventati punti di aggregazione – che sono diventati una cosa bellissima: d’estate c’erano decine di persone che si ritrovavano a discutere, a socializzare – e questo ha fatto crescere la solidarietà tra le persone e la consapevolezza che questa era la lotta di tutti” (IVS11) [n.d.r.: . Intervista a G. Vighetti, Comitato di Lotta Popolare contro l’alta velocità di Bussoleno, Val di Susa]. La partecipazione alla protesta viene percepita come gratificante in sé, permeando la vita quotidiana: “È passata tutta l’estate con 50-100 persone che giornalmente presidiavano tre punti in valle (Borgone, Bruzolo, Venaus): al mattino, se uno andava a prendere il caffè non andava più al bar, ma al presidio; se voleva fare una cena un po’ alternativa andava al presidio, dove magari c’era un concerto piuttosto che una proiezione” (IVS5) [n.d.r.: intervista a P. Coterchio, Legambiente Piemonte, e a Richetto, docente universitario, Val di Susa, 15/2/06]»; «permettendo interazioni frequenti e emotivamente intense, l’attività nei presidi è percepita infatti come occasione di reciproca identificazione, basata su un reciproco riconoscimento come appartenenza ad una comunità» (D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Voci della valle, cit., p. 80).
[99] Senza scadere in facile retorica, ai presidi si incontrano donne, uomini, anziani, bambini. Del resto, il carattere popolare della protesta è riconosciuto anche in analisi come quelle del Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica (Sisde): nel n. 3 del 2006 della rivista on line Gnosis (www.sisde.it), in un intervento dal titolo Il movimento e il no alla TAV. Alla scoperta della lotta dal basso, si legge che «la contestazione si è caratterizzata per una rilevantissima partecipazione della popolazione della Valle» e, successivamente, nel mettere in luce la partecipazione e il ruolo di «settori dell’oltranzismo antagonista», si rileva come tali gruppi sono stati attirati proprio dal «“soggetto” della “rivolta”, vale a dire il “popolo”. Non, cioè, l’espressione di una categoria specifica (i lavoratori di un comparto industriale, oppure i precari dell’Università, i pensionati), ma un fronte “trasversale” (per età, fascia sociale, occupazione), di “massa”».
[100] «I presidi si presentano … come arena di confronto e deliberazione…, luogo di sperimentazione di una diversa democrazia, che è partecipata anche perché permette alla creatività individuale di esprimersi… I presidi divengono “laboratorio politico”…, che produce capacità di interazione e comunicazione» (D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Voci della valle, cit., p. 80); nei presidi «si accostano il domestico (il “privato”) ed il collettivo», il presidio «diventa ricettacolo delle forme espressive locali», sala stampa, vi «si socializza la conoscenza politica», «si stabiliscono nuove alleanze e nuove solidarietà», diviene «il luogo privilegiato per riunioni ed assemblee di movimento e per i confronti con gli amministratori locali», ogni individuo vi apporta la propria specifica competenza (L. CARUSO, Nuove dinamiche, cit.).
[101] Per una sottolineatura della preferenza a ricorrere ad un metodo democratico incentrato «sul dialogo piuttosto che sulla imposizione a maggioranza delle decisioni», D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Conflitti locali, cit., p. 25.
Un esempio della “cura dell’unità” è la vicenda del corteo torinese del 17 dicembre 2005, che ha visto una iniziale frattura fra i comitati popolari, sostenitori di un corteo per le vie cittadine, e il comitato istituzionale (perlomeno in parte dei suoi componenti), che opta per una manifestazione culturale-politica in un parco, per evitare i rischi di incidenti paventati in relazione al corteo; la soluzione consisterà nel coordinare le due iniziative, con un corteo che termina nel luogo della kermesse, evitando fratture nel Movimento.
[102] Con la precisazione che l’esercizio di pratiche illegali (occupazione di autostrade, costruzione di barricate, blocco delle stazioni, etc.), se, dalla c.d. parte “antagonista” del movimento è considerato un “normale” strumento di lotta popolare in una concezione improntata alla centralità del conflitto sociale, da altre parti non manca di venir percepito come “legittimato” nella prospettiva di una distinzione legittimità-legalità, in un’ottica che richiama la disobbedienza civile.
[103] Sull’apporto del ruolo dei centri sociali, cfr. D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Voci della valle, cit., pp. 33-36, che rileva: «nel conflitto della Val di Susa, i centri sociali sono stati attori importanti, portando al movimento particolari risorse generazionali e competenze nella organizzazione dell’azione diretta. Sono stati anche comunque alleati “scomodi” - spesso stigmatizzati sulla stampa come violenti. Pure in questo caso, l’integrazione nel reticolo viene percepita dagli attivisti come legata al processo di mobilitazione nella comune campagna, che permette la crescita di legami di reciproca fiducia» (p. 34); L. CARUSO, Nuove dinamiche, cit.
[104] D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Voci della valle, cit., p. 86: «i centri sociali portano la loro esperienza con l’azione diretta, i sindaci il loro repertorio di azione istituzionale, i pacifisti i digiuni e i preti le veglie».
[105] Per un riferimento al valore identitario del richiamo alla Resistenza e una documentazione in tal senso, cfr. D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Voci della valle, cit., p. 49: «centrale per la definizione dell’identità locale i riferimenti al passato partigiano della Val di Susa. Per citare solo alcuni esempi, il Valsusa filmfest del 2003 si concentra su memorie partigiane e No Tav (R [n.d.r.: la Repubblica] 18/4/03); il 5 luglio del 2004 le bandiere No Tav sono portate alla commemorazione dei caduti partigiani a Col del Lys; nel maggio 2005 viene allestito un “cimitero No Tav” a Venaus, con lapidi con scritto “qui giace lo spirito dei partigiani che hanno combattuto per noi…” (Velleità alternative 2006, 50); alla manifestazione del giugno 2005 viene allestito un cimitero monumentale della Val Cenischia, con omaggio ai partigiani (R [n.d.r.: la Repubblica] 5/6/05); il presidente della comunità montana Ferrentino parla di una “valle con una storia. Qui c’erano i partigiani” (R [n.d.r.: la Repubblica] 9/12/05)»; «la resistenza ai fascisti e ai nazisti è spesso evocata a testimonianza della volontà “resistente” dei valsusini».
A ciò adde l’evocazione, come riattualizzazione, delle gesta dei partigiani riguardo alla giornata di mobilitazione del 31 ottobre 2005 (la c.d. “battaglia del Seghino”), nonché la denominazione e concezione di «Libera Repubblica di Venaus» in relazione ai giorni di più dura repressione da parte delle istituzioni (militarizzazione del territorio e sgombero del presidio di Venaus, dicembre 2005) e, dall’altro lato, di più intensa partecipazione popolare.
[106] Vedi sempre D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Voci della valle, cit., p. 50.
[107] «…l’identità si forma nel corso dell’azione. Spesso sottolineata è infatti una immagine di formazione di identità in azione»; «la valle è presentata, infatti, come non chiusa o escludente, ma invece capace di integrare valori e culture diverse: valle di passaggio e valle di insediamento»; «il riferimento alla comunità presenta il rischio dell’isolamento, se concepito in modo esclusivo: nel corso delle mobilitazioni, invece, la ricerca di alleanze con l’esterno porta ad un collegamento simbolico tra identità locale e identità globale…» (D. DELLA PORTA, G. PIAZZA, Conflitti locali, cit., p. 15).
[108] Contra, cfr. Sisde, Il movimento e il no alla TAV, cit.: «le prerogative del movimento no TAV… appaiono… difficilmente esportabili in altri ambiti territoriali, perché connaturati allo specifico contesto valsusino, una realtà montana fortemente compatta che storicamente ha espresso una notevole capacità di resistenza, dai connotati “eroici”».
[109] Cfr. www.pattomutuosoccorso.org.
[110] Si legga a prova di quanto affermato l’elenco delle realtà aderenti al Patto Nazionale di Solidarietà e Mutuo Soccorso, nonché la stessa ratio istitutiva di quest’ultimo (ricordata supra).
[111] Ed è facile che tale esigenza sia più sentita a livello locale, relativamente a temi concreti e percepiti più “vicini”; in questo senso sia sufficiente citare D. HELD, Modelli di democrazia, cit., p. 376, il quale, muovendo dal pensiero di Pateman, ricorda proprio come «le testimonianze disponibili mostrano – oltre al fatto che la gente impara a partecipare partecipando – che le persone sono più interessate a quei problemi e questioni che toccano da vicino la loro vita».
[112] Agli elementi già ricordati, adde, quale argomento nel senso dell’affiancarsi all’oggetto “proprio” della protesta della rivendicazione della democrazia, da ultimo, l’appello di un corteo a Napoli per il 19 maggio 2007, promosso dalla rete nazionale rifiuti zero, «a difesa dei nostri territori, della nostra salute, della democrazia tanto spesso violata, contro le nocività, l’illegalità e la precarietà» (10 maggio 2007).Per l’osservazione, in generale, della compresenza della richiesta di democrazia insita nei vari movimenti, cfr. M. HARDT, A. NEGRI, Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale, Rizzoli, Milano, 2004: «le principali forze che nella storia moderna hanno guidato le lotte di resistenza e i movimenti di liberazione, insieme con i più significativi movimenti di resistenza odierna, non sono spinti solo dalla lotta contro la miseria e la povertà, ma anche da un profondo desiderio di democrazia – una democrazia vera, e cioè un governo di tutti esercitato da tutti, basato su relazioni di uguaglianza e di libertà» (p. 89).
[113] Sarebbe interessante in argomento verificare la possibilità di istituire parallelismi con movimenti per la difesa del territorio, o, comunque, strettamente legati ad un territorio, in altre parti del mondo; in specie il pensiero corre al laboratorio particolarmente vivo dell’America Latina. In prima approssimazione piace citare in particolare due esempi messicani, che fuoriescono dai canoni della democrazia partecipativa e dai classici esempi ad essa riconducibili: l’esperienza zapatista dei Caracoles e delle Giunte di Buon Governo, che “comandano obbedendo”, e l’esperienza dell’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca (APPO), nata nel 2006 nell’ambito dell’insurrezione popolare contro il governatore Ulises Ruiz, caratterizzata da un’originale direzione collegiale e che, sin dai suoi primi lavori, si riferisce alla «democracia integral» o «desde abajo», contemporaneamente all’opzione per un «desarrollo sustentable» e per la «justicia social» (da documenti sul sito www.asambleapopulardeoaxaca.com).
[114] Spesso alla base di queste teorie vi è una rilettura di alcuni parametri marxisti, che può essere vista sia come una evoluzione dei must della teoria sia come un loro “tradimento”. Ci si potrebbe domandare: si tratta di una rilettura in chiave individualista e “totalizzante”, nel senso che si intende creare non solo una società nuova, ma anche un “uomo nuovo”? Vagando con la mente, senza connessione, affiorano le pagine di L. TROCKIJ, Literatura i revoljucija, trad. it. Letteratura e rivoluzione, Einaudi, Torino, 1973, p. 224 («l’uomo comincerà… ad armonizzare sul serio se stesso. Si porrà il compito di portare nel movimento dei propri organi – durante il lavoro, il cammino, il gioco – una chiarezza, una funzionalità, un’economia e quindi una bellezza superiori. Egli vorrà rendersi padrone dei processi semiconsci e inconsci del proprio organismo…») e lo slogan anni Settanta “il personale è politico”.
[115] In questo senso sarebbe senza dubbio interessante indagare, anche in questa prospettiva, la considerazione – assurta ormai a corrente vulgata – sulla fine della secolarizzazione (nella vastissima letteratura sul tema Stato (moderno) e secolarizzazione, si possono citare, da ultimo, il noto dibattito tra Habermas e Ratzinger, in J. HABERMAS – J. RATZINGER, Ragione e fede in dialogo, a cura di G. Bosetti, Marsilio, Venezia, 2005; G. MARRAMAO, Potere e secolarizzazione. Le categorie del tempo, Bollati Boringhieri, Torino, 2005; E.-W. BÖCKENFÖRDE, Diritto e secolarizzazione. Dallo Stato moderno all’Europa unita, a cura di G. Preterossi, Laterza, Roma-Bari, 2007).
[116]…e non in contraddizione con «il progetto politico marxiano della lotta di classe» (M. HARDT, A. NEGRI, Moltitudine, cit., pp. 123-124; 129).
[117] M. HARDT, A. NEGRI, Moltitudine, cit., pp. 131, 133; il lavoro, cioè, - specificano gli Autori - oltre agli aspetti materiali, è sia «produttivo di idee, simboli, codici, testi, figure linguistiche, immagini, …» sia «affettivo», nel senso che «produce e modifica degli affetti» (pp. 132-133).
[118] «Il capitale non si limita più a comandare singole e limitate aree del sociale; nella misura in cui il comando impersonale del capitale si estende attraverso la società ben al di là dei muri della fabbrica… esso tende a diventare… onnilaterale» (M. HARDT, A. NEGRI, Moltitudine, cit., p. 126).
[119] M. HARDT, A. NEGRI, Moltitudine, cit., p. 133.
[120] Muta l’oggetto di produzione – beni immateriali, servizi, prodotti finanziari – ma rimane immutata la struttura, ovvero, semplicisticamente, da un lato alienazione e sfruttamento, dall’altro appropriazione di plusvalore?
[121] Consiglio europeo, vertice di Lisbona, 23-24 marzo 2000, Conclusioni della Presidenza.
[122] «Una catena di complicità deve legare tutte le parti… nutrire la rete dei “collegati” è la base del successo» (S. LATOUCHE, Manifesto del doposviluppo, cit.).
[123] Un “piccolo” esempio: al presidio di Venaus la regola fondante i rapporti sociali, lo scambio, il lavoro, è strutturata secondo il noto principio “ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
[124] Fra i numerosi scritti in tema, per un primo approccio, C. AGUITON, Il mondo ci appartiene. I nuovi movimenti sociali, Milano, Feltrinelli, 2001, spec. parte II; M. PIANTA, Globalizzazione dal basso. Economia mondiale e movimenti sociali, manifestolibri, Roma, 2001; P. CERI, Movimenti globali. La protesta nel XXI secolo, Laterza, Roma-Bari, 2002; D. DELLA PORTA, I new global, il Mulino, Bologna, 2003; D. Della Porta, L. Mosca (a cura di), Globalizzazione e movimenti sociali, manifestolibri, Roma, 2003; G. Bronzini, H. Friese, A. Negri, P. Wagner (a cura di), Europa, Costituzione e movimenti sociali, manifestolibri, Roma, 2003; N. Montagna (a cura di), I movimenti sociali e le mobilitazioni globali. Temi, processi e strutture organizzative, FrancoAngeli, Milano, 2007.
[125] … riprendendo le suggestioni di Marx sul passaggio dalla classe “di fatto” alla coscienza di classe.
[126] Vedi A. MASTROPAOLO, La mucca pazza, cit., p. 177, che rileva come le imprese «hanno con imprevista risolutezza rilanciato il conflitto di classe, pur guardandosi dal chiamarlo con questo nome (anzi: il fatto di non nominarlo neppure e di non nominare le classi era una maniera per condurlo)» e (ID., Crisi dei partiti o decadimento della democrazia?, in www.costituzionalismo.it, 23 maggio 2005, p. 5) osserva come «le disuguaglianze sociali… sono sempre al loro posto. Anzi, si sono fatte più profonde. Le classi, si può dunque supporre, sono scomparse anzitutto perché si è smesso di parlarne, e perché i partiti hanno smesso di dar loro forma politica (e dunque di costruirle)»; S. D’ALBERGO, Dalla democrazia sociale alla democrazia costituzionale (un percorso dell’ideologia giuridica), in www.costituzionalismo.it, 14 ottobre 2005, p. 42, che discute del «perpetuarsi, con novità di forme, del “conflitto sociale”: conflitto che le forze del centro-sinistra hanno indebitamente espunto – con furia iconoclasta ed esorbitante l’interesse delle stesse forze culturali e politiche del capitalismo [n.d.r.: ma si tratta ormai veramente di due interessi distinti?] – dal campionario delle categorie concettuali…» e che «è permanente in quanto è insito nella contraddizione capitale-lavoro». In argomento, da ultimo, J. HOLLOWAY, Che fine ha fatto la lotta di classe?, manifestolibri, Roma, 2007.
[127] Cfr. G. FERRARA, La sovranità popolare e le sue forme, in S. Labriola (a cura di), Valori e principi del regime repubblicano, 1.I Sovranità e democrazia, Laterza, Roma-Bari, 2006: «il Costituente italiano nel redigere il secondo comma dell’articolo 1 non “decideva” l’attribuzione della sovranità al popolo, la constatava, la riconosceva e in essa si riconosceva come sua emanazione (a mo’ di Rousseau)…» (pp. 261-262).
[128] Vedi E. TOSATO, Sovranità del popolo e sovranità dello Stato, in Riv. trim. dir. pubbl., 1957, spec. pp. 39-40, il quale identifica la personalità dello Stato con la personalità del popolo e, di conseguenza, la sovranità del popolo con la sovranità dello Stato e viceversa; per un dissenso, invece, rispetto a questa posizione, da ultimo, G. FERRARA, La sovranità popolare, cit., che considera il configurato assorbimento della sovranità popolare in quella dello Stato «contraddicente la ragione della affermazione costituzionale» (p. 266); ampiamente su questi temi, vedi T. E. FROSINI, Sovranità popolare e costituzionalismo, Giuffrè, Milano, 1997, spec. cap. IV, nonché, recentemente, per l’analisi di vari profili, L. Carlassare (a cura di), La sovranità popolare, cit.
[129] Sul legame democrazia-sovranità popolare, per tutti, C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, Tomo I, X ed. rielaborata ed aggiornata a cura di F. Modugno, A. Baldassarre e C. Mezzanotte, Cedam, Padova, 1991, p. 153: «la dichiarazione di appartenenza della sovranità al popolo non è che la conseguenza della forma democratica dello stato», situandosi altresì «il diritto del popolo di partecipare, direttamente o indirettamente, alle supreme decisioni politiche, fra quei diritti «inalienabili»…».
Per una critica ad una democrazia, perché – si afferma – non è riconosciuto il «correlativo principio di sovranità popolare», D. LAZARE, Due secoli di semi-immobilismo. La paranoia costituzionale contro la sovranità popolare, in J. LIBERMAN (a cura di), Quale democrazia americana?, Jaca Book, Milano, 2005, p. 50.
[130] V. CRISAFULLI, La sovranità popolare, cit., p. 57.
[131] Si pensi a democrazia diretta e rappresentativa, che, oggi, concretamente convivono e si integrano (o, meglio, “piccoli” momenti di democrazia diretta si innervano sul tessuto della democrazia rappresentativa), ma logicamente possono essere immaginate sia in termini di coesistenza sia in termini di contrapposizione.
[132] Si adotta la concezione che contempla, tra le forme che rendono «effettivo, oltre che diffuso e continuo» l’esercizio della sovranità popolare, l’associarsi ad un partito, concorrendo a determinare la politica nazionale, o l’esercitare il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi, o l’associarsi liberamente per fini che non siano vietati ai singoli dalla legge penale (T. MARTINES, Art. 56-58, in G. Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Le Camere, Tomo I, Bologna-Roma, 1984, p. 72; per tutti, inoltre, in tal senso, cfr. V. CRISAFULLI, La sovranità popolare, cit., in particolare pp. 40 ss.), considerando «l’esercizio delle libertà riconosciute ai singoli, di pensiero, di riunione o di associazione» non solo «condizione e presupposto per conferire efficienza alla partecipazione popolare alla vita dello Stato» e, in quanto tali, «attività prodromiche, preparatorie, o anche a volte fiancheggiatrici di quelle esplicate dai titolari del potere di decisione» e, dunque, «solo impropriamente» espressione di «partecipazione alla sovranità» (così, invece, C. MORTATI, Art. 1, cit., pp. 27-28; similmente, D. NOCILLA, Popolo (dir. cost.), in Enc. dir., XXXIV, Giuffrè, Milano, 1985, p. 387).
[133] Vedi V. CRISAFULLI, La sovranità popolare, cit., p. 57: il principio della sovranità popolare è «rivolto ad assicurare a tutti i cittadini una effettiva possibilità di partecipazione alla formazione della volontà popolare, ed a questa una efficacia preminente ed in ultima istanza decisiva nei confronti di ogni altra manifestazione di volontà delle istituzioni governanti (dello Stato-soggetto, cioè, e degli enti pubblici minori)»; recentemente, cfr. S. D’ALBERGO, Dalla democrazia sociale, cit., p. 10: «in regime di sovranità popolare, la politica diventa funzione sociale collettiva prima che istituzionale».
[134] Se si identifica la «sovranità» con l’esercizio dei diritti di decisione (voto) spettanti al corpo elettorale, il «popolo» titolare della sovranità viene ad essere identificato con il corpo elettorale: così C. MORTATI, Art. 1, cit., pp. 27-28 («l’entità che sola è regolamentata al fine dell’esercizio della sovranità nel senso specificato è il corpo elettorale», dato che il popolo inteso «come totalità di tutti i cittadini viventi» è insuscettibile «di rivestire la qualifica di soggetto giuridico», essendo «privo anche di una forma primordiale di organizzazione» che consenta una qualche «attività giuridicamente rilevante»), mentre, in senso critico sulla coincidenza fra corpo elettorale e popolo, cfr. V. CRISAFULLI, La sovranità popolare, cit., spec. pp. 26 ss.
[135] In generale, sul valore fondante della sovranità popolare, cfr., da ultimo, L. CARLASSARE, Sovranità popolare e Stato di diritto, in S. Labriola (a cura di), Valori e principi, cit., p. 163: «la sovranità popolare ha costituito fin dall’inizio il fondamento del sistema costituzionale repubblicano che si andava a costruire».
[136] … ricordando che la democrazia «è necessariamente ideale, utopia, mito, ma è altrettanto necessariamente realizzazione mai compiuta di quell’ideale, di quell’utopia ... è insieme e necessariamente prescrittiva e descrittiva ...», deve ristrutturarsi ed adattarsi con l’evolversi della realtà, cioè è «ancora e sempre da costruire, ovunque» (P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti. Profilo storico della democrazia in Italia (1945-1990), il Mulino, Bologna, 1991, pp. 15 e 12); occorre sempre «rimetter[la] in gioco… per evitare che deperisca» (É. BALIBAR, Le frontiere della democrazia, manifestolibri, Roma, 1993, p. 16); «è un prodotto instabile: è il prevalere (temporaneo) dei non possidenti nel corso di un inesauribile conflitto per l’eguaglianza, nozione che a sua volta si dilata storicamente ed include sempre nuovi, e sempre più contrastati, «diritti»» (L. CANFORA, La democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza, Roma-Bari, 2004, p. 332).
[137] La sovranità del mercato riduce lo spazio di effettivo esercizio della sovranità popolare; in tema, sinteticamente, vedi G. FERRARA, La sovranità popolare, cit., spec. pp. 269-271.
[138] Cfr., recentemente, L. ELIA, La presidenzializzazione della politica, in Teoria politica, 2006, 1, pp. 5 ss.; A. Di Giovine, A. Mastromarino (a cura di), La presidenzializzazione degli esecutivi nelle democrazie contemporanee, Giappichelli, Torino, 2007.
[139] Non si approfondisce in questa sede il dibattito relativo alla titolarità collettiva o in capo ai singoli della sovranità popolare e/o delle sue varie estrinsecazioni, considerandola esercitabile sia uti singuli sia collettivamente.
[140] Oltre che essere, d’altro canto, anche indice di una crisi della democrazia “istituzionale” e senza dimenticare che molto, nel grado e nella “qualità” della democrazia, è determinato dal livello di democrazia sociale; per tutti, in tema, N. BOBBIO, Il futuro della democrazia, cit., p. 16: «se di un’estensione del processo di democratizzazione si può ancora parlare questa si dovrebbe rivelare non tanto nel passaggio dalla democrazia rappresentativa alla democrazia diretta, come di solito si ritiene, quanto nel passaggio dalla democrazia politica alla democrazia sociale… quando si vuol conoscere se ci sia stato uno sviluppo della democrazia in un dato paese si dovrebbe andare a vedere se sia aumentato non il numero di coloro che hanno il diritto di partecipare alle decisioni che li riguardano ma gli spazi in cui possono esercitare questo diritto. Sino a che i due grandi blocchi di potere dall’alto che esistono nelle società avanzate, l’impresa e l’apparato amministrativo, non vengono intaccate dal processo di democratizzazione … il processo di democratizzazione non può dirsi compiuto», nonché, più ampiamente, ibidem, pp. 50-54; fra chi annovera fra i modi e le forme dell’esercizio della sovranità popolare, oltre la democrazia diretta, il pluralismo, le autonomie, e i partiti, la democrazia economica (corsivo mio), cfr. L. BASSO, Il Principe senza scettro. Democrazia e sovranità popolare nella Costituzione e nella realtà italiana, Feltrinelli, Milano, 1958, pp. 164 ss., il quale cita l’art. 46 Cost., ma anche il riferimento costituzionale alla «funzione sociale» della proprietà e all’«utilità sociale» cui non può contrastare l’iniziativa privata, per evidenziare l’enunciazione nella Costituzione, «se pur timida, di un’esigenza di democrazia economica», di estensione del «campo della democrazia, cioè della partecipazione popolare, nei confronti dle potere privato» (pp. 168-169); da ultimo, sottolinea il legame fra democrazia politica ed economica, P. GINSBORG, La democrazia che non c’è, Einaudi, Torino, 2006, spec. pp. 97-114.
[141] Ovvero, quali sono – come anticipato ante – gli scenari prospettabili?
[142] J.-P. SARTRE, Critica della ragione dialettica, 1. Teoria degli insiemi pratici, Libro secondo, il Saggiatore, Milano, 1963, p. 250, di cui si può in proposito ricordare anche il passo nel quale osserva come «nel momento vivo del gruppo (dalla fusione ai primi stadi dell’organizzazione) l’individuo comune non è inessenziale… ciascuno viene a ciascuno, attraverso la comunità, come portatore della stessa essenzialità. Ma al livello del gruppo degradato, l’individuo… si costituisce come inessenziale rispetto alla sua funzione» (p. 257). E ancora: «nel gruppo vivente, un equilibrio provvisorio si stabiliva tra l’individuo comune come prodotto sociale e la libertà organica, come assunzione di tale individuo-potere e come libera esecuzione del compito comune con mezzi comuni. Con l’impresa del giuramento e con la determinazione concreta dell’avvenire, attraverso l’inerzia giurata, essa attuava il potere, lo sosteneva nella sfera della libertà – producendo in tal modo la libertà comune come libertà costituita… La libertà… come soggetto comune trascendente, rinnegando la libertà individuale, scaccia l’individuo dalla funzione; quest’ultima, ponendosi per se stessa, e producendo gli individui che devono perpetuarla, diventa istituzione».
[143] F. ALBERONI, Movimento e istituzione, il Mulino, Bologna, 1977, p. 187.
[144] Individuano la burocratizzazione (ovvero la trasformazione in «un’istituzione rigida, dove le iniziative e il controllo passano nelle mani di una leadership burocratizzata, mentre i suoi affiliati si limitano a sovvenzionare i propri leader e si mobilitano solo quando decidono i «capi»»), accanto alle divisioni, repressione, declino, isolamento, cooptazione, corruzione, settarismo, come «ostacoli» e «trabocchetti» sulla strada dei movimenti, J. BRECHER, T. COSTELLO, B. SMITH, Come farsi un movimento globale, cit., pp. 67-68.
[145] Nel caso del Movimento No Tav si pensi alla partecipazione (molto discussa e criticata da una parte significativa del Movimento) ai lavori dell’Osservatorio c.d. Virano.
[146] Così l’incipit di H. MARCUSE, One-Dimensional Man. Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society, Beacon Press, Boston, 1964, trad. it. L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata,Einaudi, Torino, 1999, p. 15.
[147] Il contenuto della potestà decisionale dell’assemblea rappresenta una delle linee di tensione fra la parte istituzionale e quella “autorganizzata” del Movimento e appare variabile in relazione all’intensità della mobilitazione, tenendo sempre presente da ambo le parti la cura del mantenimento dell’unità.
[148] Ci si accosterebbe, cioè, a quel sistema che N. BOBBIO (Il futuro della democrazia, cit., p. 47) definisce «genere anfibio», il quale «è, in quanto prevede rappresentanti, una forma di democrazia rappresentativa, ma in quanto questi rappresentanti sono revocabili si avvicina alla democrazia diretta».
[149] K. MARX, La guerra civile in Francia, trad. it. Editori Riuniti, Roma, 1974, p. 35, il quale immaginava l’estensione di tale modello a tutta la Francia: «le comunità rurali di ogni distretto avrebbero dovuto amministrare i loro affari comuni mediante un’assemblea di delegati con sede nel capoluogo, e queste assemblee distrettuali avrebbero dovuto a loro volta mandare dei rappresentanti alla delegazione nazionale a Parigi, ogni delegato essendo revocabile in qualsiasi momento e legato al mandat impératif (istruzioni formali) dei suoi elettori» (ivi, p. 37).
Come ricorda N. BOBBIO, Il futuro della democrazia, cit., p. 42, il principio della revoca del mandato da parte degli elettori «fu ripreso e ribadito più volte da Lenin, a cominciare da Stato e Rivoluzione, ed è trapassato come principio normativo nelle varie costituzioni sovietiche», nonché in molte costituzioni delle democrazie popolari; da ultimo, sul tema, P. GINSBORG, La democrazia, cit., spec. pp. 21 ss..
[150] Constitución de la República de Cuba, cap. IX (Principios de organización y funcionamiento de los órganos estatales), art. 68, lett. c); vedi anche art. 68, lett. b): «las masas populares controlan la actividad de los órganos estatales, de los diputados, de los delegados y de los funcionarios».
[151] L. BASSO, Il Principe, cit., p. 174, sviluppando il contenuto della sovranità popolare, pur senza configurare un generale potere di revoca da parte degli elettori, considera come «sarebbe certamente conforme allo spirito della Costituzione, ed è comunque da considerarsi in una logica linea di sviluppo dei principi già posti, una disposizione che stabilisse la revoca del mandato di quei parlamentari che abbandonano il partito nel cui nome sono stati eletti, e presumibilmente si staccano in tal guisa dai propri elettori».
[152] Certo ormai non si rileva nulla di nuovo quando si ragiona dell’abbandono da parte dei partiti del ruolo di tramite fra società e Stato; fra i molti, cfr., sinteticamente, A. MASTROPAOLO, Crisi dei partiti, cit., che si riferisce alla «demolizione deliberata della passerella tra politica e società che offrivano i partiti», evidenziando il passaggio da partiti di tipo kelseniano a partiti di stampo shumpeteriano (e auspicando il ritorno dei primi, «seppure in forme nuove, e più adeguate ai tempi»); C. DE FIORES, Partiti politici e Costituzione. Brevi riflessioni sul decennio, in www.costituzionalismo.it, 4 novembre 2004, che, muovendo dalla considerazione del venir meno assieme ai partiti di massa della «rete politica di sostegno della Repubblica», del «tramite tra popolo e Costituzione», evidenzia come «travolta la democrazia dei partiti la c.d. transizione italiana si è progressivamente avvitata attorno alla spirale dell’antipolitica. Populismo e mercato sono i suoi caratteri portanti», combinandosi «in una insidiosa miscela che mette in discussione la Costituzione democratica…».
[153] Sulla crisi della rappresentanza, fra i molti interventi, si segnala da ultimo G. AZZARITI (I rischi dell’“antipolitica” tra legge elettorale e referendum, in www.costituzionalismo.it, 5 settembre 2007), che, ricordati i «dati drammatici» secondo i quali «circa il 70% degli italiani non si sente rappresentato nelle istituzioni» e «addirittura l’82% degli italiani non ha fiducia nel ceto politico», sottolinea la necessità di affrontare il tema della rappresentanza effettiva», ipotizzando l’introduzione di un sistema proporzionale corretto e la necessità di rivitalizzare la responsabilità politica.
[154] Non manca anche chi propone, proprio in considerazione della degenerazione della democrazia, soprattutto negli ultimi quindici anni di vita, di definirla «autocrazia elettiva» (così M. BOVERO, Ma la democrazia ha un futuro? Uno sguardo dall’Italia, in Ragion pratica, 2005, 25, p. 422).
Vedi, inoltre, la critica di chi osserva (S. CASSESE, La fabbrica dello Stato, ovvero i limiti della democrazia, in Quad. cost., 2004/2, p. 250) come generalmente «è sopravalutata la partecipazione del popolo alle votazioni (democrazia elettorale)», ricordando come «è stato scritto da tanti (Gaetano Mosca, Raymond Aron, Pasquale Pasquino) che le moderne democrazie sono, in realtà, oligarchie limitate dalla possibilità, rimessa al popolo, di un loro periodico ricambio».
[155] Fra i molti, R. DAHRENDORF, Dopo la democrazia, cit., spec. pp. 5-7; pp. 125-126.
[156] N. BOBBIO, Il futuro della democrazia, cit. p. 17.
[157] C. MORTATI, Relazione sul potere legislativo (Commissione per la Costituzione, II Sottocommissione, p. 188; leggibile anche in www.camera.it).
[158] C. MORTATI, Istituzioni, cit., p. 156; altrove (Art. 1, cit., p. 34) l’Autore specifica: «prevalente [n.d.r.: in caso di conflitto fra popolo e Stato] non altri può essere che il popolo poiché, dato che a lui è conferita la titolarità del sommo potere … di conseguenza i limiti posti al suo esercizio non possono giungere fino al punto da rendere solo apparente tale conferimento».
L. BASSO, Il Principe, cit., osserva come il popolo «deve considerarsi sempre nell’esercizio delle proprie funzioni, che non sono soltanto quelle di votare, ma altresì quelle di sorvegliare, controllare, criticare…» (p. 171), attraverso «una molteplicità di modi e forme di partecipazione…» (p. 180).
[159] C. MORTATI, Istituzioni, cit., p. 156.
[160] C. MORTATI, Istituzioni, cit., p. 156, distingue due tipi di «interventi popolari» (in tema, cfr. anche ID., Art. 1, cit., p. 32): «il primo si ha allorché insorgano moti spontanei che diano vita, in via di fatto ed in modo informale, ad organismi indirizzati all’esercizio di un diritto, che rientra appunto nei poteri impliciti della sovranità popolare, qual è quello di «resistenza» attiva o passiva, che trova la sua legittimità nel fatto di rivolgersi all’attuazione di fini richiesti dalla costituzione ed invece non perseguiti dagli organi legali cui tale compito sarebbe spettato»; «il secondo risulta dai «movimenti di opinione pubblica» che rimangono in uno stato fluido perché non concretantisi in organismi associativi, ed emergono attraverso l’esercizio dei vari mezzi di manifestazione della libertà del pensiero, venendo ad assumere, allorché raggiungano una certa consistenza, una funzione non sostitutiva ma solo di influenza sulle decisioni dei poteri costituzionali».
[161] Cour européenne des Droits de l’Homme, Troisième section, Affaire Partidul Comunistilor (Nepeceristi) et Ungureanu c. Roumanie, Strasbourg, 3 février 2005, parr. 45 e 55 (su cui, per un primo commento, A. BURATTI, La Corte di Strasburgo riepiloga le condizioni sul divieto di associazione in partiti politici, in www.associazionedeicostituzionalisti.it, 8 marzo 2005).
[162] Sul «rapporto necessario fra democrazia e dissenso», vedi N. BOBBIO, Il futuro della democrazia, cit., pp. 58-61.
[163] Pur senza addentrarsi nella ricostruzione bibliografica del tema, vedi, emblematicamente, C. MORTATI, Art. 1, cit., p. 32, che, trattando di organizzazione popolare «all’infuori di schemi normativi», ragiona della sua riconducibilità alla «figura della resistenza», la quale «trae il titolo di legittimazione dal principio della sovranità popolare perché questa, basata com’è sulla adesione attiva dei cittadini ai valori consacrati nella Costituzione non può non abilitare quanti siano più sensibili ad essi ad assumere la funzione di una loro difesa e reintegrazione quando ciò si palesi necessario per l’insufficienza o la carenza degli organi ad essa preposti»; nonché, da ultimo, A. BURATTI, Dal diritto di resistenza al metodo democratico. Per una genealogia del principio di opposizione nello stato costituzionale, Giuffrè, Milano, 2006, p. 264: «il diritto di resistenza… trae il proprio fondamento dall’esigenza di garantire, anche oltre le forme costituzionalmente predisposte, il valore deontico del principio di sovranità popolare. In questo senso, nel vigente ordinamento repubblicano, il diritto di resistenza popolare si configura come garanzia, da esercitarsi in via sussidiaria rispetto alle potestà ordinarie e straordinarie attribuite agli organi dello Stato-persona, posta a salvaguardia del principio di sovranità popolare. Il bene protetto dal diritto di resistenza collettivo non è tanto l’ordinamento giuridico oggettivo, né i diritti costituzionalmente riconosciuti, bensì la sovranità popolare, declinata nella forma del metodo democratico…».
[164] Si può citare sempre A. BURATTI, Dal diritto di resistenza, cit., p. 257, il quale, rilevato, muovendo da un’analisi comparata (vedi spec. pp. 250-256), come «il diritto di resistenza collettiva, inteso quale istituto di garanzia della normatività della Costituzione e dei principi di regime, costituisca un corollario del principio democratico», osserva come «peraltro, la peculiarità di simile garanzia della sovranità popolare comporta che la sua legittimità prescinda da un esplicito riconoscimento costituzionale e persista come risorsa estrema ed ineludibile degli ordinamenti costituzionali contemporanei».
[165] V. CRISAFULLI, La sovranità popolare, cit., p. 54.
[166] Riassumendo quanto rilevato ante: attraverso un processo bi-direzionale o circolare che vede il movimento legittimare i sindaci, con un “mandato permanente costantemente rinnovato”, e i sindaci legittimare con la loro presenza “istituzionale” il movimento, “rassicurando” sulla sua compatibilità con la democrazia.
[167] C. MORTATI, Art. 1, cit. p. 44.
[168] M. BOVERO, Ma la democrazia, cit., p. 422, già ricordato ante.
[169] Oltre al noto C. CROUCH, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari, 2003, ante cfr. A. MASTROPAOLO, Democrazia, neodemocrazia, postdemocrazia: tre paradigmi a confronto, in Dir. pubbl. comp. ed europeo, 2001-IV, pp. 1612 ss.
[170] A. MASTROPAOLO, La mucca pazza, cit., p. 183.
[171] Ovvero, sempre citando A. MASTROPAOLO, La mucca pazza, cit., p. 192, «non è detto che il male di cui la democrazia soffre sia incurabile».
[172] U. ALLEGRETTI, Il Movimento internazionale, cit., p. 71.
[173] U. ALLEGRETTI, Il Movimento internazionale, cit., p. 72.
[174] Una nuova forma di democrazia? U. ALLEGRETTI (Il Movimento internazionale, cit., p. 71) considera come, pur non volendosi ancora affermare di essere di fronte ad una nuova forma di democrazia, «i movimenti qualificano in modo nuovo la dimensione partecipativa della democrazia».
[175] L’espressione è di A. DI GIOVINE, Le tecniche del costituzionalismo del Novecento per limitare la tirannide della maggioranza, in G. M. Bravo (a cura di), La democrazia tra libertà e tirannide della maggioranza nell’Ottocento, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2004, p. 329, che ragiona di come il principio democratico si emancipi rispetto ad ogni «primitivismo di stampo giacobino-rousseauiano» e si modelli «nella forma «civilizzata» e più esigente della democrazia costituzionale».
[176] Ma sarebbe senza dubbio meglio dire “evidenziare”, a voler tacere del giudizio sull’interpretazione che ciò rappresenta per la democrazia.
[177] Ritorna la classica domanda: «quant’è democratica… una democrazia che disconosce le restrizioni apposte alla libertà individuale dal bisogno, dalla malattia, dalla povertà, dall’ignoranza?» (con le parole di A. MASTROPAOLO, La mucca pazza, cit., p. 172), che rinvia alla nota querelle fra democrazia sostanziale e formale.
[178] Riaprendo inevitabilmente in tal modo – come dimostra la discussione di modelli di sviluppo, o di “decrescita”, alternativi in seno al Movimento – la discussione su un sistema economico che viene presentato come dotato di una, anzi la, “scientifica naturalità”, in quanto tale intoccabile e indiscutibile (il dogma del mercato). Da ultimo, revoca in dubbio, con dati alla mano, che la libera concorrenza, pur postulando che produca una crescita economica, riduca le disuguaglianze sociali, L. GALLINO, Disuguaglianze, in www.dircost.unito.it.
Si aggiunga una piccola digressione sul contenuto della protesta No Tav e la Costituzione. La grande opera Tav - si dice – è indispensabile e imprescindibile in un’ottica di sviluppo economico: si accede in tal modo a tesi di tipo ordoliberalista o, comunque, sostenitrici della primazia del mercato rivestito con i panni della panacea, ma è questo il progetto di trasformazione della società della Costituzione italiana?
[179] L. BASSO, Il Principe, cit., p. 17, osservava: «la democrazia, cioè la sovranità del popolo, sarà più o meno effettiva a seconda che il popolo sarà più o meno in grado di avere e di formulare una propria volontà libera e cosciente e di controllarne l’adempimento, ciò che dipenderà dalle condizioni economiche, sociali e culturali della popolazione e dal grado di libertà di cui essa effettivamente godrà; a seconda che questa volontà diventerà effettivamente volontà dello Stato, vale poi a dire indirizzo politico e norma giuridica…; a seconda infine che gli organi e i mezzi di applicazione di questa volontà vi si conformeranno effettivamente».
|
|
Indice Fascicolo
|