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Il gruppo di persone che ha promosso questo sito si propone di sollecitare il dibattito tra gli studiosi delle diverse discipline interessate alle ragioni del costituzionalismo, operando entro una prospettiva dichiarata. Il nostro "punto di vista", le specifiche ragioni di politica culturale e la professione di metodo alla base di quest'iniziativa sono rese esplicite in due editoriali Le ragioni di una rivista nuova, di Gianni Ferrara e Le ragioni di un impegno nuovo, di Gaetano Azzariti...(continua)
 
22/01/2008
Principi costituzionali, sistema sociale, sistema politico*

di Lorenza Carlassare

                   
      Sommario.1 . Il quadro costituzionale : la  forma di stato e di governo. 2.- Segue: le condizioni per la stabilizzazione del sistema politico. 3- Costituzione e partiti politici. 4 – La caduta dei partiti tradizionali e la fine della ‘coalizione monopolistica’. 5.- La trasformazione dei partiti. 6- Quali prospettive nel vacillare delle certezze?
 
 
1.-  Il quadro costituzionale : la  forma di stato e di governo. Parlare di legge elettorale, oggi, è più che giustificato: sostituire  quella del governo Berlusconi, pericolosamente destabilizzante, è indispensabile. Ma  era altrettanto  giustificato negli anni passati ? La ricerca continua di meccanismi  in grado di  incidere utilmente sul sistema politico, oscillando fra quelli pensati per  sistemi politici diversi,  denuncia la mancanza di  chiarezza sugli obiettivi. Dove si vuole arrivare? A quale fine deve servire lo strumento che si sceglie per far funzionare la rappresentanza? Non basta pensare, genericamente alla ‘governabilità’,  per quanto auspicabile, senza riflettere sulle condizioni che la rendono possibile.  Cadute le illusioni sulle virtù taumaturgiche  di un bipolarismo comunque configurato ([1]) e sulla possibilità della legge elettorale (certamente rilevante) di modificare da sola il sistema politico ([2]), abbandonati i tecnicismi di superficie, è  il momento d’impostare un discorso più ampio  che guardi alla società di cui il sistema politico è espressione.  Con occhio attento alla Costituzione  repubblicana dov’è ben tracciato il percorso per ridurre la disomogeneità  del sistema sociale che si riflette sul sistema politico, influenzandolo ben più profondamente di  qualsiasi legge elettorale. Le indicazioni sono molteplici: da  quelle relative ai  partiti ( strumenti dei  cittadini per concorrere a determinare la politica nazionale),alla forme di governo, al pluralismo, a quelle relative alle premesse indispensabili della democrazia: dalla libertà di pensiero al diritto all’informazione , all’istruzione, e ad una retribuzione “sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa”. Condizioni necessarie  a costruire una cittadinanza responsabile, in grado di esprimere giudizi e preferenze politiche ragionate e di resistere a demagogiche sollecitazioni.
 L’incessante ricerca di meccanismi  in grado di  incidere sul sistema politico, sembra invece chiudersi in un orizzonte strettissimo limitato alla legislazione elettorale. Nel confuso succedersi delle proposte , l’obiettivo è una ‘governabilità’ pensata  in modo astratto e generico, come  prodotto automatico dell’uno o dell’altro meccanismo cui ci si affida in modo esclusivo, senza riflettere sulle condizioni che ne rendono possibile il funzionamento, quasi che il sistema politico  possa pensarsi indipendentemente dal sistema sociale . Illusione pericolosa perché il secondo reagisce  alterando gli effetti di meccanismi elettorali che gli sono estranei : la legislazione elettorale sta dentro  un discorso più ampio, interno  alla società di cui il sistema politico è espressione e, innanzitutto,  interno alla prospettiva tracciata dalla Costituzione.
   Sono  d’accordo con Alberto Capotosti  che la  stretta connessione tra profilo elettorale, istituzionale e sociale non sembra sufficientemente avvertita, e perciò si rischia di introdurre un sistema elettorale inadeguato alla società civile e incoerente rispetto al sistema politico-costituzionale ( [3]).
  Dalla Costituzione dobbiamo partire, innanzitutto dalla forma di stato ‘democratico di diritto’ : è già un quadro di riferimento preciso che  lascia margini ma ha sicuri confini che non possono essere valicati. La partecipazione del popolo non dev’essere discontinua ma sempre attiva: l’art.1, insieme ad altre disposizioni costituzionali, in particolare l’art.49, prefigurano un esercizio costante della sovranità - che appartiene al popolo, non emana da esso-  che  non tollera gli intervalli di una democrazia ‘delegata’. Il costituzionalismo limita il potere, anche della maggioranza, cui non spetta il dominio assoluto  in una democrazia pluralista. Il pluralismo  pervade tutto il sistema - è politico, territoriale , religioso, linguistico, culturale – e  le differenze non sono solo  da difendere contro offese e  discriminazioni, sono anche da tutelare e valorizzare.
  In particolare, la Costituzione tutta implica una pluralità di partiti. Fino a non molto tempo fa era un dato pacifico che oggi si cerca di minimizzare. Si insiste nel dire che pluralità può significare anche due: leggendo le disposizioni  costituzionali non si direbbe. Se nell’art. 72 il plurale ‘gruppi parlamentari’ (in proporzione dei quali devono essere composte le commissioni legislative), con notevole sforzo potrebbe anche significare ‘due’, una simile lettura  non è consentita dall’art. 82  che vuole la commissione d’inchiesta  “formata in modo da rispecchiare la proporzione fra i  vari gruppi” , né dall’art.83 in base al quale i tre delegati regionali  all’elezione del Presidente della Repubblica vanno “eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze”.  Ma non è  il dato testuale quello che conta. Il pluripartitismo emerge da tutto il sistema Ciò dovrebbe far  riflettere sulla coerenza costituzionale di una legge elettorale che induca un’eccessiva semplificazione soffocando le differenze, anziché esaltare “il momento del pluralismo in  Parlamento”  oltre al “ pluralismo prima del Parlamento” ( [4]).
    Indicazioni precise e vincolanti derivano , infine, dalla forma di governo, di tipo parlamentare, disegnata in Costituzione : il governo promana dal Parlamento, lì si costruiscono le maggioranze in base agli orientamenti espresse dagli elettori. Indicazioni, anche queste, tranquillamente ignorate dai nostri vivaci riformatori , ai quali inutilmente viene ricordato che, per percorrere diversi sentieri, è necessario procedere ad una riforma costituzionale.  Diversa cosa, del tutto conforme non solo alla Carta ma agli intenti stessi dei  Costituenti - qui richiamati da Leopoldo Elia nella sua approfondita  Relazione-, prospettare l’introduzione di elementi idonei a rendere più efficace l’azione di governo.
 
2.-  Segue: le condizioni per la stabilizzazione del sistema politico.La Costituzione è un punto di partenza ricco di spunti anche sulle condizioni che rendono possibile il funzionamento del sistema democratico. Sono cose note, ma a sessant’anni  dalla sua nascita, è bene ricordarle anche per ricordare la gravità dell’inattuazione della nostra Carta. Soprattutto perché  riguardano elementi stabilizzanti, destinati a ridurre le fratture sociali che generano  le disomogeneità che si ripercuotono sul sistema politico e su quello istituzionale. Possiamo dire che la Repubblica ha assolto il “compito” assegnatole dall’art.3 comma 2 di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese? Che si è realizzato l’ordine sociale della Costituzione? Che la pari dignità di cui al comma 1 del medesimo articolo, è assicurata?
 Non si tratta di questioni leggere, ininfluenti nel discorso sul sistema politico, ma temi di fondo, che riguardano le basi stesse dell’ordine sociale della Costituzione. Pilastri della costruzione intera  ,in una prospettiva che poneva nella realizzazione di quegli obiettivi i presupposti per il funzionamento della  democrazia nascente,  principi  profondamente radicati nelle forze che si accingevano ad esercitare la funzione costituente, ben prima che l’Assemblea nascesse. Gli scritti di quegli anni ben lo testimoniano: il primo dei presupposti di un regime democratico moderno, “del  complessivo assetto sociale e politico nel quale la forma di governo venga ad inquadrarsi nel modo più armonico”, scriveva Mortati nel 1945 “ si riferisce all’omogerneità della struttura sociale” ( [5] ).La necessità di realizzare, oltre alle riforme politiche,  riforme “nella struttura economica sociale” ([6] )corrispondeva ad un convincimento  forte e diffuso.
     La rimozione  anche mentale del lavoro subordinato dalla sfera effettiva della tutela, è divenuta in questi giorni troppo evidente per poterla negare   manifestando in forme pesanti  una questione sociale di cui si vorrebbe ignorare l’esistenza . In particolare la questione operaia, è balzata ai nostri occhi con  la strage operaia di Torino, rivelando la ferocia dello sfruttamento. L’Osservatore romano dell’11 dicembre parla di “salute mercificata” : si contratta la salute per il posto di lavoro. Gli orari disumani con turni interminabili   di cui  non si sospettava nemmeno più l’esistenza, (aggravati da straordinari  pesanti imposti dalla ‘produttività’ e dall’esiguità dei compensi ) legati  all’assenza di salari sufficienti a mantenere la famiglia in modo dignitoso, testimoniano l’abbandono in cui si è lasciata una parte produttiva e importante della società, il disinteresse  per la  perdita di speranza in un futuro migliore  ( o semplicemente in un futuro) per  sé e per i  figli. E’ la dignitàdel lavoratore di cui non si tiene alcun conto, in  spregio assoluto alla Costituzione che mette il lavoro al  centro del sistema , sottolineandone, fin dall’art. 1, il  preminente valore. Quanto siamo lontani dall’orizzonte dei costituenti, dall’esaltazione del “principio nuovo, che considera il lavoro umano non più come merce, che si scambia e subisce le oscillazioni della richiesta e dell’offerta, ma come il più alto dei valori della scala sociale” ( [7]).
  Trascurato è un altro   importante fattore  d’integrazione e di sviluppo della persona che la Costituzione impone di perseguire: la cultura è messa in gioco dal disinteresse per l’istruzione, reso palese dall’inadeguatezza delle risorse, degli edifici scolastici, della retribuzione degli insegnanti ( che ne abbassa il prestigio in una società dove l’apparenza è tutto), oltre che dall’uso del mezzo televisivo, fattore  potenzialmente aggregante, ora purtroppo solo  nel senso  di un livellamento verso il basso. Come dice, ad altri fini, l’on. Berlusconi “si guardi blob” : ognuno di noi  avrà così un sintetico saggio del peggio. I mezzi di comunicazione entrano nel discorso  anche, e soprattutto, per la loro rilevanza politica non solo nel momento della competizione elettorale, ma  ai fini del diritto all’informazione che la Corte costituzionale ha ripetutamente affermato. Ma  i chiari principi affermati dalla Corte stessa, stentano ( è un gentile eufemismo) a tradursi nella realtà :  senza riandare al passato, ricordo solo la sent. 466/2002, di cui la l. 112 /2004 non ha tenuto  alcun conto. La distorsione del sistema informativo si ripercuote pesantemente sul sistema politico, manipola e distorce le opinioni stesse del cittadino, non consente la formazione di una  coscienza informata, presupposto della democrazia. Si è indebolita la televisione pubblica , indispensabile in un sistema complesso in cui i troppi messaggi confondono, e se ne è resa  possibile una gestione influenzata  non solo dal potere politico (in grado di allontanare giornalisti  di  livello, spegnendo libere voci) ma addirittura da soggetti portatori di interessi economici concorrenti.  Certamente i giornali  possono indurre a maggiore riflessione, alimentando un dibattito meno superficiale; ma, la linea politica della testata è del proprietario editore, cui il direttore è necessariamente legato, sicché lo spazio per i giornalisti  alla fine è abbastanza ridotto. Come dimostra l’esperienza di due importanti giornalisti del nostro tempo, Biagi e Montanelli, l’indipendenza costa. Non potendo fermarmi su questo - troppi sono i temi implicati in un discorso su   Costituzione e sistema politico – rinvio al bel volume sull’art. 21  di Alessandro Pace e Michela Manetti ( [8]).
 
   3.-  Costituzione e partiti politici. Il discorso sui partiti  si colloca in una dimensione  più ampia, in un modo preciso di concepire la democrazia. Un modo, oggi, particolarmente sentito dalla società civile che dimostra in tutte le occasioni di voler partecipare.
  Mi richiamo a cose dette dai grandi Maestri, a cominciare da Esposito. che sottolineano il carattere strumentale dei partiti  e  delle stesse istituzioni ([9]): l’attribuzione ai partiti della “ positiva funzione di strumento perché i cittadini concorrano a determinare la politica nazionale trae origine dalla constatazione che in un regime ‘meramente‘ rappresentativo nel quale fosse concesso ai cittadini il solo potere di votare, tali cittadini sarebbero schiavi per lunghi anni e… liberi e sovrani nel solo giorno della libera scelta dei loro rappresentanti”.  Infatti ,“il contenuto della democrazia non è che il popolo costituisca la fonte storica o ideale del potere, ma che abbia il potere…. E che non abbia la nuda sovranità  ( che praticamente non è niente) ma l’esercizio della sovranità (che praticamente è tutto)” ( [10]). L’art. 49 ben esprime il carattere strumentale dei partiti: il soggetto della proposizione sono i cittadini  che “hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.  Già per questo ( e non solo per un’interpretazione del ‘metodo democratico) i partiti-vertice dovrebbero essere esclusi: non adempiendo allo scopo per il quale sono stati previsti , allo stesso modo dei partirti personali . E,  ancor più, dovremmo considerare  inammissibili partiti che non si sono sottoposti al vaglio degli elettori, ma hanno vita solo in Parlamento.
  Dubito inoltre  che la Costituzione pensasse ai partiti come protagonisti esclusivi della politica: attori principali, di certo, ma non esclusivi . Il pluralismo, l’insistenza sui corpi intermedie, le associazioni di varia natura, disegnano uno scenario variegato in cui agiscono molteplici entità e aggregazioni. Dominante appare l’idea che il pluralismo dovesse entrare nella formazione dell’indirizzo politico. Una parola- sottolinea Gianni Ferrara- praticamente sparita ( [11]), e non a caso. I partiti, viceversa, hanno monopolizzato la politica, si sono fatti tutt’uno con le istituzioni.
  E’ dunque ai partiti come sono oggi che la Costituzione pensava?
 
   4. La caduta dei partiti tradizionali e la fine della ‘coalizione monopolistica’.  Dopo la guerra i partiti hanno svolto una funzione determinante assicurando la base per la ricostituzione del sistema,  dando sostegno a una struttura istituzionale quasi inesistente. La scelta proporzionalistica era naturale e coerente in una situazione che vedeva l’elettorato traversato da fortissime fratture e  già operanti  diversi gruppi politici ( [12]). Gradualmente  i partiti si sono trasformati, si è assistito ad una omogeneizzazione delle dirigenze delle quali, fra l’altro, i partiti non riuscivano più ad assicurare la preparazione. All’inizio degli anni novanta, la corruzione, ormai del tutto palese, getta un discredito totale e generalizzato travolgendo le formazioni politiche , peraltro già messe in crisi dagli eventi internazionali del 1989. La caduta del “muro” indebolisce i  partiti di maggioranza che non avevano più la possibilità di reggersi sulla contrapposizione a un sistema imploso: ma il  fallimento di quel sistema,  mettendo in crisi  il modello,  costringe anche la sinistra a trovare una diversa identità. Insomma, ‘mani pulite’ interviene a dare il colpo di grazia a partiti che erano già in crisi per conto loro.  Sicuramente, tuttavia, per i cittadini determinante fu la corruzione : il successo dei referendum- dalla preferenza unica a quello del’93 che portò al maggioritario- non è dovuto all’entusiasmo dei cittadini per il sistema maggioritario di cui nulla sapevano e di cui poco capivano, ma era un voto contro la corruzione partitocratica.
   I partiti, dopo,  non sono più gli stessi: i nomi sono altri, il PCI si trasforma e si divide, la DC si fraziona, MSI diventa AN, nasce la Lega come partito antisistema che, proprio per questo ha una fortuna inizialmente estesa; e nasce poi Forza Italia , più che un partito un’organizzazione di tipo personale , basata su una struttura aziendale. Eppure, mi pare,  non si può parlare  veramente di un sistema politico nuovo. Sicuramente la strutturapluripartitica persiste nonostante la  sostituzione del maggioritario al proporzionale ; il che ben dimostra  come il mutamento dei meccanismi di trasformazione dei voti in seggi non riesca , da solo, a trasformare un sistema politico, non basti a farlo divenire bipolare.  
 Qualcosa tuttavia in quel momento è cambiato , ma non se n’è tenuto conto mentre  forse proprio  quel cambiamento andava sfruttato ai fini di un’evoluzione virtuosa .
 A quale mutamento mi riferisco?   Era venuta meno la “coalizione monopolistica” che ha caratterizzato il nostro sistema fin dalla caduta della destra (1876).  Si parla sempre di  bipartitismo  e pluripartitismo , pur sottolineando ([13]) le peculiarità  indotte nel multipartitismo  italiano dalla presenza al centro di un partito egemone perno di ogni governo. La chiarezza  è tuttavia maggior usando   un nome diverso per significare la diversità della cosa: accanto al bipartitismo e al pluripartitismo , Paolo Farneti ([14]) pone la “coalizione monopolistica , i cui tratti tipici sono la coesistenza “con un’opposizione parlamentare rilevante che tuttavia non è strutturalmente in grado di agire quale possibile alternativa di governo”.
   Non era dunque il multipartitismo il nostro problema, ma il fatto che, fino alla crisi  degli anni novanta , la coalizione monopolistica, per sua natura conservatrice e poco  o nulla dinamica, ha caratterizzato il sistema.
  Non possiamo dunque imputare nulla al pluripartitismo , presente in tutte le pieghe della nostra Costituzione, perché in realtà non lo abbiamo  mai sperimentato, se non ,forse, per un periodo  assai breve, finito nel 1947 dopo il viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti. Nella crisi dell’inizio ’90, ridotte le dimensioni della DC, esistevano condizioni nuove (rispetto alla coalizione  monopolistica) che avrebbero  , forse, consentito il funzionamento normale del governo parlamentare in un sistema pluripartitico.
 Invece di sfruttare quel cambiamento lo si è  soffocato con la  non  graduale sovrapposizione del maggioritario  chiudendolo nelle maglie di un bipolarismo  artificiale e coatto che non ha funzionato , non è servito a semplificare, anzi ha creato frammentazione : il sistema sottostante a reagito. A parte i 14 gruppi parlamentari alla Camera ( più i quattro in cui si divide il gruppo misto), basta guardare alle divergenze interne ai due poli per dover ammettere  che la disomogeneità di fondo trova comunque  il modo di manifestarsi. Come prima, del resto : all’interno della DC , partito interclassista, per le diverse parti del suo blocco sociale nascono le correnti, e tra queste- e dunque tra i diversi gruppi di interessi di cui le correnti sono espressione- il partito deve mediare. Oggi la maggioranza è in continua difficoltà : finita la finanziaria, il governo incontra ostacoli persino a causa di una norma antidiscriminatoria modulata su norme europee che essa, esplicitamente, richiama. Ostacoli incomprensibili trattandosi di una norma di minima civiltà, conforme alla Costituzione che non consente di discriminare le persone  a causa delle loro tendenze sessuali, così  come non lo consente (anzi,  ancor meno lo consente) la coscienza cristiana.  Eppure contrario era lo stesso ministro della giustizia che aveva presentato  da poco- luglio 2007 – un disegno di legge in cui  quella medesima norma  era contenuta! Evidentemente non si  ricordava del suo stesso progetto.
   Un fatto davvero singolare, al quale non mi pare sia stato dato, neppure dai mezzi d’informazione, adeguato rilievo.
 
5.- La trasformazione dei partiti . Sono scomparsi i grandi partiti di massa, sostituiti  da organizzazioni  leggere, difficili da definire. Per valutare l’importanza dei partirti per la vita democratica  basta pensare che di fatto hanno il monopolio delle elezioni : negli Stati moderni (democratico-pluralisti)  i soggetti politici principali non sono gli organi costituzionali ufficialmente previsti dalle Costituzioni, ma i partiti politici i quali però non sono organi dello Stato ma organizzazioni private , sottolinea  G.U. Rescigno, anche se i luoghi della decisione politica  non sono  più  individuabili  negli organi dirigenti dei partiti: ”al loro posto vi sono continue riunioni, pranzi, cene, interviste, smentite, accordi e rotture tra personaggi politici, ciascuno forte dei gruppi di pressione che temporaneamente rappresenta e sostenuto mezzi di comunicazione che gli sono amici” ( [15]). Sono questi i partiti cui la Costituzione pensava?
Mortati definisce il partito “parte totale” che “esprime una concezione parziale degli interessi della collettività  caratterizzata dal perseguimento di certe finalità specifiche che differenziano ogni partito dall’altro”, ma ‘politico’ perché le “inquadra in una visione generale dei bisogni della vita associata” , ricordando che  è  per  il “perseguimento o di principi superindividuali” che i partiti si differenziano dalle fazioni “ rivolte a sostenere determinate persone” . Possiamo dire che  siano le caratteristiche di tutti i partiti attuali?
  Lindistinzione programmatica,caratteristica  dei partiti di centro,  si è generalizzata. Ma nell’art.49 sono prefigurati  partiti nei quali si esprimono gli orientamenti  dei cittadini   canalizzandone  istanze e bisogni per  trasmettendoli alle istituzioni; portatori di progetti, idee, ideologie( [16]). La deologizzazione dei partiti è forse un tratto inevitabile del loro istituzionalizzarsi, farsi tutt’uno con le istituzioni, che li induce a  una lotta politica per il potere che diventa il motivo ispiratore della loro azione e dei loro comportamenti e, alla fine, l’unico motivo. Così, nel contrasto , si produce  un’omologazione che rende giustificato parlare di “classe politica dotata di regole comuni che Guarino ( [17]) definisce essa stessa un’istituzione, ricordando che, se il legame con gli elettori delle istituzioni sottostanti ai partiti e dei gruppi che le sorreggono è di tipo clientelare, il buon governo è un’illusione. Il sostegno di quei gruppi è dato in cambio di “favori” che i sostenitori attendono, che si traducono in favoritismi, corruzione, mal governo, espansione dei posti da occupare per  estendere la sfera d’influenza e  allargare sempre più la sfera dei beneficiati, quindi dei sostenitori. Se  invece  il legame, almeno in parte, è con organizzazioni della società portatrici di interessi collettivi - l’ambiente, la salute, la cultura - la pressione dei gruppi di sostegno sul personale politico può essere positiva: finché, almeno, non si istituzionalizzino completamente . L’immedesimazione con le istituzioni  favorisce infatti l’idea che il loro interesse coincida con quello delle istituzioni  di cui si appropriano.
 
6.- Quali prospettive, nel vacillare delle certezze? Il fallimento pratico  del bipolarismo rigido  e coatto che si  è voluto predicare è sotto gli occhi di tutti. A parte il frazionamento prodotto contro l’attesa semplificazione, a dimostrarne l’impraticabilità basterebbe il comportamento dell’opposizione, o meglio, del personale politico  dei gruppi oggi all’opposizione che non accetta di restare fuori dal governo dove vuole, ad ogni costo, tornare .  Anziché porre in essere quei comportamenti virtuosi  insegnati dai manuali come tipici dei sistemi dell’alternanza  - segnalare con serietà e argomenti gli errori degli avversari , fare proposte alternative responsabili  che , tornando a vincere, si dovranno realizzare-   i parlamentari del centro-destra hanno esercitato il ruolo di opposizione in un modo solo: con la continua , ossessiva ripetizione  di un’unica, medesima  frase “Prodi deve andarsene”. Impossibile resistere  di fronte ai telegiornali dove per mesi hanno sfilato esponenti dei gruppi di opposizione ripetendo monotonamente le stesse parole. Ciò non facilita la realizzazione di una politica nell’interesse del paese , in una la situazione già delicata della coalizione, ostacolata da poteri personali frutto avvelenato della legge elettorale , del premio di maggioranza, delle alleanze pre-elettorali fatte al buio, senza  conoscere la forza elettorale dei partner, consentendo il sorgere in Parlamento di partiti ’personali’ dotati  di una forza fittizia ma disgregatrice( [18]).  La realtà italiana  ha travolto   anche affermazioni di illustri voci , in particolare  che lo scrutinio maggioritario a turno unico, con il pluripartitismo,  generi “alleanze fortissime” perchè la necessità “di spartirsi le circoscrizioni prima delle elezioni” presuppone un accordo  per un’alleanza difficile da realizzare, ma  che  “una volta conclusa implica una collaborazione più profonda.( [19] ) : basta pensare  alla ‘collaborazione’ del senatore Dini ,eletto   nella maggioranza che ‘sostiene’ il governo Prodi, per rendersene conto!
 Il dibattito politico è traversato da luoghi comuni, confezionati come slogan di facile presa, spesso incostituzionali. Da più parti si sentono affermazioni in aperto contrasto non genericamente con la Costituzione, ma con disposizioni precise  che configurano la forma parlamentare dove il luogo in cui il governo nasce e muore è il Parlamento, nel quale il governo si può anche modificare mediante una crisi o senza ( a seconda della natura della variazione).  Così consentendo a partiti minori  che abbiano conservato l’idea di  un programma da perseguire ( e non di un semplice cartello elettorale), la possibilità di uscire da un governo che  non realizzi gli obiettivi concordati senza il timore  di farlo cadere e senza esserne continuamente colpevolizzati. Possibilità tutte fissate in Costituzione, ma guardate con aperto orrore e dispregio! Eppure, la duttilità che ne deriva potrebbe essere l’unica via, nella situazione concreta del nostro effettivo pluripartitismo,  per facilitare la stessa governabilità; dopo aver trovato una strada seria per semplificare, senza mortificare, il sistema politico.
  Negli ultimi tempi alcuni luoghi comuni fissi e ossessivi sembrano vacillare:  si insinua il dubbio sulle virtù taumaturgiche del sistema elettorale maggioritario, sulla sua capacità di modificare  da solo il sistema politico ( [20])  e produrre governabilità. Si sta manifestando un consenso diffuso sulla necessità di togliere i premi di maggioranza ( [21]) che  inquinano la compagine governativa rendendone difficile l’azione coerente ed efficace . Pare anche tramontata, ma non in tutti, l’idea delle  alleanza preventive che egualmente inquina, distorce i rapporti , altera il peso politico rispettivo, fornendone fittiziamente a chi non ne avrebbe alcuno: singole persone,  partiti ‘personali’ ( [22]). Ci si chiede finalmente se il bipolarismo coatto  debba proprio essere conservato. Resiste tuttavia il mito  della  democrazia ‘delegata’, gabellata da anni come democrazia  immediata , la sola che consentirebbe al popolo di scegliere . Oltre che contrario alla Costituzione – che  affida al Parlamento la vita del Governo-  quel mito è contrario allo stesso art. 1: in apparenza  si esalta il popolo ,sacralizzando il mandato degli elettori dichiarato assolutamente intoccabile, nella sostanza si privano i cittadini di ogni scelta confinandoli in una posizione passiva di approvazione plebiscitaria vuota di opzioni effettive.  Cos’ha a vedere una delega quinquennale ( praticamente in bianco) con l’art. 49 che vuole la partecipazione  attiva econtinua ( [23]) dei ‘cittadini’ nella determinazione, attraverso i partiti, della politica nazionale?
 In nome della governabilità si tende a verticalizzare e centralizzare sempre più il potere, lasciando al popolo poteri formali senza sostanza. E spunta tra gli scienziati della politica- ci dice Michele Salvati e ci ricorda qui oggi Valerio Onida- il discorso sul ‘dittatore illuminato’. Cavalchiamo i secoli, all’indietro?
 
 
 
 


[1] )Significativa è la lettura dei quotidiani: cito per tutti,  I.DIAMANTI, Seconda Repubblica. Il lungo tramonto, in la Repubblica, del 9 dicembre 2007. Come scrive E. BERSELLI, Qualcosa è accaduto, in la R epubblica del 3 dicembre, 2007, “la dichiarazione di morte presunta del bipolarismo è largamente condivisa dall’arco delle forze politiche”. E  P. BATTISTA, Addio  Seconda Repubblica ( Corriere della sera, 9 gennaio 2008 ) parla di de profundis della Seconda Repubblica, dietro la quale  , il nulla: “Solo la fine del personalismo plebiscitario surrogato di leadership autentiche, le bandiere ormai stinte del ‘sindaco d’Italia’, la stanchezza per un bipolarismo astioso, inconcludente e intontito dai propri annunci”. In particolare si critica  - F. BASSANINI, Sul  progetto di riforma elettorale del Partito democratico, in Astrid Rassegna, n. 19 del 2007 - la priorità assoluta  assegnata, nella definizione degli obiettivi della legge elettorale “alla costruzione di un sistema suscettibile di imporre la confluenza di tutti i partiti e movimenti politici in  due coalizioni predeterminate, chiuse e blindate; dunque di un sistema capace di incapsulare un sistema politico multipolare in una gabbia bipolare rigida”, trascurando “altre finalità e altri obiettivi, non meno cruciali”. Per un panorama delle opinioni,  ASTRID, La riforma elettorale, Firenze (Passigli) 2007 ; Quale legge elettorale serve al Paese ( Seminario di Astrid, 28 maggio 2007) in www.astrid-online .it

[2] )Infra e nota 20.

[3] ) P.A. CAPOTOSTI, Regole elettorali e sistema costituzionale italiano, in www.astrid-online.it

[4] )Questa considerazione di M. LUCIANI, Democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, in L. Carlassare ( a cura di), La sovranità popolare, cit. ,190, a commento del pensiero di Esposito, mi sembra davvero importante  e da sottolineare.

[5] )C. MORTATI, Perché siamo repubblicani, ripubblicato in I cattolici democratici e la Costituzione ( a cura di Antonetti, De Siervo, Malgeri), II°, Bologna 19998, 646.

[6] )G. DOSSETTI, La democrazia cristiana ai lavoratori, volantino diffuso clandestinamente verso la fine del 1944, pubblicato in I cattolici democtratici, cit., I°, 355.

[7] ) Così l’on. Mancini nella seduta pomeridiana del 17/3/1947, in Materiali della Repubblica,vol.II°, tomo II°, Reggio Emilia (Notor ed.),  1992, 151; per i diversi interventi, in sede di  Assemblea, in particolare,20,77,142-145, 198-204,225-227,287-289.

[8] ) A. Pace e M. Manetti, Art. 21,La libertà di manifestazione del proprio pensiero, in Commentario della Costituzione fondato da G. Branca e continuato da A. Pizzorusso, Bologna, 2006.

[9] ) Per il secondo profilo,   in particolare Crisafulli, La sovranità popolare nella Costituzione italiana,in Studi in memoria di V.E. Orlando, Padova,1955, 439, 454 ,”lo Stato-soggetto si configura come strumento, non esclusivo, mediante il quale il popolo esecita, per una parted più o meno estesa, la sovranità di cui è e rimane titolare"   e L. Paladin, Diritto costituzionale, Padova, 1998, 271.

[10] ) C. ESPOSITO, La Costituzione italiana. Saggi, Padova, 1954, 10-11.

[11] ) G. FERRARA, L’indirizzo politico dalla nazionalità all’apolidia, in  L. Carlassare ( a cura di), La sovranità popolare nel pensiero di Esposito, Crisafulli, Paladin, Padova, 2004, 105 ss.

[12] )Per una efficace visione del ruolo dei partiti nella storia repubblicana, P. SCOPPOLA, Parlamento e Governo da De Gasperi a Moro, e G. PASQUINO, Partiti, gruppi sociali, lobby e singoli parlamentari nella vita di Camera e Senato in Storia d’Italia, Annali 17, Il Parlamento, a cura di L. Violante, Torino,2001, 357ss; 659ss.

[13] ) Come, da tempo , L. ELIA, Governo ( forma di), in Enc. dir., vol. XIX, Milano, 1970, che ha rinnovato radicalmente l’Approccio dei costituzionalisti al tema.

[14] ) P. FARNETI, La classe politica italiana dal liberalismo alla democrazia, Genova, 1979, 9ss., 122- 126, conclude che la coalizione monopolistica è stata una formula di governo in grado di assicurare la stabilità in un contesto politico in cui sia impossibile- al governo e all’opposizione- il predominio di un solo partito” ed ha  funzionato essenzialmente come “struttura di conservazione”.

[15] )G. U. RESCIGNO, Corso di diritto pubblico, XI ed., Bologna,207, 305, 319 ,  il quale  ritiene che, in definitiva, il significato più profondo delle riforme elettorali sia  proprio “il tentativo di distruggere i tradizionali partiti di massa, come erano nati dopo la Resistenza e come si erano affermati da allora per alcuni decenni, e di sostituirli con altri tipi di partito”.

[16] )  Secondo C. ESPOSITO, I partiti politici nello Stato democratico( 1959), ora in Scritti Giuridici scelti, vol. III°, Napoli 1999, 205, dall’art. 49 Cost. si deduce che “un partito che invece di rappresentare un’ideologia e tendere al bene comune rappresentasse le esigenze di un gruppo di pressione economico, e cioè un partito che fosse un gruppo di pressione mascherato, sarebbe da combattere, da espellere dal Parlamento”.

[17] ) G. GUARINO, La classe politica come istituzione, in Nuove dimensioni dei diritti di libertà (Studi in onore di Paolo Barile), Padova 1990, 357ss.

[18] ) Spesso ‘rilevanti’, nonostante le ridotte dimensioni, in quanto in grado di esercitare un potenziale di coalizione o di ricatto ( secondo la  nota teoria di G. SARTORI, Teoria dei partiti e caso italiano, Milano, 1982, 66).

[19] ) M.  DUVERGER, I partiti politici, Milano, 1970, 400.

[20] ) I dubbi vengono da più parti e sono espressi nei quotidiani come in saggi approfonditi: “Da tenere sempre a mente  è che le leggi elettorali non possono supplire ai deficit di natura politica” scrive E. GALLI DELLA LOGGIA , Se tornano i due forni, sul Corriere della sera del 22 novembre 2007; G. BUSIA, I due difetti della proposta Veltroni, in Il Sole 24 Ore  del 15 novembre 2007, nota con favore un cambio di rotta, la riscoperta di un ‘riformismo dolce’ “che abbandoni l’idea di onnipotenza delle leggi elettorali nel foggiare il sistema politico”, di un approccio “consapevole del fatto che quando una legge pretende di incedere troppo bruscamente sul quadro politico, questo si ribella e la scavalca”; per  G. PASQUINO ( intervista in  Il Velino Sera, 12 novembre 2007)la situazione italiana, la transizione incompiuta, è un problema  che non a a che fare solo  con le regole del voto: “Sembra che tutto dipenda dalla legge elettorale, mentre con ogni probabilità non è affatto così”;  S. STAMMATI,  nel suo approfondito studio Sul sistema elettorale tedesco e sulla sua applicazione in Italia, (Seminario di Astrid, 20 novembre 2007), riferendosi a due momenti di quel sistema , osserva che “appariva, e tanto più ora appare, essere il sistema politico fonte della legge elettorale, piuttosto che essere quest'ultima la fonte ( la causa) del primo” ; ”è difficile ritenere che un sistema elettorale  possa significativamente condizionare il sistema politico-partitico – scrive P.A. CAPOTOSTI, Regole elettorali, cit. - semmai è quest’ultimo che spesso riesce ad indurre  comportamenti elettorali capaci di determinare forme di adattamento del metodo elettorale adottato”.

[21] ) Che “spinge ( o costringe) a maggioranze eterogenee,,,, e fa prevalere la necessità di vincere su ogni altra preoccupazione di buon governo”( L. ELIA, Le riforme per cambiare il sistema, in Il  Mattino, 24 novembre 2007) e risulta  giustamente  abbandonato dalle proposte in discussione.

[22] )Lo stesso Veltroni , cui si deve il serio tentativo di costruire accordi e consensi per modificare l’attuale legge elettorale, puntando sull’omogeneità del programma condiviso  e non su ‘cartelli’ eterogenei,  in proposito sembra oscillare:  su la Repubblica   del 24 agosto 2007 ( Un partito maggioritario)  parla di alleanze di governo che “si fanno e si disfano davanti agli elettori prima del voto”,   più tardi abbandona  invece l’idea -e lo stesso autore del progetto  più accreditato ( Vassallo) parla del “vizio delle coalizioni pre-elettorali raccattatutto, troppo eterogenee per governare”- da ultimo, tuttavia,  quell’idea ritorna.

 
[23] )Supra, §3.




Note:
*Relazione tenuta all'Accademia nazionale dei Lincei, 9-10 gennaio 2008.





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