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06/02/2009
Un inquietante schiaffo al Presidente della Repubblica [1]
di Gaetano Azzariti
Uno schiaffo al Presidente della Repubblica. Ecco cosa rappresenta, dal punto di vista costituzionale, l’approvazione del Consiglio dei Ministri di un decreto legge sul caso Englaro. Un atto che provocherà durature e negative conseguenze ai massimi livelli istituzionali. Non si era ancora mai visto infatti un Governo della Repubblica italiana che non si fosse arrestato dopo un intervento informale, ma chiaro e deciso, del Presidente della Repubblica. Napolitano aveva fatto sapere in modo esplicito e ripetuto di considerare il decreto legge una via impraticabile, per evidenti e gravissime ragioni d’ordine costituzionale.
Non è più neppure solo una questione di merito e della gravissima interferenza che il Governo - con ostinazione scriteriata – da tempo va portando avanti contro il giudizio della magistratura, volendo sostituirsi ad essa nel giudizio sulla delicatissima vicenda Englaro. Eppure la Costituzione parla chiaro: ai giudici spetta la decisione sull’interpretazione delle leggi e sui diritti delle persone, dovendo - essi e non altri - giudicare sulle situazioni concrete anche se drammatiche, garantendo – essi e non altri - i diritti e le libertà di tutti, anche di chi è costretto nella penosissima e delicatissima situazione in cui versa da anni Eluana. Ai cittadini spetta invece l’obbligo di rispettare e dare esecuzione alle sentenze. Un obbligo generalizzato, che riguarda i singoli, ma a maggior ragione deve valere anche per gli altri poteri dello Stato, per il Governo in primo luogo. Sino ad ora, in verità, il Governo non ha mai mostrato una particolare predisposizione al rispetto delle decisioni dei giudici. E nel caso Englaro ha già portato all’emanazione di atti del tutto irrituali da parte del Ministro Sacconi, del tutto privi di valore giuridico e sostanzialmente estranei ad ogni corretto rapporto tra poteri dello Stato, ma che sono comunque sin qui riusciti a rendere ancor più ardua e sempre più penosa la conclusione di una vicenda, che dovrebbe ormai essere guardata solo con occhi pieni di pietas. Ed invece – senza mai pronunciare una parola di umana comprensione nei confronti di chi sta vivendo la più tragica delle vicende umane, quello della perdita della propria figlia – il Governo continua la sua personale “guerra”. Travolgendo ogni residuo limite che il diritto e la Costituzione gli pongono.
L’ultimo limite è quello rappresentato dal potere “moderatore” e di garanzia che il nostro ordinamento attribuisce al capo dello Stato. Il “garante” costituzionale del sistema, colui che non interviene nel merito dei conflitti politici proprio per preservare la sua autorevolezza di istituzione imparziale e di “rappresentante dell’unità nazionale”, prendendo la parola solo nei casi di eccezione e con lo scopo di assicurare che la legittima contesa politica si mantenga entro i binari della “superiore legalità costituzionale”. Proprio questa particolare posizione costituzionale porta a volte il Presidente ad un atteggiamento riservato su pur molte discutibili vicende politiche, proprio questo ruolo istituzionale e non direttamente politico, spiega perché non appare opportuno che i soggetti ed i leader politici polemizzino direttamente con il Presidente. In fondo ciò che da ultimo s’è imputato a Di Pietro (soprattutto da parte di ambienti vicini all’attuale maggioranza di governo) è di avere attentato all’autorevolezza del Capo dello Stato, esprimendo un giudizio “offensivo” perché “direttamente politico”. Nessuno avrebbe certo avuto da ridire se le valutazioni del leader dell’IDV fossero state rivolte ad altro esponente politico. Sembra allora di poter dire che – almeno nel caso di Di Pietro – solo qualche giorno addietro la maggioranza avesse mostrato una particolare sensibilità costituzionale. Quella sensibilità che in passato è stata espressa nel modo più radicale non solo da molti studiosi, ma anche dal ceto politico nel suo complesso, con la formula: “il Presidente non si giudica, è il Presidente che giudica”. Fino a ieri così è stato.
D’altronde i limiti d’intervento del Presidente della Repubblica sono fissati chiaramente in Costituzione. Egli non può interferire con l’attività di governo, non contribuisce a fissare le linee di politica del governo, non può neppure partecipare in modo attivo all’attività legislativa. Dunque è amplissimo lo spazio d’intervento dei soggetti politici governanti. Nulla impedisce al Governo e al Parlamento di svolgere la propria autonoma attività di governo, purché essa si svolga nell’ambito delle competenze costituzionalmente prescritte e nel rispetto integrale della legalità costituzionale. Solo a quel punto – se si fuoriesce dal quadro dei principi espressi in Costituzione – l’intervento del Capo dello Stato è dovuto, così come è dovuto, a quel punto, il rispetto delle decisioni assunte dal garante degli equilibri costituzionali; giudizi presidenziali cui tutti gli attori politici e il Governo della Repubblica in primo luogo, devono sottostare.
Si è superato il limite entro cui può liberamente operare la politica per invadere quello superiore della legalità costituzionale? E, soprattutto, è stato superato quel limite con l’approvazione in Consiglio dei Ministri di un decreto legge per ostacolare in modo incontrollato che giunga a conclusione la specifica vicenda nel caso Englaro? Approvato nonostante l’espressa, esplicita e motivata contrarietà del presidente Napolitano. La risposta è indubbiamente sì. Non perché così ritengono gli studiosi, né perché è questa l’opinione della classe politica non allineata alle posizioni strumentali del Governo, ma perché questa è stata la valutazione del Presidente della Repubblica. Il Governo in carica invece di tenerne conto, nel doveroso rispetto di quel che si suole chiamare la “leale collaborazione” tra i poteri dello Stato, si è girato dall’altra parte e contro tutto e tutti, dispone come se in Italia il garante della nostra Costituzione non esistesse o non avesse manifestato il suo giudizio. S’intenda: non la sua opinione personale, ma il giudizio sulla palese incostituzionalità del decreto legge così come è imposto a lui di fare e che – in questo momento - non spetta ad altri fare.
Come finirà? I decreti legge, dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, devono essere emanati dal Capo dello Stato. La prassi vuole che, nel caso di decreti controversi, incontri informali precedano l’emanazione e solo se c’è l’accordo del Presidente della Repubblica si proceda all’approvazione da parte del Governo. Questa volta l’accordo non c’è stato. Perché il Presidente dovrebbe firmare? (ndr. questa previsione è stata formulata prima della decisione del Consiglio dei Ministri che ha poi effettivamente approvato il decreto e che ha costretto il Presidente a rifiutare l'emanazione).
[1] ) a commento della decisione del Consigli dei Ministri sul caso Englaro si riproduce la versione integrale dell’articolo “Eluana in faccia al Quirinale”, pubblicato su “il manifesto” del 6 febbraio 2009.
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