Questa Rivista pubblica esclusivamente i contributi richiesti dalla Direzione


Presentazione del sito
Il gruppo di persone che ha promosso questo sito si propone di sollecitare il dibattito tra gli studiosi delle diverse discipline interessate alle ragioni del costituzionalismo, operando entro una prospettiva dichiarata. Il nostro "punto di vista", le specifiche ragioni di politica culturale e la professione di metodo alla base di quest'iniziativa sono rese esplicite in due editoriali Le ragioni di una rivista nuova, di Gianni Ferrara e Le ragioni di un impegno nuovo, di Gaetano Azzariti...(continua)
 
16/02/2009
Il programma del potere pastorale. La “battaglia” contro la Costituzione e il suo spirito prescrittivo

di Luciano Patruno


 

            È la sua battaglia, sein Kampf. La battaglia di un potere nuovo - epperò assai antico - contro la Costituzione italiana. Un corpo a corpo che, con gli anni, tende ad assumere contorni e sfaccettature sempre più nette. La Costituzione è il nemico da abbattere, quella camicia di forza che stringe il corpo di ogni sovrano assoluto e lo costringe a fare i conti con l’Altro da sé, con tutto ciò che esiste al di fuori della sfera di controllo del suo volere e della sua individuale benevolenza.
            Non si tratta solo di insofferenza alle regole. È insofferenza verso regole impersonali, e perciò di tutti, in cui ciascuno (italiano e non) può riconoscersi, capendo, attraverso poche parole, quali sono i suoi diritti e i suoi doveri. Troppo chiara la Costituzione italiana, troppo esplicita. Che bisogno c’è di dire che siamo tutti uguali e che le disuguaglianze vanno superate? Che bisogno c’è di dire che ognuno può esprimere liberamente il proprio pensiero, criticando, ove occorra, gli abusi e i soprusi del potere? Che bisogno c’è di mettere limiti alle disparità di potere culturale, economico e sociale che, invece, devono apparire così naturali a chi le vive ogni giorno? Perché mantenere in vita un documento che ci ricorda tutto questo? L’eutanasia della Costituzione, ecco il vero problema.
            Questa controcultura costituzionale non nasce da un giorno all’altro: «prassi, mentalità e costumi nuovi si sono introdotti da lontano; sistemi di potere e metodi di governo sono stati istituiti. Un regime non nasce di colpo, va consolidandosi e forse andrà lontano. È un’illusione pensare che ciò che è stato ed è possa poi passare senza lasciare l’orma del suo piede»[1]. Gran parte delle idee che va a costituire l’ideologia postcostituzionale di cui si registra l’avvento si è già formata, sotto diverse fogge e a un diverso grado di intensità, prima che apparisse, sulla scena politica italiana, il partito-azienda e il suo mentore. La storia produce i suoi residui che, opportunamente riverniciati, possono tornare a brillare di luce logica. Sia pure di luce sinistra.
            Certamente la volontà di potenza gioca un ruolo importante nella riluttanza della maggioranza di governo e di quella parte di società che la sostiene a sottomettersi alle regole e ai principi della Costituzione. L’incremento indefinito del consenso pare essere solo fine a se stesso, affinché il potere di governo serva i suoi bisogni, il suo apparato esistenziale. Ma è davvero questo il disegno generale del potere che emerge dalla “battaglia” contro la Costituzione? La chiave di comprensione di ciò che stiamo vivendo oggi - e che forse influenzerà parte del nostro futuro  - ci è data solo dal delirio nichilista?
            Non vi è dubbio che vi siano delle costanti culturali che accompagnano i tentativi finora conosciuti di concentrazione abnorme del potere. È sufficiente, per questo riportare le impressioni personali di Adolf Hitler sul funzionamento della democrazia austriaca, l’inettitudine del Parlamento e la necessità di un Capo: «Fino ad allora avevo creduto che la disgrazia del Parlamento austriaco consistesse nella mancanza di una maggioranza tedesca, adesso mi accorgevo che la sua maledizione stava proprio nella sua stessa essenza. (…) L’istituzione parlamentare è perciò utile e gradita soltanto ai più ipocriti filibustieri, proprio a coloro che non amano la luce del giorno; mentre sarà odiata da ogni persona retta, onesta, capace di personale responsabilità. (…) A ciò si contrappone la sincera democrazia tedesca della libera scelta del Capo il quale assume la piena responsabilità di tutte le sue azioni. Qui non c’è la singola votazione sui vari problemi, ma solo la scelta di un uomo il quale deve poi rispondere delle sue decisioni con la sua sostanza e la sua vita»[2]. Non si può disconoscere che lo spirito nichilista, costruito sulla simbiosi mistica tra Capo e Masse, sia stato parte di quel veleno totalitario che ha spazzato via le illusioni progressiste del XIX e di parte del XX secolo. Oggi, però, in Italia, c’è dell’altro.
            L’attacco alla Costituzione italiana presuppone che si possa contrapporre alla Carta fondamentale una diversa “arte di governo” e dunque diversi fini da raggiungere, un diverso bene comune da realizzare. L’ambizione dell’ homo novus al comando e del suo milieu culturale ha una portata più modesta e, allo stesso tempo, più pervasiva degli esperimenti cesaristico-populisti che l’hanno preceduta. La maggiore modestia sta nel non voler creare un unicum spirituale come poteva essere la Nazione. La maggiore pervasività, invece, sta nella pretesa di dirigere, di guidare, mano nella mano, le donne e gli uomini che si governano, in ogni momento della loro vita, di farsene carico e di prendersene cura pressoché quotidianamente. Insomma di “vegliarli”. È il rapporto tra il pastore e il suo gregge.[3]
            Il potere pastorale è una forma di governo, di reggimento degli uomini, più che di un territorio o di uno Stato. Più precisamente: è un modo di governare la condotta degli uomini che sconfina nella direzione della loro coscienza (il pastore è anzitutto un pastore di anime), sia attraverso l’uso di strumenti mediatici sofisticati sia attraverso il sostentamento materiale diretto delle loro necessità organiche (il nutrirsi, ad esempio), al di fuori di ogni idea di politica generale. Si pensi, per quest’ultimo punto, alla social card. Il messaggio che deve passare attraverso la social card è innovativo rispetto a qualsiasi politica sociale precedente: non c’è un governo, che dirige uno Stato o una struttura politica equivalente, chiamato ad implementare azioni redistributive di politica economica, ma c’è qualcosa di più totalizzante, c’è un governo che vi nutre, vi sostenta, vi mantiene in vita, direttamente, come singoli individui o come intera collettività. La dipendenza dal pastore è qui assoluta e vitale.
            Il potere del re-pastore o del dio-pastore presenta tutta una serie di caratteristiche.
            È un potere unico. Il pastore governa il suo gregge da solo: «non ci sono mai pastori diversi per un solo gregge, ce né uno solo. (…) Il pastore deve svolgere molti compiti: procurare il  nutrimento del gregge, occuparsi delle pecore più giovani, curare quelle malate o ferite. Deve inoltre addestrarle lungo i sentieri dando ordini o suonando, nel caso, una melodia»[4].
            È un potere, per definizione, benefico. Il pastore fa del bene al suo gregge e non può non farlo; è un «potere che cura: assiste il gregge, i suoi membri, si preoccupa che le pecore non soffrano, parte alla ricerca di quelle che si sono smarrite e cura quelle che sono rimaste ferite»[5].
            È un potere di sorveglianza: il pastore è colui che veglia sul gregge e che sventa tutte le disgrazie che potrebbero minacciare le pecore.
            È un potere individualizzante: «è vero che il pastore dirige tutto il gregge, ma può farlo solo a condizione che nessuna pecora sfugga al suo controllo. Il pastore conta le pecore, al mattino quando le conduce nei prati e la sera per accertarsi che ci siano tutte, curandole una a una. Tutto ciò che fa è rivolto alla totalità del suo gregge, ma anche a ogni singola pecora»[6].
            Il pastore di anime, inoltre, non può essere l’uomo della legge né il suo rappresentante. Per condurre gli uomini verso il bene, pretende da essi un rapporto di obbedienza pura e cieca: «l’obbedienza come tipo di condotta unitaria, altamente valorizzata, che trova in se stessa la sua principale ragion d’essere»[7]. L’azione del pastore, in questo senso, sarà sempre congiunturale e individuale e costituirà un rapporto di dipendenza integrale con il suo gregge. Dipendenza integrale significa tre cose: a) che esiste un rapporto di sottomissione di tipo individuale tra il pastore e ogni sua pecora, poiché non ci si sottomette mai né ad una legge né ad un qualsiasi principio d’ordine fondato sulla ragione, bensì ad un altro individuo; b) che l’obbedienza è fine a se stessa: «si obbedisce per poter essere obbedienti e giungere a uno stato di obbedienza»[8], rinunciando alla propria volontà; c) che il problema della verità viene risolto dal pastore con la sua stessa vita, insegnando attraverso il proprio esempio; e l’insegnamento, a sua volta, deve consistere in una direzione continua e mirata della condotta quotidiana: «l’insegnamento deve cioè avvenire attraverso l’osservazione, la sorveglianza, la direzione esercitata in ogni momento – nel modo meno discontinuo possibile – sulla condotta integrale delle pecore. (…) Il pastore non si deve limitare a insegnare la verità, ma deve dirigere la coscienza»[9].
            Fermiamoci qui. Questi rapidi cenni al potere del “pastorato” possono forse aiutarci a intravedere alcune caratteristiche peculiari del momento storico che stiamo vivendo, in particolare in Italia.
            Esiste più che mai un problema di condizionamento delle coscienze e degli stili di vita, soprattutto con riguardo al potere – non diffuso – detenuto dai mezzi di informazione e di comunicazione. A questo problema, poi, si affianca, sempre di più, il condizionamento della vita materiale, soggetta, per gran parte della popolazione italiana (ma anche europea), all’impoverimento dei mezzi di sussistenza e alla concentrazione, in poche mani, del potere economico e delle risorse finanziarie. Viviamo, sotto questi aspetti, momenti estremamente difficili.
            Nella Grecia antica il re-pastore prometteva abbondanza e il suo svanire significava che gli uomini, avvicinandosi la crisi sociale e politica, avrebbero deciso di governarsi da soli, di tessere pazientemente i fili della politica della città[10]. L’arte della tessitura, la politica, è oggi in crisi. E, contrariamente a quello che avveniva nel mondo greco, i tempi difficili non spingono gli uomini all’autogoverno, ma li spingono a richiamare in soccorso il pastore, promettendogli obbedienza pura. In Italia il pastore del XXI secolo assomiglia a un tycoon. Le caratteristiche del suo pastorato si sono affermate al di fuori della Costituzione proprio perché nessun limite è stato posto a un groviglio di accumulazione mediatica ed economica. Questo pastore tiene fede a un rapporto individuale con i governati, sembra conoscerli uno per uno (anche coloro che non lo sostengono), richiama la necessità di scavare nei loro animi e promuove, per lo più, la produzione di norme gestionali, adeguate al singolo caso, in contrasto con la generalità e l’astrattezza della legge; esercita, come spesso ripete, un potere benefico, in quanto ha già dimostrato, attraverso il suo esempio personale, di poter creare posti di lavoro, di poter garantire la sussistenza-vita del suo gregge; promette ogni giorno sicurezza, in ogni modo e a qualunque costo, accettando di vegliare minuziosamente sulle sue pecore.
            Il potere pastorale non chiede ai governati di autodeterminarsi, perché ciò li porterebbe ad interrogarsi sul fondamento del potere. Ad essi chiede soltanto di giudicare la buona o la cattiva gestione del governo, la riuscita o il fallimento, l’utilità o la disutilità dei provvedimenti adottati, che, per quanto possibile, devono mantenere un carattere extragiuridico, in quanto flessibili e personalizzati, perché imprevedibile è il loro oggetto, l’oggetto-vita[11]. Il ricorso patologico di questo governo alla decretazione d’urgenza dimostra più che mai questo ribaltamento di prospettiva: dalla legge alle norme individuali e gestionali.
            Quale, dunque, il senso di questa battaglia contro la Costituzione?
            Il dettato della Costituzione italiana contraddice la parola del pastore. Non chiede obbedienza cieca, chiede, invece, virtù civiche e responsabilità. Chiede di riconoscere ciascuno capace di autogoverno entro la società in cui vive ed opera[12]. La Costituzione italiana è quel testo che non promette che il pastore e il gregge abbiano un destino in comune. La Costituzione italiana non è un capitolo di scienza o tecnica dell’allevamento.


[1] G. Zagrebelsky, Il veleno nichilista che anima il regime, in La Repubblicadel 9 febbraio 2009, p. 21.

[2] A. Hitler, Mein Kampf (1925-1926), tr. it. a cura di G. Galli, Kaos Edizioni, Milano, edizione 2006, pp. 143-144.

[3] Il “potere pastorale” è analizzato da M. Foucault, Securité, Territoire, Population. Cours au Collége de France 1977-1978, tr. it. di P. Napoli, Sicurezza, Territorio, Popolazione, Corso al Collége de France (1977-1978), Feltrinelli, Milano, edizione 2007.

[4] Ibidem, p. 111.

[5] Ibidem, p. 101.

[6] Ibidem, pp. 102-103.

[7] Ibidem, p. 132.

[8] Ibidem, p. 135.

[9] Ibidem, p. 138.

[10] Platone, Politico (274 c-e, 279 b-e, 280 a-b), tr. it. di A. Zadro, Laterza, Roma-Bari, in ID., Opere Complete, vol. 2, 1987, pp. 281 ss.

[11] Cfr., sul punto, la disamina dettagliata di L. Bazzicalupo, Biopolitica ed economia, Laterza, Roma-Bari, 2006, spec. pp. 33 ss.

[12] La dialettica tra Stato e Costituzione, osserva G. Ferrara, La Costituzione. Dal pensiero politico alla norma giuridica, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 244, «non sembra destinata a concludersi fino a quando il potere esistente nei rapporti di convivenza umana, qualunque sia il suo spessore, a qualunque altezza o profondità si collochi, non sarà frantumato e contemporaneamente incorporato, in misura eguale, nei diritti di ciascuno e di tutti». Per analoghe osservazioni cfr. L. Ferrajoli, Principia iuris. Teoria del diritto e della democrazia, vol. 2, Teoria della democrazia, Laterza, Roma-Bari, 2007, pp. 45 ss., ove sono enucleate le caratteristiche di una costituzione che voglia dirsi democratica.






Indice Fascicolo



Sulla Teoria costituzionale | Cosituzionalismo alla prova | Commenti | Notizie costituzionali | Cerca nel Sito | Redazione

web statistics