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Il gruppo di persone che ha promosso questo sito si propone di sollecitare il dibattito tra gli studiosi delle diverse discipline interessate alle ragioni del costituzionalismo, operando entro una prospettiva dichiarata. Il nostro "punto di vista", le specifiche ragioni di politica culturale e la professione di metodo alla base di quest'iniziativa sono rese esplicite in due editoriali Le ragioni di una rivista nuova, di Gianni Ferrara e Le ragioni di un impegno nuovo, di Gaetano Azzariti...(continua)
 
09/03/2010
Neolingua costituzionale, governo dell'Amore e paranoia politica

di Luciano Patruno

 

            «The command f the old despotisms was “Thou shalt not”. The command of the totalitarians was “Thou shalt”. Our command is “Thou art”»[1]: «Il comandamento dei vecchi regimi dispotici era: Tu non devi. Il comandamento di quelli totalitari era: Tu devi. Il nostro comandamento è: Tu sei».
            In 1984 di Orwell, è questa la spiegazione che il funzionario del Ministero dell’Amore (Ministry of love, Miniluv in neolingua) fornisce all’eretico Winston Smith per chiarirgli lo scopo dell’interrogatorio – apparentemente inutile – prima di ucciderlo. Al Ministero dell’Amore «non basta l’obbedienza negativa, né la più abietta delle sottomissioni», il suo compito è indurre all’obbedienza spontanea, favorire il passaggio dalla remissione all’accettazione per spontanea volontà. Il Ministero dell’Amore mantiene l’ordine e fa rispettare la legge controllando «la vita» «in tutti i suoi gangli» («We control life, Winston, at all its levels»), rendendo perfetto ogni cervello (immunizzandolo da errori e deviazioni) «prima di farlo saltare» («But we make the brain perfect before we blow it out»). L’interrogatorio ha per scopo una confessione dell’eretico che deve essere «sincera». L’eretico – spiega l’inquisitore O’Brien - «lo riportiamo al nostro fianco non solo apparentemente, ma nel senso più profondo e genuino, nel cuore e nell’anima. Ne facciamo uno dei nostri, prima di ucciderlo. È intollerabile, per noi, che anche un solo pensiero partecipe dell’errore possa esistere in qualche parte del mondo, pur se nascosto e innocuo. Anche nello stesso istante della morte non possiamo consentire alcuna deviazione»[2].
Nella distopia orwelliana, il Ministero dell’Amore incarna quella tendenza alla “paranoia politica” che pare essere un tratto non secondario delle odierne democrazie. Il Ministero dell’Amore vuole il comando pieno dell’umanità (politica paranoica) e, per realizzarlo, elabora un discorso ideale, una teoria del potere che poggia sulla formula: «Tu sei questo, e per essere in effetti te stesso, per esserlo fino in fondo, ti comando di fare questo e quest’altro»: nell’inglese biblico riesumato da Orwell: «Our command is “Thou art”» («il nostro comandamento è: Tu sei»).[3] 
Creare l’illusione dell’obbedienza spontanea è questo lo scopo del Ministero dell’Amore. L’Amore, come humus del legame politico, chiede questa dedizione totale, si alimenta di un permanente “stato ipnotico”[4] o “psicotico”[5], capace di produrre «un’obbedienza spontanea a tutto-e-nulla, priva di contenuto, che di fatto è appagata da qualsiasi sostituto o feticcio politico»[6].
            Il concetto di Amore è dunque il transfert di questa particolare gestione delle convinzioni politiche. Non a caso esso diventa un termine politico importante nel discorso pubblico italiano di questi ultimi mesi. Nel libro scritto dal leader dell’attuale partito di maggioranza e dal suo popolo (“L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”), vi si legge che: «mi sono ancora più persuaso che davvero l’amore vince su tutto, non solo sull’odio che rende violente contro l’avversario politico le menti più fragili: […] io resto convinto che questa sia la via giusta per uscire dai problemi del nostro Paese. Non a caso il discorso della mia discesa in campo cominciava proprio con queste parole: “L’Italia è il Paese che amo”. Se non sai amare non puoi costruire niente di buono, per te e per gli altri». La fragilità delle menti eretiche, incapaci di provare amore verso il leader del Partito, è solo un inconveniente transitorio nel funzionamento del dispositivo politico-sentimentale che, orwellianamente, potremmo chiamare “solipsismo collettivo”.
            Date queste premesse non sorprende che sia la psicoanalisi a gettare una possibile luce interpretativa sul funzionamento del sistema politico. La morale del potere è qui una morale al servizio dell’Amore o, per dirla con Lacan, al servizio del Bene, dove l’esigenza del Bene viene fatta valere come misura universale[7]: «essa si sostiene sulla volontà di fare il Bene dell’Altro. […] Ed è proprio su questa volontà del potere di fare il Bene dell’Altro che s’insedia il totalitarismo come “catastrofe interiore”. Incaricarsi di fare il Bene dell’Altro significa, infatti, imporre al desiderio dell’Altro una misura, cioè la nostra misura. In questa imposizione della misura del Bene, o, se si preferisce, del Bene come misura, consiste per Lacan, l’essenza del totalitarismo. Non si tratta semplicemente di ridurre il dissenso nei confronti del governo della città […] ma di mostrare, secondo una pedagogia morale folle, qual è davvero il giusto rapporto col reale»[8]. Solo amando il leader si ritrova il “giusto rapporto” con la realtà. La forza autocostrittiva dell’Amore costituisce la base dell’educazione totalitaria, la quale «non ha mai avuto lo scopo di inculcare convinzioni, bensì quello di distruggerne la capacità di formarne»[9]. Qualunque “eretico” getti uno sguardo sul sistema dell’informazione oggi in Italia può rendersi conto di questo, soprattutto durante la par condicio elettorale, in cui la “politica” è stata semplicemente bandita dalle trasmissioni televisive.
            Per produrre con continuità questo ambiente cognitivo occorrono due cose: a) l’introduzione della categoria giuridica del “nemico oggettivo” del Partito, del suo Leader e della collettività amorosa: il “nemico oggettivo” non è l’individuo che ha semplicemente idee pericolose o che ha un passato sospetto ma è, soprattutto, un «portatore di tendenze», «non dissimile dal portatore di una malattia»[10]. Naturalmente di “nemici oggettivi” ne vengono scoperti, secondo le circostanze, sempre di nuovi («Avremo sempre gli eretici a nostra disposizione che invocano pietà, che urlano per il dolore, rotti, battuti, miserabili … e infine profondamente pentiti, salvati dai pericoli che erano in loro medesimi, strisceranno ai nostri piedi, di loro propria iniziativa»[11]); b) la pratica di una neolingua che non solo sia un veicolo, un mezzo di espressione per la concezione del mondo e per le abitudini mentali del Partito, del Leader e del suo popolo, ma che soprattutto abbia la funzione di «rendere impossibile ogni altra forma di pensiero»[12] . Ciò che la neolingua deve rendere impossibile è l’articolazione «a priori di una divergente visione del mondo»[13]. Esempi di neolingua costituzionale già diffusi socialmente sono termini quali: governance, premier, mission, stabilità, governabilità, dialogo, riforme istituzionali, base condivisa, sviluppo, crescita, produttività. Sono diventati delle sigle, termini-logo, marchi, dotati di grande efficacia pratica. È indubbia la «pervasività di queste plastikwörter (moduli fungibili, intercambiabili, dotati dell’oggettività imperativa propria della scienza) nell’apparente libera lingua dell’Occidente democratico. […] La loro oggettività, la loro necessità sono fuori discussione. Costituiscono le premesse assiomatiche della conversazione pubblica. E come accade ai principi primi di ogni dimostrazione, sono sottratti ab aeterno a ogni razionale discussione»[14]. Di fronte a questi termini sembra vigere una sorta di ‘dover essere comunicativo’ simile a quello introiettato dal membro del Partito orwelliano: «quando veniva sollecitato a emettere un giudizio etico o politico, doveva essere in grado di sputar fuori le opinioni corrette con lo stesso automatismo con cui una mitragliatrice spara i suoi proiettili»[15]. Questo “parlare da oca” (in neolingua ‘ocolingo’), fatto di automatismi che non ci permettono di immaginare un altrimenti, innesca un aut disgiuntivo: «o si è dentro o si è fuori, o si è incondizionatamente amico o incondizionatamente nemico, o si è per il bene o si è per il male. Il legame sociale si è fatto così legame totalitario»[16].
            Non è questa la sede per un’analisi dettagliata delle implicazioni teoriche di questa nuova politica che, in Italia, intacca le basi di vigenza dell’attuale costituzione. Governo dell’Amore, neolingua e paranoia politica sono aspetti di un mix unico cui potremmo dare il nome di “totalitarismo mite”: «finito il terrore ideologico più distruttivo, rimane insomma da pensare quel “totalitarismo mite” che attivamente preclude ogni giudizio autonomo. Cessata la liquidazione fisica di interi strati della popolazione, ad opera della macchina del terrorismo ideologico, rimane un potere che fiacca ogni possibilità di resistenza al regime. […] nell’epoca della cosiddetta “ideologia fredda” ci si accontenta della “menzogna esistenziale”: un insieme di comportamenti esteriori che devono assecondare le mistificazioni del regime. Ma tale ‘superficializzazione’ del male contribuisce al mantenimento del regime non meno dei meccanismi repressivi cruenti. Totalitario rimane […] quel potere che manipolando le informazioni e distruggendo la memoria storica distrugge il criterio stesso della verità»[17].
            Quando una costituzione (attraverso i suoi interpreti) non suggerisce più l’idea di una costellazione di lotte sociali storicamente determinabili e idealmente ripetibili; quando una costituzione (attraverso i suoi interpreti) si ritrae nel cerchio magico dei suoi principi solenni intesi come principi-valori-di verità; quando una costituzione (attraverso i suoi interpreti) guarda a sé come ad un sovrano troppo in alto per essere trascinato nel fango sociale; quando tutto ciò accade allora il passaggio dal “diritto mite” al “totalitarismo mite” può avere successo.


[1] G. Orwell, Nineteen Eighty-Four, Harmondsworth, Middlesex, Penguin Books, 1984, p. 220.

[2] Cito dalla traduzione italiana, G. Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 1980, p. 283.

[3] Sul concetto di ‘paranoia politica’ e sulla formula perversa qui richiamata si veda, di recente, il bel libro di D. Tarizzo, Giochi di potere. Sulla paranoia politica, Roma—Bari, Laterza, 2007. Sui sistemi totalitari come sistemi politici “paranoici” resta un classico H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Torino, Einaudi, 2004, in partic. pp. 626 ss..

[4] S. Freud, psicologia delle masse e analisi dell’Io, Torino, Bollati Boringhieri, 1975, pp. 58 ss.

[5] A. Voltolin, Forme attuali della «pulsione gregaria», in M. Recalcati cur., Forme contemporanee del totalitarismo, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, p. 208.

[6] D. Tarizzo, Giochi di potere, cit., p. 82.

[7] J. Lacan, Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi (1959-1960), Torino, Einaudi, 1991.

[8] M. Recalcati, L’eclissi del desiderio, in M. Recalcati cur., Forme contemporanee del totalitarismo, cit. pp. 66-67.

[9] H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., p. 640.

[10] H. Arendt, cit., p. 580. L’A. segnala, in nota, che in un necrologio del nazista Heydrich si poteva leggere che egli considerava gli avversari “non come individui, bensì come portatori di tendenze pericolose per lo Stato e quindi estranei alla collettività nazionale”.

[11] G. Orwell, 1984, cit., p. 297.

[12] G. Orwell, 1984, cit., Appendice. I principi della Neolingua, p. 331.

[13] R. Ronchi, Parlare in neolingua. Come si fabbrica una lingua totalitaria, in M. Recalcati cur., Forme contemporanee del totalitarismo, cit., p. 45.

[14] R. Ronchi, Parlare in neolingua, cit. p. 58.

[15] G. Orwell, 1984, cit., Appendice. I principi della Neolingua, p. 339.

[16] R. Ronchi, Parlare in neolingua, cit. p. 60.

[17] S. Forti, Introduzione, in S. Forti cur., La filosofia di fronte all’estremo. Totalitarismo e riflessione filosofica, Torino, Einaudi, 2004, p. XXVII.






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