31 GENNAIO 2014

Una scommessa pericolosa

di Massimo Villone

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Tanto rumore per (quasi) nulla. Premio dal 18 al 15%, soglia dal 35 al 37%, sbarramento per l’accesso dal 5 al 4,5%. Se Renzi voleva con la sua discesa in campo dare un messaggio di novità, si direbbe piuttosto che abbia piena­mente confermato l’inconcludenza della politica italiana. Giorni di affan­nose trattative hanno lasciato nella sostanza intatto l’accordo con Berlu­sconi e l’impianto dell’Italicum, inclusi tutti i difetti e qualche peggiora­mento, come la clausola salva-Lega. Negativa anche l’immagine di un par­lamento in trepida attesa delle veline dei capi.

Triste anticipazione dell’assemblea che uscirà dalla legge che oggi si propone.

Avevano ragione o torto i costituzionalisti dell’appello irrisi da Renzi? Un «manipolo di scienziati del diritto», incolpati di essere quasi tutti di ideologia molto spinta sulla sinistra radicale. Avevano ragione. Ribadisco che le modifiche introdotte non attenuano affatto il giudizio di incostituzionalità; che probabilmente si tornerà alla Corte costituzionale, e in tempi assai più brevi della prima volta, essendo stato posto un prece­dente non eludibile; che se il giudice delle leggi manterrà la linea della sen­tenza 1/2014 sarà colpita anche la legge futura; che dunque il confuso vociare di oggi può condurre a nuove fibrillazioni politiche.

Il punto è che Renzi ha scritto sotto dettatura di Berlusconi. La minoranza Pd riconosce ora — ed era da subito evidente — che la proposta è sbilan­ciata verso Forza Italia. È ovvio il motivo per cui Berlusconi non ha voluto alzare la soglia del premio né abbassare gli sbarramenti di ingresso in misura significativa, al tempo stesso pretendendo la lista bloccata, corta o lunga che fosse. Queste opzioni gli consegnano oggi il controllo del partito, e domani il dominio sulla coalizione e la possibilità di conquistare le chiavi del parlamento. I sondaggi vedono centro­destra e centro­sinistra in equili­brio, Ncd su una linea di incerta sopravvivenza, il Pd in qualche affanno, M5S che non si sgonfia ed anzi mostra di crescere sulle mosse di Renzi. Il gioco di Berlusconi può riuscire, nel rush finale è stato sempre bravo. Quanto populismo demagogico e irresponsabile vedremmo ancora? Quante leggi ad personam? Quanto inquinamento della politica e delle istituzioni? È questo che preoccupa. Chi critica non lo fa per uno sciocco antiberlusco­nismo di maniera.

Aveva alternative Renzi? Certamente. Le sue stesse proposte iniziali apri­vano su altri scenari. Si può capire — anche se non si condivide — l’opinione che non vuole un ritorno al proporzionale e alla preferenza. Ma allora perché non attestarsi saldamente su un maggioritario uninominale di collegio a uno o due turni, con un adeguato diritto di tribuna? Un sistema che avrebbe di norma favorito il formarsi di una maggioranza, senza mani­polare artificiosamente con il premio la traduzione dei voti in seggi. E che avrebbe consentito il voto alla persona e dunque la scelta del rappresen­tante. Molte varianti sarebbero state possibili. Certo, bisognava abbando­nare il miraggio di una vittoria certificata il giorno stesso del voto: un obiettivo che in nessun luogo si realizza sempre, come dimostrano paesi stabilissimi — Gran Bretagna, Germania — con sistemi elettorali assai diversi. E che comunque non può mai essere garantito dal sistema eletto­rale, se non azzerando il valore del consenso reale in voti alle forze politi­che in campo.

La strategia del segretario ha senso solo sull’assunto di una sua certezza di vincere. Ma abbiamo dimenticato la lezione venuta dalla gioiosa macchina da guerra di Occhetto nel 1994, o dal Veltroni del 2008, o anche dal Ber­sani del 2013? In ogni caso, non si giocano il sistema politico e le istitu­zioni su una scommessa. Chi mette in discussione le proposte di Renzi assume una prospettiva che ha un respiro ben più lungo del suo. La dichia­razione di incostituzionalità del Porcellum rischia di essere una occasione perduta. Si potrebbe iniziare una opera, certo non breve e non facile, di risanamento. Ma richiederebbe pazienza e lungimiranza, doti sconosciute alla politica di oggi.

A chi afferma che l’obiettivo delle critiche è politico e non costituzionale, si risponde allora che al contrario l’obiettivo è difendere una diversa conce­zione della Costituzione, guardando ai tempi lunghi e non alla vittoria nel prossimo turno elettorale. Per la democrazia nessun diritto è più fondamen­tale di quelli garantiti dagli artt. 48, 49 e 51 della Costituzione. E il «mani­polo di scienziati» non è affatto irragionevolmente legato a una nozione mitologica dell’aula parlamentare. Semplicemente, assume che la rappre­sentatività sia la ragion d’essere di una camera elettiva. Un parlamento in cui sono gonfiati i numeri di alcuni e ridotti quelli di altri, che vede altri ancora estromessi, popolato di anime morte non scelte da nessuno e solo obbedienti al capo, a che serve?

Infine, al segretario del Pd va ricordato che non alcuni esagitati costituzio­nalisti, ma la Corte costituzionale gli pone uno stop. Un manipolo di giu­dici parrucconi e saccenti? Sia permesso un consiglio: prudenza. Ci vuol poco a passare da rottamatore a sfasciacarrozze.

 

 
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