22/05/2005
L'embrione e il corpo femminile


Tamar Pitch

Parlando con i miei studenti, maschi e femmine, prima di aborto, poi di procreazione assistita, mi sono accorta che la madre è scomparsa anche per loro. L’embrione, dicono, è essere umano, e va protetto e tutelato. Che l’embrione, per svilupparsi e poi, eventualmente, nascere abbia bisogno non solo di un corpo, ma anche del desiderio e della dedizione di una donna è del tutto ignorato. La donna è mero contenitore, oppure mente, soggetto, antagonista, dunque da controllare, disciplinare.
Certo, può ben essere che questa “dimenticanza” sia dovuta alla martellante propaganda degli ultimi tempi, ma io credo invece che ci sia dell’altro, molto altro. In primo luogo, mi pare di poter individuare qui una sorta di deriva della retorica dei diritti. Anche se quando le donne hanno chiesto l’aborto libero gratuito e assistito si sono ben guardate dal tematizzarlo come un “diritto”, che la questione della procreazione chiami invece in causa diritti, delle donne, degli uomini, e degli embrioni, e diritti per forza contrapposti, è diventata opinione assai diffusa. Ricordo a questo proposito la posizione espressa molti anni fa da Giuliano Amato, secondo cui, uomini e donne avendo ormai raggiunto parità di diritti, anche gli uomini dovevano avere voce in capitolo nella decisione di abortire. Chi poi, in caso di conflitto dentro la coppia, dovesse dirimerlo, non era chiaro.
La soggettivazione dell’embrione, la sua assunzione a statuto di “persona”, o quanto meno essere umano, procede anch’essa da questa logica, una logica a suo modo sociologicamente conseguente, laddove la prima mossa nella soggettivazione è l’assunzione dello statuto di vittima. All’epoca della battaglia sull’aborto, vittime erano le donne, per via dei rischi degli aborti clandestini. Poi, lo sono diventati gli uomini e infine gli embrioni: vittime dell’onnipotenza e dell’egoismo femminile, di queste “nuove” donne ormai padrone della vita e della morte, che non si sa perché e come decidano, e che comunque non devono vedersi riconosciuta la responsabilità in merito alla procreazione.
In secondo luogo, come già parecchi anni fa diceva Barbara Duden, il nuovo statuto di essere umano dell’embrione è in relazione con le innovazioni tecnologiche, soprattutto l’ecografia, che permette di “vederlo” nuotare nell’utero materno, e spinge ad una sua separazione dal corpo della madre, ridotto a mero contenitore.
Ma c’è anche la paura (condivisibile) di un progresso scientifico e tecnologico di cui non solo non sono affatto chiari esiti e obbiettivi, ma che rimette in discussione il significato di vita e morte. Il progredire di scienza e tecnologia in maniera molto più veloce di quanto sia possibile comprendere e discutere collettivamente si coniuga del resto con la crescente sfiducia nei loro confronti, una sfiducia che alcuni hanno tematizzato come configurante una “società del rischio”: gli effetti non voluti e spesso catastrofici dell’umana manipolazione della “natura” sono adesso molto più evidenti dei benefici e dei vantaggi.
La “società del rischio” è anche stata caratterizzata come “società dell’insicurezza”, come pervasa da una “cultura della paura”. Coniugando i vari scenari, io la chiamerei piuttosto “società della prevenzione”, una società, insomma, dove la cultura è orientata da due opposti obbiettivi: la retorica del “correre rischi” e allo stesso tempo quella del prevenirli. Ambedue le retoriche si dirigono piuttosto all’individuo singolo che non alla collettività. Correre rischi e prevenirli spettano alla responsabilità individuale. Così, insicurezza e paura spingono, come dice Bauman, a cercare soluzioni biografiche a rischi e problemi sistemici. Ma restringono al contempo la sfera pubblica, impediscono la libera discussione collettiva, privatizzano temi e problemi un tempo considerati sociali.
La paura diffusa viene indirizzata verso capri espiatori: gli stranieri, i “diversi”, la pluralità e la diversità in quanto tali. L’ideologia neoliberista imperante si coniuga alla riscoperta e all’enfasi sui “valori tradizionali”, assunti ad assoluti e universali, e alla denuncia di un relativismo “etico”, nuovo mostro contro cui si scagliano da destra e da sinistra, che in realtà è soltanto, appunto, la pluralità e la diversità di visioni del mondo cui dovrebbe essere concessa piena cittadinanza in uno stato di diritto. Ciò che dà luogo al fondamentalismo che scatena guerre giuste, del bene contro il male, all’esterno come all’interno, e pretende di imporre per legge la sua propria visione, incurante non solo della lesione allo stato laico e liberale, ma anche dell’inefficacia e della produzione di effetti perversi di tale normazione.
E’ precisamente questo il caso della legge 40, sulla procreazione medicalmente assistita. Una legge che vieta per la procreazione assistita ciò che è perfettamente lecito, e non vietabile, per la procreazione cosiddetta “naturale” (la maternità singola, la cosiddetta fecondazione eterologa); che lede in maniera pesante il diritto alla salute delle donne (creazione di soli tre embrioni, tutti e tre da impiantare in utero), nonché, vietando le diagnosi pre-impianto, condannando le donne portatrici di un embrione gravemente malformato al trauma fisico e psichico dell’aborto. Una legge che, per imporre una particolare etica, produce gli effetti perversi del turismo procreativo e del mercato nero dello sperma, tra l’altro introducendo una discriminazione pesante tra chi si può permettere di andare all’estero e chi non può.
La tutela del “concepito” è la giustificazione addotta per queste norme. E tuttavia, è assai evidente come esse siano esplicitamente orientate a rimettere in ordine ciò che i mutamenti sociali e culturali degli anni passati, in particolare il decennio degli anni settanta, aveva “disordinato”: in particolare, le nuove libertà femminili in materia di procreazione, la diffusione di modelli relazionali e familiari plurimi. E’ un ordine simbolico e culturale, giacché, come si diceva, questa legge è, dal punto di vista empirico, inapplicabile. Vi è, qui, il tentativo di imporre certezze per legge, di decidere con la mannaia di una legge proibizionista in materia di vita e morte.
Ma è un modo di produrre certezze che, invece, veicola paura: una paura della diversità, della pluralità, così delle persone come delle concezioni del mondo, inscritta nella stessa rigidità della normazione, che richiama quella nozione di sicurezza intesa nel senso della sterilizzazione del territorio e dei “muri ad ogni angolo di strada” evocata dai pericoli dei migranti, dei criminali, di chi non è come “noi”.
Questa legge, mi pare, fa parte dello stesso immaginario, ma diversamente dalle norme che alla sicurezza fanno riferimento, è un argine ridicolo dal punto di vista pratico, e però devastante da quello simbolico, rispetto al mutamento, alla pluralità, alla diversità. Ridicolo non significa che non abbia effetti pratici perversi, come già dicevo. E’ precisamente perché manifestamente inefficace, ineffettiva, che questa legge produce tali effetti, già documentati: un costosissimo, in termini di denaro ma anche se non sopratutto dal punto di vista psicologico, turismo procreativo, un mercato nero dei gameti, in specie dello sperma, facilmente reperibile e facilmente utilizzabile, ma rischioso per la salute, una diminuizione del tasso di nascite per interventi, la moltiplicazione di stimolazioni ovariche sulla singola donna, ecc.
Ma sul piano simbolico l’impatto è ancora peggiore. In primo luogo induce nel dibattito attorno alle tecnologie, alla stessa ricerca scientifica, una polarizzazione insensata che impedisce una discussione aperta e una riflessione meditata. Non c’è dubbio che tecnologie e ricerca aprano nuove questioni in ordine al significato della vita e della morte, e diano luogo ad una moltiplicazione di scelte potenzialmente tragiche. I problemi del limite, della responsabilità individuale e collettiva, del rapporto tra scienza e società, e così via, sono problemi la cui soluzione non è affidabile al diritto, specialmente quando di esso ci si serve come una clava. C’è un vuoto impressionante di discussione pubblica, di politica intesa come confronto tra posizioni ed opinioni diverse entro uno spazio comune: la legge, questa legge, come altre relative alle cosiddette differenze, e, come dicevo, alla “sicurezza” , pretendono di decidere , ma sono decisioni impaurite e che producono paura, decisioni fasulle, perché la materia sfugge e non si lascia imbrigliare.
La polarizzazione, inoltre, si affida e produce schemi di amico/nemico, e laddove pretende di produrre sicurezza moltiplica insicurezza, diffidenza, divisione, scontro.
Più da vicino: in generale, vi è una stigmatizzazione di chi richiede l’intervento di procreazione assistita, particolarmente evidente dove si dispone perché alla coppia, prima di procedere, sia prospettata la possibilità di adozione e di affido. La coppia, dunque, è sospettata di egoismo “biologistico”, di volere a tutti i costi un figlio geneticamente proprio. Ma la diffidenza nei confronti di chi ricorre a queste tecniche è veicolata da tutto l’impianto normativo, e diventa vera e propria “criminalizzazione” quando, in nome della tutela dell’embrione, si fa divieto di rinuncia all’impianto, nonché, per la donna, di rimanere anonima dopo il parto. Criminalizzazione, giacché si prospetta qui qualcosa che è assai presente nel dibattito sulla questione dell’aborto, ossia un “naturale” antagonismo tra donna ed embrione, donna e feto. Ciò procede anche, naturalmente, dalla soggettivazione dell’embrione, detto il ”concepito”, dei cui diritti si dispone la tutela. E questa tutela si dispiega in una serie di norme che pregiudicano altri diritti, questi sì costituzionalmente previsti, come quello alla salute. La previsione di appello all’obiezione di coscienza del personale medico è un’altra spia di come la procreazione assistita, e dunque chi vi ricorre, siano stigmatizzati.
Non ho citato la stigmatizzazione/criminalizzazione della donna singola, perché il divieto di accesso alle singole non è prerogativa di questa legge: esso è disposto in pressoché tutti i progetti di legge che l’hanno preceduta, a conferma del fatto che la maternità singola, specialmente quando non può essere costruita come dramma, problema, triste fatalità, è considerata sia a destra che a sinistra una scelta irresponsabile, egoista, produttrice di mali nei confronti dei figli e della società intera.
I divieti di accesso alle singole si coniugano del resto con altri provvedimenti e progetti, come quello relativo all’affidamento condiviso dei figli minori nel caso di separazioni, che dicono che non si può nascere senza padre. Vengono a questo proposito in mente due casi di alcuni anni fa, tutti e due coinvolgenti tecnologie mediche. Nel primo caso, si trattava di una donna che con il marito aveva tramite procreazione assistita concepito alcuni embrioni, poi congelati. Il marito muore (per mano di mafia), la donna chiede l’impianto post mortem. Deplorazioni e scandalo su tutti i media, vescovi che lanciano anatemi (da cui: allora era lecito, anzi era giusto, buttare gli embrioni nel cestino? ): il povero bambino sarebbe nato orfano. Nel secondo caso, una donna incinta entra in coma profondo e irreversibile al quinto mese di gravidanza: il suo corpo viene tenuto in “vita” per permettere al feto di svilupparsi fino al momento di farlo nascere, per quanto rischioso fosse per la stessa “normalità” di questo feto. Grandi festeggiamenti sui media: dunque, in questo caso, il bambino non sarebbe stato orfano? Per non parlare dei casi di donne incinte (con già altri bambini), le quali diagnosticate di gravi malattie hanno preferito non curarsi, e dunque lasciare orfani sia il nascituro sia gli altri già nati: queste donne sono state santificate. Non si discute qui della loro scelta, quanto del modo in cui hanno reagito i grandi media, la chiesa, ecc., e metter in luce che, a quanto pare, non si è orfani se si nasce senza madre, ma soltanto se si nasce senza padre.

Si giunge a questa legge attraverso un cammino lungo e tortuoso, durato varie legislature, e in cui si sono succeduti vari progetti di legge, nessuno dei quali rispondente ai requisiti di modestia, flessibilità, mitezza richiesti dalla materia. Sulla questione della procreazione assistita si sono scatenati fantasmi che hanno a che fare con i mutamenti sia sociali e culturali che normativi accaduti negli anni settanta e ottanta.
Negli anni settanta, una particolare congiuntura sociale e politica ha permesso l’introduzione di norme liberali, in linea con i principi costituzionali, come la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, la legalizzazione dell’aborto (ma anche lo statuto dei lavoratori e la riforma sanitaria...), a seguito della grande stagione dei movimenti antiautoritari nonché dell’emergere del movimento femminista. Come tutte le leggi, anche queste sono state frutto di compromessi e negoziazioni, e ne portano il segno. Si può certo dire che esse non solo non rispecchiano le domande più radicali, in specie delle donne, ma che adesso mostrano segni evidenti di inadeguatezza. Tuttavia, per il modo in cui sono state utilizzate, in particolare la legge sulla legalizzazione dell’aborto, esse hanno seguito, se non agevolato, i mutamenti sociali e culturali, tra i quali il rafforzamento della soggettività femminile.
Gli anni novanta sono gli anni dell’incertezza e della paura. Le cause sono molte e tutte ben note e più volte descritte: a questa incertezza e paura, che hanno origini lontane e difficilmente gestibili localmente, si danno risposte che individuano capri espiatori. Gli stranieri, i migranti, i criminali, e le donne. Le donne hanno in realtà un doppio ruolo. Per un verso, sono accusate di onnipotenza, egoismo, e a loro, alle loro nuove libertà, sono imputati il disordine familiare e sociale: oppresse e sfruttate nell’immaginario degli anni settanta, esse diventano negli anni ottanta e novanta virago pericolose, nemiche degli uomini e dei bambini. Per un altro verso, come sempre nei periodi di crisi, alle donne ci si rivolge perchè riprendano i loro compiti di custodi dei valori tradizionali, di produttrici di fiducia particolaristica, laddove viene meno la fiducia generale.
Gli eventi e i mutamenti degli anni settanta tornano nell’immaginario come incubi, come ciò che sta alla radice dell’insicurezza presente, o almeno come ciò che può essere rivisto e rimesso a posto, laddove altre origini dell’incertezza presente non sembrano potersi gestire.
Sulla procreazione, assieme ai fantasmi dell’onnipotenza femminile, si scatenano così le paure relative a sviluppi tecnologici e scientifici che parlano di un “progresso” i cui sbocchi non appaiono più univocamente positivi, anzi. Un progresso che destabilizza continuamente, di cui sono sempre più visibili e presenti le conseguenze perverse, non solo globalmente, ma localmente, in termini di deterioramento dell’ambiente urbano, di precarizzazione del lavoro e della vita, di incertezza del futuro.
L’ambivalenza sempre presente quando si evoca la “natura” qui mostra il suo versante difensivo e retrivo. E non per caso si tratta di procreazione, e dunque di corpo femminile. Il corpo femminile sta per la natura che non deve essere alterata, la natura che per essere benevola abbisogna di cultura, ossia di norma, e dunque di norma maschile. La natura, che incombe minacciosa attraverso gli scempi imputabili al progresso, deve essere restaurata attraverso il controllo del corpo femminile, e di ciò che quel corpo può fare. La vita, appunto: riprendiamoci il controllo sulla vita, sembra dire questa legge, una vita il cui significato è diventato così incerto e contestato, che non si sa più quando comincia e quando finisce, e che è sempre di più il terreno di scontro e intervento della biopolitica. E’ facile far notare come il conflitto sullo statuto degli embrioni, la loro difesa ad oltranza, così come il conflitto sul morire, e la difesa ad oltranza dell’accanimento terapeutico si coniughino con guerre, stermini per fame e malattie, stragi di “clandestini” in mare, finanche, negli Usa, la pena di morte. Non so se c’è davvero incoerenza, giacché in gioco appare appunto il controllo della vita, piuttosto che la difesa della vita, qualsiasi cosa si voglia dire con questa parola. Infatti, nel caso della procreazione le tecnologie devono essere piegate al “rispetto della natura”, dove con questo termine si mischiano insieme biologismo e concezioni tradizionali della famiglia, mentre nel caso del morire le tecnologie devono servire a mettere in scacco la “natura”, che lasciata al suo corso porterebbe appunto alla morte.
Il controllo della “vita”, come quello della “natura”, passa attraverso il controllo delle donne. La posta in gioco è visibilmente questa. Visibilmente, perché è dichiarata, in questa legge e nelle discussioni che l’hanno circondata, ma anche nei conflitti e nelle guerre in giro per il mondo, dove le donne, i loro corpi, i loro diritti, sono richiamati per giustificare guerre e conflitti e, viceversa, come ciò che esprime i valori da difendere contro l’occidente. Vita, natura, tradizione sono associati alle donne, e il collasso dei tre termini l’uno sull’altro rafforza questa associazione. Ciò avviene nell’occidente sviluppato come altrove. Da noi, questa associazione si rivela nei conflitti attorno alla questione della procreazione, dunque anche dell’aborto, e, come dicevo, si sposa al dominio dell’ideologia neoliberista.
Si tratta, dunque, di una questione di ordine. Un ordine che non riguarda solo la famiglia, ma, come dicevo, attraverso la famiglia i rapporti sociali, attraverso le donne la “natura” e la “vita”.
Un ordine che si avvale, inoltre, di un altro potente costrutto culturale, assai diffuso oggigiorno, quello della vittima. Benché non in modo esplicito, anche qui, come in molti altri casi, è all’opera una modalità di pensare il sociale in termini paralleli a quelli dell’amico-nemico, ossia nei termini di offensore-vittima. Uno schema che si avvale del richiamo ai diritti, qui intesi in un senso antagonistico e disgiuntivo: i diritti della donna contro quelli dell’embrione, dove è l’embrione, in quanto “più debole”, ad essere postulato come vittima potenziale. Anzi, è precisamente attraverso la sua costruzione come vittima che l’embrione può accedere allo statuto di titolare dei diritti.
L’attuale deplorazione della supposta noncuranza con cui le donne si sono battute, negli anni settanta, per la legalizzazione dell’aborto, noncuranza che non avrebbe tenuto in alcun conto la violenza nei confronti dell’embrione, la sofferenza di un essere “più debole”, si inscrive, di certo senza intenzione, precisamente in questa diffusa cultura della vittimizzazione, dove sembra che per accedere alla voice bisogna designarsi vittime, e si scatena dunque la gara a chi è la vittima più vittima. Chi meglio dell’embrione, del tutto impotente di fronte alla madre/contenitore?
Violenza, sofferenza, fragilità, debolezza, viceversa, si impongono alla riflessione oggi con una intensità che richiede pietas, ascolto, accoglienza,nonché politica, nel senso pieno del termine: il contrario di questa legge, che pretende di decidere in maniera rigida su qualcosa che abbisogna piuttosto di elasticità, mitezza, modestia. Il diritto viene qui utilizzato per imporre un’etica di parte, dunque contraddicendo la stessa radice del diritto moderno, la separazione tra diritto e morale, e la sua ragion d’essere, modalità di composizione delle dispute e di regolazione dei rapporti interindividuali nel rispetto dei diritti e nel riconoscimento delle diversità delle visioni del mondo.
Il giusto, non il bene, dicono i liberali, è l’obbiettivo del governare. Si può discutere se sia davvero possibile separare il giusto dal bene, se davvero politica, diritto e diritti moderni non veicolino invece anche una particolare visione del bene. Tuttavia, la particolare concezione del bene coerente con democrazia e stato di diritto è precisamente quella che si identifica con la libertà riconosciuta e assicurata al dispiegarsi e interagire di modelli culturali, valori, scelte diversi e plurali. La tutela dei “più deboli” è certamente parte integrante di questa concezione del bene: ma su che cosa si possa e debba oggi, invece, intendere per vita umana si discute. Ciò su cui, viceversa, non si dovrebbe discutere più è il diritto alla salute, la libera scelta dei rapporti di amore e familiari, il primato, e dunque la responsabilità, femminili in ordine alla procreazione.