Dio-Patria-Famiglia e il senso “nuovo” della libertà nella Costituzione repubblicana

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Sommario: 1. Una lettura a contrario; 2. Dio; 3. Patria; 4. Famiglia; 5. Il superamento del principio di autorità e la ripresa dell’Umanità.

1. Una lettura a contrario

La triade “Dio-Patria-Famiglia” viene da lontano e affonda le proprie radici nella classicità greco-romana. Particolare celebrazione letteraria ebbe la pietas di Enea, raccontata da Virgilio, e declinata erga deos, erga patriam, erga parentes1 (verso gli dèi, la patria, i genitori). La pietas virgiliana era considerata una virtù, dunque una qualità del cittadino romano che, partendo dalla sua intima moralità, prendeva forma nei rapporti sociali. Una qualità che si muoveva fra la coscienza e la relazione, fra il foro interno e quello esterno. È in questo passaggio che essa assume una connotazione normativa: la legge morale diventa legge sociale, da sentimento divino si fa norma umana ed è qui che emerge una forma di “ipocrisia”, perché in nome della pietas si può giustificare qualunque azione, anche assai impietosa2. Non appare dunque casuale che la triade abbia assunto una particolare centralità nell’elaborazione ideologica del regime fascista. A seguito della riconciliazione con la Chiesa cattolica sancita dai Patti Lateranensi del 1929, essa venne elevata a perno della politica educativa e culturale del regime, fungendo da strumento di legittimazione simbolica e normativa dell’ordine politico autoritario, come attestano, tra l’altro, i titoli e i contenuti dei manuali scolastici dell’epoca3.