Il labirinto del potere. Noir, poliziottesco e cinema politico nell’Italia degli anni Settanta

Professore ordinario di Filosofia politica. Università Cattolica del Sacro Cuore

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Abstract

Ita

Il saggio analizza la stagione del cinema poliziesco italiano sviluppatasi tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, ricostruendone le matrici letterarie, le articolazioni di genere e le implicazioni politico-culturali. L’autore individua due linee distinte ma spesso intrecciate: da un lato il cosiddetto «poliziottesco», cinema d’azione metropolitano che mette al centro la figura del commissario «di ferro» e la violenza urbana come prodotto della modernizzazione accelerata; dall’altro il «cinema politico», che sposta il fuoco narrativo dalla criminalità di strada all’enigma del potere istituzionale, con le sue opacità, le sue collusioni e i suoi misteri insolubili. Entrambe le linee affondano le radici in due matrici letterarie fondamentali: la narrativa di Giorgio Scerbanenco, che definisce l’immagine della nuova metropoli criminale milanese, e i romanzi di Leonardo Sciascia, che introducono una rappresentazione metafisica del potere come labirinto impenetrabile. Attraverso l’analisi di pellicole di registi come Elio Petri, Francesco Rosi, Damiano Damiani, Carlo Lizzani e Fernando Di Leo, il saggio mostra come quella cinematografia non si limitasse alla denuncia civile, ma costruisse una vera e propria topologia simbolica del potere, capace di riflettere la profonda politicizzazione della società italiana del decennio.

En

This essay analyses the season of Italian crime cinema that flourished between the late 1960s and the early 1980s, tracing its literary sources, generic articulations, and political-cultural implications. The Author identifies two distinct but frequently intertwined currents: on the one hand, the so-called poliziottesco, an action-oriented metropolitan cinema centred on the figure of the hard-boiled police commissioner and on urban violence as a product of accelerated modernisation; on the other, «political cinema», which shifts the narrative focus from street crime to the enigma of institutional power, with its opacity, its collusions, and its unresolvable mysteries. Both currents draw on two fundamental literary matrices: the fiction of Giorgio Scerbanenco, which defines the image of the new criminal metropolis of Milan, and the novels of Leonardo Sciascia, which introduce a metaphysical representation of power as an impenetrable labyrinth. Through analysis of films by directors such as Elio Petri, Francesco Rosi, Damiano Damiani, Carlo Lizzani, and Fernando Di Leo, the essay shows how this body of cinema went beyond civic denunciation to construct a fully elaborated symbolic topology of power, capable of reflecting the profound politicisation of Italian society in that decade.