Laudatio in onore di Oscar Luigi Scalfaro

Continua su PDF

 

La Direzione di questa Rivista è lieta ed onorata di pubblicare la Laudatio in onore di Oscar Luigi Scalfaro pronunziata dalla Prof. Elisabetta Galeotti, Professore ordinario di Filosofia politica presso
la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Piemonte orientale
“Amedeo Avogadro”, in occasione del conferimento
della laurea h.c., da parte della Facoltà di Lettere e
Filosofia di tale Università, avvenuto in Vercelli il 27 ottobre 2003, condividendone pienamente le ragioni nell’ammirazione per il modo come il Presidente Scalfaro ha interpretato il Suo ruolo nella difesa della nostra Costituzione e della democrazia italiana.

LAUDATIO IN ONORE
DI
OSCAR LUIGI SCALFARO

Magnifico Rettore, autorità, colleghe e colleghi, signore e signori,
Di regola il docente a cui tocca il compito di esprimere le ragioni per onorare la persona alla quale viene offerta la Laurea ad Honorem si trova in una posizione di conoscenza privilegiata dell’opera e del lavoro del destinatario della laurea rispetto al resto dell’uditorio. In questo caso, invece, il Presidente Scalfaro, che è stato per sette anni il capo delle stato e il rappresentante più alto del nostro paese, è così noto e familiare a tutti voi che io non posso sfruttare l’asimmetria di sapere in genere garantita dalla divisione delle discipline e competenze. Come ha ricordato prima il Preside, la motivazione della Facoltà di Lettere e filosofia a conferire la laurea in filosofia al Presidente Scalfaro sta nella sua, ormai più che cinquantennale, attività politica al servizio della Repubblica e nell’interpretazione della vita democratica che emerge da questa sua attività. La biografia del Presidente è infatti strettamente intrecciata alle vicende politiche del nostro paese nel secolo appena chiuso, vicende di cui è stato un protagonista appassionato. Nato a Novara alla fine della Prima guerra mondiale, cresce sotto la dittatura fascista, si laurea in giurisprudenza all’Università cattolica di Milano, comincia l’impegno politico e etico diventando Presidente dell’Azione Cattolica di Novara, prendendo posizione contro il fascismo e aiutando nel periodo della lotta clandestina carcerati e perseguitati antifascisti. Intrapresa la carriera della magistratura, alla fine della guerra diviene Pubblico Ministero presso le Corti di Assise speciali di Novara e Alessandria. Ma la sua passione politica, nutrita del cattolicesimo liberale che qui in Piemonte aveva salde radici, lo porta ben presto a cimentarsi nell’arena della nascente democrazia: eletto alla Costituente nel 1946 come capolista della Democrazia Cristiana di Torino-Novara-Vercelli, viene ripetutamente rieletto Deputato dal 1948 al 1992, quando diventerà Presidente della Repubblica. Nel corso del quarantennio alla Camera dei Deputati, il Presidente Scalfaro ha rivestito molti ruoli istituzionali, come Presidente di varie Commissioni, Vice-Presidente della Camera dal 1975 al 1983 e, infine, Presidente della Camera due mesi prima dell’elezione a Capo dello Stato; e anche molti ruoli politici nei diversi governi della Repubblica, essendo più volte nominato ministro, tra cui ricordo anche della Pubblica Istruzione dal 1972 al 73, e sottosegretario. Oscar Luigi Scalfaro viene eletto Capo dello Stato nel maggio del 1992, in una congiuntura economica e politica di grande complessità. Dal punto di vista economico, la necessità del controllo sul debito pubblico e sulla spesa pubblica per rientrare nei parametri europei impongono un ripensamento dello stato sociale e una pesante politica di rigore. Dal punto di vista politico, il tramonto della Prima Repubblica, sotto i colpi dell’azione della magistratura, è già iniziato e Scalfaro si troverà a gestire una crisi istituzionale senza precedenti in un paese democratico occidentale. Non è mia intenzione, perché esulerebbe dalle mie competenze, fornire un’analisi e un giudizio storico, politico e giuridico sull’operato del Presidente Scalfaro; mi preme piuttosto rintracciare nella sua azione, nelle sue posizioni e nei suoi discorsi un’interpretazione dei principi e della politica liberale e democratica che mi sembra coerente e rilevante, e che mi pare opportuno riproporre nella discussione pubblica odierna.
Nel discorso alle Camere riunite in occasione del suo giuramento di fedeltà alla Repubblica (28 maggio 1992), Scalfaro affermava con forza e a più riprese l’idea dello stato come “casa di tutti i cittadini” al di là delle appartenenze, lealtà e convinzioni personali. Affermava altresì che, se i suoi convincimenti religiosi e morali costituivano le ragioni personali per il suo impegno politico, la sua azione al servizio dello Stato, “casa di tutti”, doveva essere informata ai principi di libertà e giustizia e al rispetto del dettato costituzionale in cui ogni cittadino di ogni fede e cultura potesse riconoscersi senza sentirsi discriminato o escluso. Più volte nel corso del settennato, il Presidente è ritornato sul tema della laicità dello Stato e sul dovere di chi lo serve di “non apporvi il proprio marchio”, segnatamente nel discorso in occasione della visita ufficiale al Quirinale di Giovanni Paolo II il 20 ottobre 1998. Il principio della neutralità dello stato è da sempre centrale per il liberalismo sia teorico che pratico. Tuttavia non è né così ovvio nella sua definizione teorica, né così scontato nella sua traduzione pratica, tant’è vero che la discussione filosofica sul liberalismo degli ultimi decenni ha riservato all’analisi critica del principio di neutralità un posto di primo piano. Il principio di neutralità intende proteggere due ideali, l’antiperfezionismo e l’antidiscriminazione. Antiperfezionismo è un termine introdotto da John Rawls, noto autore di Una teoria della giustizia (1971): antiperfezionismo significa che lo stato liberale deve rinunciare all’idea di plasmare i propri cittadini secondo una qualche idea di umana perfezione, perché se così facesse non rispetterebbe la libertà di ciascuno di scegliere e perseguire la propria concezione del bene. Ora lo Stato casa di tutti e senza il marchio di qualcuno in particolare interpreta esattamente l’esigenza del rispetto delle libertà dei cittadini. All’antiperfezionismo si aggiunge l’ideale antidiscriminatorio: se le istituzioni pubbliche favorissero certe concezioni morali e religiose, implicitamente non tratterebbero i cittadini di diverso orientamento con eguale rispetto. In sintesi, la neutralità liberale è pensata per proteggere i valori fondanti dell’eguale libertà e dell’eguaglianza legale e di rispetto di tutti i cittadini, quali che siano le loro convinzioni, appartenenze, fedi. Tuttavia nel dibattito teorico questo ideale è stato sottoposto a serrata critica, anche in ragione del fatto che nella pratica delle democrazie liberali è spesso disatteso. Una delle critiche più pertinenti mette in luce che, per realizzare la neutralità, chi agisce per conto delle istituzioni pubbliche deve operare una cesura fra le proprie convinzioni personali e l’azione pubblica. Ma, ci si domanda, è una simile cesura possibile? E se fosse possibile, sarebbe desiderabile un’azione pubblica depurata di ogni convincimento, convinzione morale o religioso? La risposta a questo interrogativo ci viene offerta di nuovo da John Rawls, nell’altra sua grande opera, Liberalismo politico (1993). Secondo Rawls, chi agisce per conto dello stato e delle sue istituzioni deve informarsi a quell’insieme di principi politici che derivano essenzialmente dalla considerazione delle persone come libere e eguali, considerazione che sta alla base di ogni costituzione democratica. Tali principi rappresentano le “ragioni pubbliche”, quelle che danno vita alla casa comune appunto. E tuttavia alle ragioni pubbliche si può arrivare per vie diverse, a partire dalle convinzioni religiose ed etiche personali. Ognuno insomma può arrivare a sostenere i principi della democrazia liberale articolando le proprie ragioni morali, e portando quindi alla casa comune la forza di convincimenti profondamente radicati. Le ragioni pubbliche non sono dunque un’area moralmente vuota, ottenuta per sottrazione, mettendo in quarantena la propria fede e ideali, bensì un’area di intersezione fra le diverse moralità e concezioni del bene, eticamente piena e tuttavia neutrale rispetto alle varie posizioni. A me sembra che il Presidente Scalfaro esprima propriamente questa concezione della neutralità quando, ancora nel Discorso inaugurale del 1992, afferma il valore della libertà di coscienza come distillato dalla sua fede religiosa e allo stesso tempo valore umano universale, denominatore comune di fedi e credi differenti. Pur in questa interpretazione particolare e innovativa, il principio di neutralità costituisce solo un tassello della concezione liberale del Presidente Scalfaro. La separazione fra Stato e Chiesa, fra politica e religione, per quanto centrale, è solo una delle tante separazioni indispensabili a sostenere una società liberale che difende libertà e diritti dei cittadini contro abusi di potere di ogni provenienza. Il liberalismo è infatti arte della separazione, come ha sostenuto un altro noto filosofo politico contemporaneo, Michael Walzer. In un celebrato saggio del 1984, Walzer propone una genealogia del liberalismo che ne rivela la natura profonda rispetto alle forme politiche precedenti: rispetto al mondo pre-liberale, rappresentabile come una mappa senza confini, il liberalismo delimita ambiti e sfere sociali, separando la Chiesa dallo stato, l’università dal potere politico e religioso, la società civile dalla comunità politica, le dinastie dai governi, le cariche pubbliche dalla proprietà, la vita pubblica da quella privata, l’amministrazione della casa dall’attività commerciale. “Il liberalismo è un universo di ‘mura’, ciascuna delle quali crea una nuova libertà”, dice Walzer che appunto sostiene la tesi secondo la quale la separazione delle sfere sociali genera un ambito di libertà: pensiamo alla libertà religiosa, alla libertà del mercato e alla privacy. Walzer particolarmente sottolinea che la libertà degli individui entro una sfera sociale è strettamente interdipendente dall’autonomia della sfera da altre. Se il potere politico ingloba il mercato, la libertà economica dei singoli non è più garantita, ma anche, se il mercato condiziona la sfera politica, la libertà politica è messa in pericolo. Se lo stato interferisce nelle scelte private degli individui, la libertà personale entra in crisi, ma anche, se gli interessi privati si impadroniscono dell’autorità politica, la libertà dei cittadini si svuota. La natura specifica del liberalismo, attraverso un’attenta opera di salvaguardia dei confini fra ambiti diversi, è quella di essere strumento di prevenzione dell’uso tirannico del potere. Non a caso il liberalismo non ha semplicemente separato diverse sfere sociali, ma ha anche tracciato confini interni alla sfera stessa dello stato, distinguendo e separando non solo le funzioni legislativa, esecutiva e giudiziaria, ma anche il potere centrale da sfere di autonomia e governo locale, per bilanciare e equilibrare, e, in ultima istanza, per prevenire il rischio cui è esposto ogni governo democratico, così lucidamente analizzato da Toqueville: la tirannia della maggioranza. Il Presidente Scalfaro più volte nei Discorsi di fine anno, così come nell’Indirizzo al Convegno organizzato dalla Commissione Giustizia della Camera dei deputati su “Giurisdizione e cultura della legalità” nel 1993, e nell’intervento al Congresso Nazionale dell’Associazione Magistrati nel marzo 2002, ritorna sul tema della separazione e indipendenza delle sfere: della magistratura innanzitutto, della libera stampa, del Parlamento sovrano, dei partiti come luoghi fondamentali di aggregazione della volontà dei cittadini e, fondamentalmente, dell’interesse pubblico rispetto agli interessi privati. Il Presidente Scalfaro, nel periodo del suo settennato, ha insomma esercitato il suo ruolo di garante facendo anche e soprattutto il guardiano dei confini. Un ruolo che in tempi di normale svolgimento della vita democratica entro una forma costituzionale condivisa e indiscussa è o dovrebbe essere in teoria quasi notarile, ma che diventa invece complicato e delicato in tempi di crisi istituzionale, quali quelli in cui il Presidente si è trovato a operare. Vorrei ricordare a questo proposito un passo del Primo discorso di fine anno del Presidente, quello del 31 dicembre del 1992, a testimonianza del fatto che la sua azione di guardiano dei confini non è stata a senso unico, ma generalizzata. Il Presidente Scalfaro, antico magistrato, ha più volte levato la voce anche recentemente per difendere l’indipendenza della magistratura ed è perciò stato iscritto d’ufficio nel partito dei giudici. Eppure nel 1992, così si rivolgeva ai magistrati: “La magistratura non può e non deve fermarsi mai nella sua opera di giustizia nei confronti di chicchessia; ma non si deve neppure dare l’impressione che in quest’opera vi possa essere la contaminazione di una ragione politica. Neppure l’impressione. Se crolla la democrazia non esiste spazio per una magistratura autonoma e indipendente”.
Si potrebbe a questo punto osservare, che lo spirito e i principi politici interpretati dal Presidente nel suo magistero, in quanto garante supremo della Carta costituzionale, sono fondamentalmente di natura strumentale. In una concezione liberale e democratica della politica, certamente i mezzi assurgono al ruolo di principi proprio perché sono ciò che qualificano come eticamente civile una società e rendono giustificabile l’autorità politica che detiene il controllo della coercizione. In ogni caso rimane aperta la domanda sul senso di tutta questa complicata macchina di garanzie, separazioni, pesi e contrappesi. Abbiamo accennato sopra che questo sistema politico è diretto contro l’abuso di potere, contro la tirannide, ma in positivo verso che cosa? La democrazia liberale non ha un fine specifico da raggiungere, non si propone la perfezione, né la felicità umana: la prima perché ognuno ne dà una diversa interpretazione, e la seconda perché non attingibile attraverso alcun piano mirato individuale o collettivo. Il che non significa che la democrazia liberale sia parsimoniosa nella sue ambizioni, perché è mossa in realtà da un proposito ideale: garantire a chiunque la possibilità di una vita decente e dignitosa in cui poter perseguire i propri ideali, realizzare progetti, sentirsi inclusi e trattati con pari rispetto. In altri termini, la democrazia liberale cerca idealmente di realizzare la giustizia nel rispetto dei diritti fondamentali di tutti. Questi obiettivi ambiziosi sono stati preoccupazioni costanti nella vita politica del Presidente. Nei suoi discorsi e interventi, egli è più volte ritornato sul tema della giustizia distributiva, avendo in mente, da una parte, il doveroso aiuto ai più deboli e, dall’altra, l’equo contributo fiscale che rappresenta l’onere della cittadinanza, e dei più fortunati in particolare. Chi evade quest’obbligo, non persegue semplicemente il proprio interesse privando lo stato di risorse necessarie, ma rompe il patto di cittadinanza, tradisce la lealtà alla comunità politica in cui benefici e oneri vanno equamente ripartiti. “Occorre, disse il Presidente nel discorso del 31 dicembre 1992, in piena crisi economica, che il peso fiscale sia equamente distribuito, ma soprattutto che ogni sperpero venga eliminata, che ogni spesa riveduta e che chi froda il fisco sia trattato come chi tradisce il proprio paese”. Se la giustizia distributiva ha come suo compito immediato di combattere la povertà, è soprattutto richiesta per difendere la libertà e l’eguale dignità di ogni persona che vengono avvilite dal bisogno. I diritti sociali sono un corredo indispensabile dei diritti civili e politici affinché i cittadini abbiano la capacità di farne un uso appropriato e pieno. La preoccupazione del Presidente Scalfaro per la giustizia sociale non si limita tuttavia al contesto nazionale, al versante interno, ma riguarda altresì il versante esterno della giustizia internazionale. Questo perché il Presidente rifiuta l’idea che i diritti dei singoli derivino dall’appartenenza a una definita comunità politica, e tanto meno all’appartenenza a una nazione o etnia. I diritti appartengono ai singoli e preesistono alle formazioni politiche; le costituzioni democratiche “riconoscono” diritti, ma solo le dittature li concedono per poi revocarli o sospenderli quando risulti conveniente. Così il Presidente prende una netta posizione a favore del diritto naturale, nell’annosa querelle che ha diviso i teorici del diritto tra giusnaturalismo e positivismo giuridico. Va detto che la teoria politica contemporanea ha lasciato cadere i termini di quella nota contrapposizione su cui, per esempio, Norberto Bobbio ha scritto pagine giustamente famose. Se infatti appare problematico, filosoficamente controverso e contestabile il fondamento dei diritti fondamentali nella natura degli esseri umani, tuttavia privare gli individui di una titolarità morale a certi trattamenti, indipendentemente dalla loro cittadinanza, significava relativizzare al fatto contingente di essere nati in un paese democratico o meno il valore delle persone come libere e eguali che rappresenta invece il nucleo etico di ogni variante possibile della democrazia liberale. Quale che sia il fondamento dei diritti umani, e su ciò le teorie sono divise, la titolarità è indipendente dall’appartenenza: ed è esattamente questa posizione che consente al Presidente Scalfaro in alcuni dei suoi ultimi discorsi di ripetere che “la terra è di tutti”, non di chi casualmente è nato in un certo luogo, riformulando un’idea potente di John Locke, recentemente al centro di rinnovate discussioni. Prendendo sul serio l’universalismo implicito nella teoria democratica, nei discorsi dedicati all’Europa e alla pace (2001-02), il Presidente Scalfaro delinea una nozione di cittadinanza che va oltre i confini e l’appartenenza a una nazione. L’intento è naturalmente quello di sostanziare l’idea di un’Europa anche politicamente unita, la cui possibilità è rintracciabile in alcune idee antiche del diritto romano che fanno da sfondo alla cultura comune del nostro continente. Si tratterebbe di recuperare le nozioni di populuscivitasres publica che definiscono, nelle parole di Scalfaro stesso, “una collettività organizzata sulla base del consenso politico e di una concezione del diritto”, a differenza dei gruppi identificabili per un’origine comune come la gens, la natio e l’ethnos, comunità elettive, dunque propriamente politiche, le prime, comunità ascrittive di sangue, le seconde. La nozione politica di cittadinanza è indispensabile non solo per integrare le varie nazioni europee, che da sempre hanno vissuto la tensione tra l’universalismo della lingua latina, del sapere universitario, della religione cristiana e il particolarismo dei volgari e delle tradizioni locali, ma anche coloro che in Europa arrivano da altre terre in cerca di lavoro e opportunità. Se si pone attenzione alla storia europea, si vede che il pluralismo non è un fenomeno recente, mentre l’ideale multiculturale trova nell’umanesimo il denominatore comune che può consentire il dispiegarsi delle differenti tradizioni nel rispetto e nella pace. E tuttavia la convivenza delle differenze è resa difficile se, oltre a vistose diseguaglianze economiche, gli appartenenti ad altre culture si trovano di fronte un atteggiamento di sufficienza e superiorità culturale che li umilia ed emargina. In sintesi, il multiculturalismo proposto dal Presidente Scalfaro contempla tre elementi: concezione politica della cittadinanza, giustizia distributiva entro e tra le comunità politiche, rispetto e riconoscimento dell’eguale dignità di tutti, nella specificità delle diverse tradizioni culturali. Ed è sulla base di una simile concezione della convivenza nel pluralismo che il Presidente Scalfaro può articolare il suo rifiuto di principio della guerra, sviluppato in diversi discorsi recenti, quali quello su ”L’Europa e la pace” del Capodanno 2002, e quello su “La pace, la guerra e il senso della politica” del 26 novembre 2002. Il suo rifiuto della guerra prende le mosse dal profondo rispetto della vita umana e della dignità degli esseri umani che ispira anche la sua repulsione nei confronti della pena di morte. Ed è a questo tema, su cui si è distinta la cultura politica e giuridica del nostro paese a partire dal noto saggio settecentesco di Cesare Beccaria, che vorrei dedicare la conclusione del mio intervento, riportando un episodio dell’esperienza da magistrato del Presidente Scalfaro nel confuso periodo successivo alla liberazione dei nazifascisti, episodio che sintetizza in modo esemplare la sua etica pubblica.
La vicenda si riferisce a quando Oscar Luigi Scalfaro, giovane magistrato di 27 anni, si trovò nel 1945 a far parte delle Corti di Assise speciali della sua città, Novara. Pur non essendo originariamente nominato Pubblico Ministero, in una certa occasione, per carenza di magistrati disponibili, si trovò a rivestire questo ruolo per un processo complicato relativo a uno spietato assassinio compiuto dalla polizia repubblichina. Si trattava di un crimine efferato, accertato e ben circostanziato per il quale, seconde il codice penale di guerra allora in vigore, veniva richiesta la pena capitale. Il giovane magistrato, contrario per principio e turbato dall’idea di dover chiedere la condanna a morte, studiò l’incartamento a lungo e si consigliò anche con un sacerdote laureato in diritto civile e canonico. Costui cercò di sollevare dalle sue spalle la terribile responsabilità, ricordandogli che la Chiesa riconosce allo stato il diritto di comminare la pena di morte in casi particolarmente gravi. Arrivato il giorno del dibattimento, Scalfaro presentò prima i fatti e le responsabilità, affermò che su di essi poggiava la richiesta della pena capitale, ma continuò dichiarando la sua opposizione ad essa e argomentando il perché. Aggiunse anche che se avesse trovato un conflitto tra il dettame della sua religione e la pena di morte, si sarebbe dimesso dalla magistratura, ma poiché la sua religione la autorizzava, non avendo trovato una strada giuridica per evitarla, si appellava alla Corte perché non venisse applicata. A seguito del suo appassionato discorso e della successiva domanda di grazia, almeno uno dei condannati ebbe salva la vita e poté in seguito ringraziarlo per questo. Fu forse un dono della Provvidenza, come afferma il Presidente, quello di riuscire a conciliare la lealtà allo stato e quella ai propri principi in tale occasione; ma fu invece parte di una precisa volontà politica il suo impegno nell’Assemblea Costituente a eliminare la pena di morte dalle leggi della nascente repubblica e a contribuire a fare della sua critica uno dei capisaldi dell’etica pubblica del nostro paese, riportando il diritto italiano in linea con la sua migliore tradizione.

Elisabetta Galeotti

Continua su PDF